La valigia invisibile: quello che il Crew porta da casa

[Questo post apre la Serie Gente di mare]
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Nel post precedente mi sono fermata su una domanda che, a bordo, torna spesso come un’eco: “L’HR ascolta tutti. Ma chi ascolta l’HR?”

La risposta, almeno per me, è stata questa: mi ha ascoltata il mare, qualche volta. E mi hanno “ascoltata” anche loro, senza saperlo: le persone che entravano in ufficio e lasciavano sulla mia scrivania non solo un problema da risolvere, ma un pezzo della loro vita.

Perché prima ancora dei ruoli, delle procedure e delle uniformi, a bordo ci sono le vite.

La Serie Gente di mare nasce per raccontare, in maniera rispettosa, quella umanità concreta, fatta di turni, nostalgia, resistenza e piccoli crolli silenziosi.

La valigia invisibile

Ogni persona che sale a bordo ha messo in valigia un pezzo della sua vita lasciata a terra: famiglia, amici, affetti, sacrifici, problemi da risolvere, scadenze da rispettare con la banca.

Ogni vita, quando sale sulla gangway, porta con sé una valigia invisibile: ricordi, tradizioni, compleanni che mancherà nei prossimi mesi, litigi interrotti che non ha fatto in tempo a riparare prima della partenza, promesse fatte ai figli senza avere la certezza di riuscire a mantenerle.

Insomma, cose da casa.

Quando ti trovi materialmente lontano da tutto ciò, devi convivere con pensieri che restano attaccati alla radice da cui sei partito.

A volte sono pensieri leggeri, a volte no.

Ed è proprio il contenuto di quella valigia invisibile a delineare l’andamento del contratto.

Dietro ogni uniforme c’è un ruolo.
E dietro ogni ruolo, una storia.

A bordo i ruoli sono tanti, e spesso chi è a terra li immagina come etichette.

In realtà sono veri e propri mondi.

C’è chi lavora in Housekeeping e vive con la sveglia puntata su orari che non perdonano, conosce la nave stanza per stanza, ma non ha tempo di conoscere davvero una città.

Chi sta in Galley (cucina) o al Ristorante misura le giornate in servizi: colazione, pranzo, cena, late night.

Chi lavora al bar e sorride anche quando non c’è proprio niente da sorridere.

Chi lavora alla Reception e prende in faccia l’umore degli ospiti come fosse vento.

Chi è Security e deve stare sempre all’erta a scorgere quello che gli altri non vedono.

Chi è Engine o Deck e vive in un’altra nave dentro la nave: rumore, metallo, procedure e grandi responsabilità.

Poi ci sono i ruoli “di mezzo”, quelli che tengono insieme le persone: capi reparto, manager e supervisor.

E infine, al centro di tutto c’è l’HR, il punto in cui tutto converge.

Storie di sacrificio

Mandare soldi alla famiglia

Ci sono persone che sono a bordo per un motivo apparentemente semplice e scontato, ma di una portata emotiva enorme: mandare i soldi alla famiglia.

Ricordo conversazioni in cui capisci cosa significa davvero “sacrificio”.

Crew members che ti parlano con la testa già altrove, lontana. A casa.

Non perché non gli importi del lavoro, ma perché la sua mente è sempre in un’altra stanza del mondo.

A volte la richiesta è pratica: anticipo dello stipendio, chiarimenti su paghe e trattenute, documenti da inviare alla banca.

A volte è una frase detta quasi senza guardarti: “I can’t fail this contract. My family needs me.”

Non posso fallire questo contratto. La mia famiglia ha bisogno di me.

E tu capisci che per quella persona quel contratto non è semplicemente “un’esperienza di vita”. È una “necessità di vita”.

Giovani al primo contratto

Prima volta lontani da casa, prima volta in una cabina condivisa, prima volta con turni che non assomigliano a niente di conosciuto.

Disorientamento, spaesamento, pianti nascosti, voglia di mollare

Li riconosci dallo sguardo, fin da quando mettono il piede per la prima volta sulla gangway. Forse perché non hai mai dimenticato il tuo disorientamento della prima volta che sei salta a bordo.

Nessuno in nave dimentica il proprio primo contratto.

Li riconosci dai dettagli: dalla voce che trema quando chiedono una pausa di 5 muniti, dal modo in cui stringono il badge, dagli occhi lucidi che provano a mascherare.

A volte arrivano con un problema “tecnico” – una cabina, un turno, un misunderstanding col supervisor, un’incomprensione linguistica – ma sotto c’è altro: l’impatto iniziale con la vita di nave.

E lì l’HR deve fare una cosa molto accurata e delicata: capire e valutare se il malessere è solo adattamento (duro, ma fisiologico), oppure se è la punta di un iceberg che preannuncia silenziosamente un crollo imminente e se c’è un potenziale rischio per la salute mentale del crew member.

Non sempre si può “aggiustare” tutto.
Ma si può ascoltare bene. E, quando serve, attivare i canali giusti.

I veterani

E poi ci sono i veterani della nave: persone che hanno vissuto più anni a bordo che a casa e nel frattempo i figli sono cresciuti.

Sono quelli che ti mostrano dal cellulare le foto dei bambini e ti confidano un senso di colpa che non fa rumore, ma pesa.

Magari ti raccontano di una recita persa, di un compleanno saltato, di un figlio che ormai ha una voce diversa al telefono.

E a volte la frase che ti arriva addosso è questa: «He’s grown up… and I wasn’t there». Lui è cresciuto… e io non c’ero.

Un padre ti fa vedere un video: il figlio piccolo recita una poesia. Lui sorride, ma gli occhi restano fermi. Poi dice piano: «Quando torno a casa, mi chiama per nome. Non dice “papà” subito. Come se dovesse ricordarsi chi sono».

Una madre riceve le foto della festa di compleanno della figlia mentre è in turno. Le guarda in bagno, due minuti, e poi torna al lavoro. Non piange: si asciuga la faccia, rimette a posto la divisa e riparte.

Il dolore diventa una cosa che si gestisce a tempo, come una pausa.

Un veterano racconta che quando rientra in ferie si sente ospite: la famiglia ha ritmi, abitudini, perfino silenzi che lui non conosce più. «A bordo so chi sono. A casa… devo reimpararlo.” E lo dice senza vittimismo, come un dato di fatto».

In quei casi l’HR si ritrova a fare soprattutto da contenitore di nostalgia, perché altro non può fare.

Non puoi restituire il tempo a una persona che lo vorrebbe indietro. Ma puoi riconoscere il suo dolore, dargli dignità, aiutarla a non sentirsi “sbagliata” per quello che prova e ricordarle il motivo per cui si trova a bordo – cioè garantire un futuro migliore alla sua famiglia e ai suoi figli.

Burnout e crolli emotivi

Ci sono anche storie di burnout: persone che reggono per mesi e poi, all’improvviso, crollano.

A volte il segnale arriva in modo indiretto: assenze, ritardi, conflitti, errori insoliti.

A volte arriva in modo netto: una richiesta di rimpatrio, una crisi di pianto, un “non ce la faccio più” detto con vergogna.

Un Supervisor preciso, uno di quelli che non sbagliano mai, inizia a dimenticare cose banali: un meeting, una firma, una scadenza. Non è disorganizzazione: è stanchezza che ha superato la soglia. Quando lo incontri, non chiede aiuto. Chiede solo: «Posso avere cinque minuti di silenzio?». E capisci che non è solo una frase – è un bisogno fisico.

Due crew members litigano per una sciocchezza: un turno scambiato, una frase detta male. La rabbia è sproporzionata. Quando li separi e li ascolti uno per volta, viene fuori che la causa non è quel turno: è un mese senza riposo adeguato, o una sgradita notizia da casa – e la sensazione di essere intrappolati in una routine che non lascia spazio a respirare.

Una persona entra in ufficio e dice: «Voglio tornare a casa». Lo dice senza piangere, senza alzare la voce. È la calma di chi ha già finito le energie e forse ha già fatto le valigie.

A volte dietro c’è un problema familiare, a volte un crollo emotivo, a volte un accumulo di micro‑stress che nessuno ha visto. E tu devi muoverti con delicatezza e lucidità: capire, proteggere, attivare procedure, ma anche non far sentire quella persona “colpevole” per aver raggiunto il limite.

Il confine è sempre sottile: aiutare senza promettere l’impossibile, rispettare le regole senza dimenticare che davanti hai una persona.

L’HR sta nel mezzo, sempre: fra regole scritte e regole non scritte.

Fra ciò che si deve fare, e ciò che sarebbe umano fare.

Fra la tutela della persona, la garanzia delle procedure e la macchina operativa che non si può fermare.

E la domanda, ogni volta, cambia forma ma resta la stessa: fino a che punto ci si può spingere per aiutare gli altri?

Perché racconto queste storie (e come le racconterò)

Le storie che seguiranno sono solo pochissimi esempi di vite di nave. Sono storie uniche e, al tempo stesso, universali: casi particolari e al contempo comuni.

Sono volti rimasti impressi nella mia memoria, ma che voi immaginerete come e dove la vostra fantasia vi porterà.

Sono pillole di memoria in un mare infinito di storie non raccontate, ma vissute.

E se a volte sembreranno “piccole”, è perché a bordo anche le cose piccole, quando sei lontano da tutto, diventano enormi.

A bordo impari presto che l’uniforme è solo la superficie: sotto, ognuno porta una vita intera. E nessuna vita entra in turno senza lasciare tracce.

Se ti va, prova a raccontare cosa porti tu nella tua valigia invisibile.
  • Nel prossimo post parlerò di una delle poche cose che, davvero, provavano a tenere insieme tutto questo: il Crew Welfare.
    Non come “intrattenimento”, ma come ossigeno.

HR sempre disponibile, ma chi ascolta l’HR?

Questo post apre la Serie HR reperibile H24: storie, retroscena e fatica emotiva di chi, a bordo, deve essere sempre disponibile.-> https://oltregangway.blog/category/hr-reperibile-h24/

Ancora 10 minuti!

La settimana scorsa ci eravamo lasciati parlando dei porti e di come essi erano principalmente e unicamente una cosa: respiri.

Respiri brevi, profondi, mancati, di sollievo, affannati.

Ogni scalo aveva il suo tipo di respiro ed era un continuo salto nel tempo e nello spazio.

E io, quando arrivava il momento che dovevo rientrare in nave, procrastinavo dicendo: «Ancora 10 minuti!».

Perché sapevo cosa mi aspettava. In realtà non sapevo nello specifico cosa mi aspettava al di fuori del planning, ma sapevo con certezza che c’era tanta roba da fare.

Parleremo ancora dei porti, degli scali e dei meravigliosi posti sparpagliati per il mondo nella Serie La geografia delle emozioni, ma adesso…

Let’s start!

Il giorno dello sbarco della mia collega fu per lei una grande emozione.

Dopo il suo primo contratto – mesi intensi che nessuno può immaginare se non li vive in prima persona – Vanessa ebbe un crollo emotivo.

A un paio d’ore dallo sbarco programmato, le venne una crisi di pianto: gioia mista a paura. Tra un singhiozzo e l’altro mi diceva che era contenta di tornare a casa ma che, allo stesso tempo, sarebbe voluta restare. Aveva timore di quello che avrebbe trovato dopo mesi di assenza. Era convinta di dover fare ancora qualcosa a bordo per quei casi non ancora chiusi, come se il suo incarico non fosse finito.

Addirittura non voleva darmi il telefono di servizio e le chiavi dell’ufficio.

Da psicologa che sono, mi occupai di lei. L’ascoltai, la sostenni, la tranquillizzai e le dissi che aveva bisogno di tornare a casa: riposarsi, rigenerarsi, ricaricare le batterie per farsi trovare pronta al prossimo imbarco.

Le ripetei che aveva sistemato tutto quello che poteva sistemare e che lasciava la nave in buone mani.

Che la nave fosse in buone mani con me era ancora tutto da vedere, ma quella frase le strappò un sorriso.

Poi si calmò. L’accompagnai alla gangway, che lasciò a malincuore.

Tornando a bordo pensai che forse Vanessa era troppo giovane per un lavoro così impegnativo. Troppe responsabilità, troppo peso sulle spalle. O forse, più semplicemente, quel lavoro non faceva per lei.

Con il senno di poi, credo che in quel momento abbia avuto un attacco improvviso e acuto della malattia del ferro.

Ma io allora ancora non la conoscevo, quella malattia.
E noi ne parleremo più avanti, nella Serie Il mare dentro.

Quattro settimane senza toccare terra

Oltre alle due settimane di affiancamento, passarono altre due settimane di prova senza mai scendere dalla nave.

Il tempo scorreva in modo vorticoso: esercitazioni ed esami sulla sicurezza, key positions da conoscere, meeting, conference call con il quartier generale, procedure da imparare, richieste quotidiane e casi da gestire.

Non mi ricordavo neanche più da quanto tempo fossi a bordo e com’era la vita là fuori. Era tutto così veloce e intenso che, da una parte, avevo la sensazione di essere imbarcata il giorno prima; dall’altra, mi sembrava di essere lì da sempre.

Eppure la maggior parte del mio lavoro non stava nei momenti eccezionali.

Stava nelle giornate “normali”. Quelle in cui, dalla mattina alla notte, la nave sembrava andare avanti come sempre.

Ed era proprio lì che succedeva di tutto.

Una giornata qualunque (che qualunque non era mai)

6:30 — Il risveglio prima del giorno

La sveglia suonò prima ancora che il cielo decidesse che giorno fosse.

Aprii gli occhi nel semibuio della cabina, in quella frazione di secondo in cui non ricordi esattamente dove ti trovi. Non senti il rumore del traffico. Non annusi l’aroma familiare del caffè che qualcuno sta preparando in cucina.

Erano le 6:30. Il rumore dei motori, il leggero tremolio del letto e un colpo secco di porta nel corridoio mi riportarono esattamente dove mi trovavo: a bordo.

Mi sedetti sul letto, piedi nudi sul pavimento freddo. Attraverso l’oblò vedevo una striscia di mare grigio-azzurro, ancora scuro, e una linea sottile di luce in lontananza. La nave si stava avvicinando lentamente al porto.

Un attimo di sospensione.

Poi la mente partì a ricapitolare il programma: riunione per i turni di lavoro alle nove, report ore di lavoro da chiudere, due valutazioni di fine contratto da condividere con i crew members, un colloquio di richiamo programmato.

“Se nessuno bussa alla porta,” pensai, “oggi riesco a finire almeno i report di fine mese.”

Sulla carta, la giornata era programmata. La nave, però, aveva altri piani.

Colazione: tre e-mail “urgent” e un altro caffè

In mensa, il caffè era già allineato in caraffe anonime. Mi misi in coda col vassoio, ancora mezza addormentata.

«Good morning, ma’am».
«Good morning».

Saluti rapidi, occhi che si incrociavano solo per un secondo. Qualcuno con la divisa perfetta, altri con l’aria di chi aveva dormito poco.

Mi sedetti a un tavolo defilato all’angolo e aprii il telefono per dare un’occhiata alle prime mail:

  • Oggetto: Urgent — Change of duty
  • Oggetto: Urgent — Request for meeting — personal matter
  • Oggetto: Urgent — Incident report — last night

Il caffè, improvvisamente, sembrò meno forte.

Lessi l’incident report: una discussione animata tra due membri del crew bar, degenerata in spintoni. Separati in tempo dal security. Nulla di drammatico, ma abbastanza per finire sul mio tavolo quella mattina.

“Addio mattinata tranquilla,” pensai, prendendo mentalmente nota: convocare entrambi, sentire testimoni, capire se dietro c’era solo stanchezza o qualcosa di più profondo.

8:15 — Lista di impegni

Entrai in ufficio alle 8:15. L’aria condizionata faceva il suo solito rumore leggero, le luci al neon accesero il bianco delle pareti.

Accesi il PC e scorsi le mail, facendo una lista per priorità:

  • litigio al crew bar;
  • assenza ingiustificata al turno delle 6:00 dell’housekeeping;
  • richiesta di cambio cabina per incompatibilità caratteriale;
  • meeting urgente per problemi a casa;
  • due valutazioni di fine contratto già programmate;
  • ore 09:00: riunione con Hotel Director e i Manager del dipartimento Hotel sui turni del prossimo mese;
  • ore 14:00: conference call con il quartier generale.

Ed erano appena le 8:20.

La porta socchiusa

In nave, la porta del mio ufficio era quasi sempre socchiusa.

Ufficialmente, per essere “accessibile”.
In pratica, perché chiuderla del tutto mi faceva sentire in colpa: come se stessi voltando le spalle a qualcuno che, proprio in quel momento, stava facendo fatica a bussare.

Quella porta mezza aperta, però, aveva un prezzo.

Ogni giorno entravano:

  • persone che non riuscivano a dormire per colpa di un cabin mate rumoroso;
  • persone che volevano lasciare la nave;
  • ragazzi con problemi a casa;
  • capi reparto stanchi di reggere il peso delle responsabilità;
  • crew members che avevano combinato qualcosa di grave e non sapevano come uscirne.

Ascoltare era il mio lavoro.
Aiutare a decidere, quando serviva, pure.

Ma a fine giornata, quando la porta finalmente si chiudeva, tutte quelle storie restavano lì. In una stanza dentro di me.

Tarda sera: passeggiata defaticante sul ponte esterno

Spesso, dopo l’ennesimo colloquio difficile, sentivo il bisogno fisico di uscire.

La sera, quando chiudevo l’ufficio, verso le 22:30/23:00, percorrevo il lungo corridoio bianco, salivo le scale di servizio e andavo sull’ultimo ponte esterno.

Lì non c’era quasi nessuno: gli ospiti erano nei saloni, a teatro o a dormire; il crew lavorava, o era al crew bar, o in cabina.

Io camminavo lungo il ponte, guardando il mare scuro.
Respiravo salsedine a pieni polmoni, cercando di lasciare andare almeno un po’ di quello che mi si era incollato addosso durante il giorno.

Qualche volta mi chiedevo: “L’HR ascolta tutti. Ma chi ascolta l’HR?”

Perché nasce questa serie

In questa serie voglio parlare proprio di questo:

  • della fatica emotiva di essere il “contenitore” delle storie degli altri;
  • delle strategie di sopravvivenza che ho provato a usare (lavori creativi e manuali come dipingere, lavorare a maglia o all’uncinetto, ricamare, scrivere, camminare sul ponte esterno, uscire dalla nave in bicicletta);
  • del confine sottile tra il ruolo e la persona, tra la maschera professionale e quello che c’è sotto;
  • del momento in cui, un giorno, un crew member, in uno dei miei ultimi contratti, mi guardò e mi chiese:

«And you… how are you?»

Una domanda semplice, che però all’epoca mi spiazzò.

Perché mi resi conto che, in tanti anni di vita di mare, nessuno me l’aveva chiesto davvero.

Quando l’HR incontra le persone, inevitabilmente entra nelle loro vite.
E, altrettanto inevitabilmente, le loro vite entrano nella vita dell’HR.

È una contaminazione a doppio senso.

Ed è di questo che ti parlerò nella Serie Gente di mare.

-> Prossimo episodio ->

A bordo le urgenze non finiscono mai davvero. E quando la porta si chiude e il mare resta fuori – le storie restano dentro.

Se ti va, raccontami nei commenti: ti è mai capitato di essere “il punto di riferimento” per tutti, senza che nessuno chiedesse come stavi tu?

Porti: luoghi di inizio, di fine, di sospensione.

Questo post fa parte della Serie La geografia delle emozioni
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Oggi che sono a terra e guardo il “mio” mare da lontano, mi capita spesso di rimettere ordine negli appunti sparpagliati che scrivevo quando ero a bordo.
E sento che vale la pena raccontare come sono vissuti i porti a livello emotivo.

Due mondi diversi, stesso porto

In mezzo alla vita intensa e veloce della nave, paradossalmente l’unico elemento stabile sembrava essere proprio il mare, che continuava a scorrere sotto di noi. E mentre la nave proseguiva i suoi itinerari, portavamo entrambi –  passeggeri ed equipaggio – identità, aspettative e fragilità diverse.

Ed erano proprio i porti, alla fine, a ricordarci quanto questi mondi restassero separati.

Per gli ospiti, i porti sono tappe di un itinerario da spuntare: città nuove da visitare, gite organizzate, monumenti da fotografare.

Per l’equipaggio, invece, i porti diventano luoghi-simbolo: il porto dove hai quasi deciso di sbarcare per sempre, quello dove hai conosciuto qualcuno che ti ha cambiato la vita, o quello che ti ricorderà per sempre una bella – o una brutta – notizia.

Parentesi o virgola?

Il porto di fine crociera, per gli ospiti, è la fine della vacanza: una parentesi che si chiude.

Per l’equipaggio, il porto di fine crociera è una virgola.

Una virgola fra un amico che sbarca e un altro che sale, fra un amore che finisce e un altro che forse inizierà, fra la malinconia di veder andare via quella persona a cui ti eri legata e il lavoro che ti risucchia subito nel vortice e offusca la malinconia.

Ogni banchina è un confine: fra l’inizio di una storia e la fine di un’altra, fra una fase emotiva e l’altra.

Tra un “prima” e un “dopo”.

I porti come respiri

Per i crew members, i porti sono spesso sinonimo di “boccata d’aria”, di “respiro”. Ma non tutti i respiri sono uguali.

Respiri affannati: i porti di corsa

Quell’ora tra un turno e l’altro: correre al terminal, trovare il Wi‑Fi gratuito, mandare un messaggio a casa e magari riuscire anche a fare una videochiamata.

Respiri profondi: i porti vicini alla città

Quelli in cui riesci davvero a passeggiare, a camminare a passo lento e a riprendere fiato.

Respiri sospesi: i Main Port

I Main Port, i porti principali della crociera – dove tutto comincia e dove tutto finisce – hanno un ritmo particolare. Lì avviene anche il crew change, il cambio dell’equipaggio: c’è chi sale e inizia il suo primo o nuovo contratto, e c’è chi scende e finisce quel primo, ennesimo o ultimo contratto.

I corridoi adiacenti alla gangway si affollano di gente, valigie, fogli da far firmare, baci e abbracci, pianti e sorrisi.

Respiri rassegnati: quando non puoi scendere

Ci sono porti che ti entrano negli occhi con le loro luci, la curva perfetta della baia, la città che s’intravede in lontananza, i colori dell’alba sull’acqua, l’arcobaleno che incornicia l’altra nave attraccata.

E tu guardi tutto questo dalla nave, perché non puoi scendere.

Respiri interrotti: i porti che restano nello stomaco

E poi ci sono i porti che ti entrano direttamente nello stomaco: quelli legati a un addio, a un rimpianto, a una scelta sbagliata o a una brutta notizia.

La gangway come spartiacque

Io, da HR, ho imparato a leggere i porti anche così: sulle facce di chi saliva, di chi scendeva e di chi restava.

Nel via vai della gangway saliva chi guardava con ansia in avanti verso quell’enorme palazzone dove avrebbe vissuto per i prossimi mesi; scendeva chi si voltava a guardare indietro quella parte della sua vita che, nel giro di poche ore, sarebbe andata via lenta sull’acqua.

E il mare, intanto, era sempre lì.
Indifferente ai nostri imbarchi, ai nostri scali, ai nostri addii.

Per chi vive di nave, ogni banchina è un piccolo spartiacque emotivo: tra il mondo che lasci e quello che, almeno per un po’, chiamerai “casa”.

La vera mappa non è quella geografica

Se metto in fila i porti che ho toccato in dieci anni di nave, la lista è impressionante. E sono grata a questo lavoro: se non mi fossi mai imbarcata, non avrei potuto visitare tanti posti nel mondo.

Lavorare a bordo non è una vacanza. Eppure, qualche volta, il crew riesce a ritagliarsi scampoli di tempo per mettere piede a terra e guardare il mondo non solo dall’oblò.

Ci sono porti che diventano familiari. Ad esempio quelli che ho attraversato in bicicletta, quando mi allontanavo pedalando la bici del welfare, mi intrufolavo nelle vie più impensate del centro città, entravo in una libreria, compravo un libro da leggere in nave, prendevo un gelato nella solita gelateria che col tempo diventava “la mia gelateria”, mi sedevo su una panchina che diventava “la mia panchina”. E respiravo.

E poi c’erano i porti vissuti col cronometro.

I porti attraversati con il bus navetta per andare in centro città erano corse contro il tempo, perché dovevi calcolare anche quei 20 minuti o mezz’ora per andare e tornare. A volte rinunciavo perché ero troppo stanca anche solo a pensare di uscire dalla nave. Altre volte avevo invece proprio una necessità fisica di farla questa corsa contro il tempo.

Anche i porti in rada, in cui per scendere e toccare terra si doveva prendere la lancia. A volte vedevi le città solo dall’alto della nave perché il tempo per scendere in lancia non c’era, altre volte decidevi di uscire ugualmente ma con il cronometro alla mano.

IPM: quando il porto lo vivi da lontano

E poi ci sono quei meravigliosi porti in cui tu non puoi uscire perché sei in Port Manning.

In-Port Manning, spesso abbreviato in IPM, è il numero minimo di membri dell’equipaggio che devono rimanere a bordo mentre la nave è ormeggiata, per garantire la sicurezza della nave.
È a rotazione, ma quando tocca a te significa una cosa sola: non puoi scendere.

Se sei in IPM nell’unica sosta prevista a Santorini, per esempio, vedrai l’isola e le sue case bianche solo dal ponte esterno della nave.

Questa serie: porti come tappe emotive

Dunque, in questa serie voglio raccontare i porti che non sono solo “scali”, ma tappe emotive: quelli vissuti di corsa, quelli in cui non si poteva scendere per lavoro o per sicurezza, quelli in cui impari a respirare di nuovo, quelli legati a un addio, quelli in cui per un attimo ti sembra di poter restare a terra e non vorresti mai risalire in nave.

Ti porterò con me in bicicletta a Fukuoka e ad Amsterdam, a piedi a Barcellona e a Cádiz, col bus navetta a Marsiglia o a Dubai, e in lancia a Santorini – perché quel giorno fortunatamente non saremo in IPM.

Forse saranno luoghi che conosci già.
Ma forse non li hai mai visti dalla prospettiva del mare.

Ancora 10 minuti!

E comunque, qualsiasi fosse il tipo di porto o il tipo di respiro, prima di rientrare in nave , guardavo la nave dalla prospettiva terrestre e dicevo: «Ancora 10 minuti!».

Perché sapevo cosa mi aspettava una volta rientrata a bordo. O meglio, perché non sapevo esattamente cosa mi aspettava, oltre alle attività programmate.

Ancora 10 minuti!
Nord Europa – Norvegia – Fiordi – Capo Nord

La vera geografia, a bordo, è quella che ti cambia dentro.

Qual è il porto che per te è stato un inizio, una fine o una sospensione?

La vita di nave ti spacca in due

Questo post fa parte della Serie Il mare dentro
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Non so quando succede esattamente.
Non c’è un giorno preciso, né un episodio solo.

Ci sono esperienze che non finiscono quando scendi a terra.
Restano lì, sotto pelle, e tornano a galla nei momenti più impensati.

A un certo punto te ne accorgi: qualcosa si è spostato dentro di te.
La vita di nave ti ha diviso in due parti che non si ricompongono più del tutto.

Da quel primo impatto con la Crew Area a oggi sono passati più di dieci anni.

Eppure, se chiudo gli occhi, la sensazione è ancora la stessa: la vita di nave non ti lascia intero.

Nel tempo ho provato a dare un nome a quella strana sensazione, a capire perché il mare sia così totalizzante e ambivalente.

Poi ho capito che non era un enigma da risolvere, ma una frattura da accettare.

Alla fine mi sono dovuta rassegnare a una verità spiazzante: una volta che l’hai vissuta sulla tua pelle, la vita di nave ti spacca in due.

Ci sono luoghi che non restano solo nei ricordi: restano nel corpo.

E ci sono vite che, anche quando le lasci, continuano a chiamarti.

Il mare non entra in punta di piedi.

Non lambisce le tue caviglie quando passeggi sulla battigia.

Arriva di prepotenza, prende spazio, cambia il ritmo delle giornate.

E quando te ne vai, non se ne va con te.

Non c’è niente da fare.

Chi ha navigato per tanti anni lo sa: il mare ti resta dentro.

Il mare non ti aspetta

Perché il mare non è statico, come lo sono la montagna o la collina.

La montagna o la collina, in fin dei conti, sono una certezza. Possono cambiare colori e profumi con il cambiare delle stagioni, certo.

Ma tu sai che sono sempre là. A piedi, in bicicletta, in macchina, in autobus, in taxi o in aereo tu le puoi raggiungere.

Loro sono là. Non si muovono. Ti aspettano.

Il mare no. Il mare non è sempre là.
È un’entità in movimento: va e viene.

Il mare non ti aspetta.

Forse è per questo che ti rimane dentro: perché il suo umore condiziona il tuo.

Vorresti placarlo quando è infuriato, e invece è lui che risucchia te nel suo brutto carattere e ti incute paura.

Vorresti abbandonarti a lui quando è calmo, ma non puoi mai abbandonarti completamente: devi stare sempre all’erta.

Il mare visto dal mare

Il mare non è sempre là dove te lo aspetti.

Parlo del mare visto dal mare, non del mare visto dalla terra.

Nero, cupo, profondo e irresistibile

Quel mare nero, cupo e profondo, che terrorizza e affascina allo stesso tempo.

Quel mare misterioso, ma anche meraviglioso quando diventa una linea piatta che sembra una piscina.

Scompare all’orizzonte

Quel mare che qualche volta s’impasta con il cielo e fa scomparire la linea dell’orizzonte.

Quel mare infinito basso che può diventare un tutt’uno con l’infinito alto e fondersi con esso in un abbraccio commovente, come fossero due amanti nascosti dentro la foschia del mattino a proteggere la nave che galleggia in una bolla di sapone.

E riappare con luce e colore

Quel mare dove il sole si appoggia la sera trovando riposo e colorandolo di rosso.

Quello stesso mare dove il sole si affaccia al mattino e, come un pittore che si è appena svegliato e non sa ancora cosa vuole dipingere, inizia a spargere raggi dappertutto e a colorare acqua e aria con pennellate pastello.

Quel mare che non è mai uguale a se stesso: cambia colore con il cambiare della luce del giorno e della notte, e in base alla profondità delle acque.

E così passa, con nonchalance, dal grigio al greige della riva, al brillante azzurro ciano (a metà strada tra il blu e il verde), al giallo-arancio e al rosso per colpa delle pennellate del sole.

E infine si mostra con tutte le sue sfumature di verde e blu: dal verde mela al verde salvia, dal verde prato al verde bosco, fino al verde/blu petrolio. Dall’azzurro ceruleo al blu cobalto, dal blu oltremare al blu notte, fino a scomparire e nascondersi completamente dietro al total black, diventando un buco nero.

Quel mare lì, quello che ogni giorno ti regala un quadro diverso: troppo bello e troppo difficile da riprodurre.

Il mare che ti scuote e ti culla

E poi, un attimo dopo, ti destabilizza e ti fa saltare in aria quando sbatte prepotentemente contro il ferro della nave.

Quel mare che un giorno ti fa rivoltare lo stomaco e poi la notte ti culla dolcemente, come se tu fossi un bambino in fasce.

Insomma… quel mare lì mi è rimasto dentro.

Non quello che vedo oggi dalla riva.

Il canto delle sirene

A volte, mentre nuoto in mare o pagaio con la canoa, mi ritrovo quasi inconsapevolmente ad andare più al largo di quanto dovrei o potrei.

Lascio la riva e la terra dietro di me e mi dirigo verso il mare alto.

È come se da quella parte ci fosse un richiamo.
Soprattutto al mattino presto o al tramonto, quando in spiaggia non c’è quasi nessuno, mi sembra di sentirlo, quel richiamo sottile.

Non è il desiderio di “fare una crociera”.

È qualcosa di più antico e irrazionale, quasi come se il canto delle sirene esistesse davvero.

Per un istante mi sembra persino possibile tornare a bordo dopo tre anni, risalire la gangway e rimettere il name-tag sulla divisa.

Poi, puntuale, arriva un rumore a spezzare l’incantesimo: un motorino che passa sulla strada dietro, le voci di un gruppo di adolescenti che giocano a beach volley, o un cane che abbaia a qualcuno che fa jogging.

Mi volto e vedo un gruppo di turisti che sorridono e scattano fotografie.

E la mia mente fa un tuffo nel passato recente: a quando vivevo in nave e, durante la pausa pranzo, uscivo per esplorare scampoli di mondo che – se non avessi fatto questo lavoro – sarebbero rimasti a me sconosciuti.

Il mare non ti aspetta. Ma ti resta dentro.

Anche a te è mai capitato di sentire il richiamo del mare, anche da terra?
Condividi la tua esperienza.

Il primo impatto con la “Crew Area”


[Questo fa parte della Serie Dietro le porte “Crew only”]

https://oltregangway.blog/category/dietro-le-porte-crew-only/

Ero appena salita sulla nave, per la prima volta.

Alla fine della gangway, un membro dell’equipaggio con una divisa impeccabile di housekeeping mi accolse con un sorriso professionale: «Welcome on board, HR Director. This way, please. Follow me».

Cominciai a seguirlo, mentre qualcun altro prendeva le mie valigie e le portava in cabina.

Dal “salotto” degli ospiti al retrobottega

Seguii il ragazzo in un corridoio di moquette colorata, caratterizzato da quadri, musica rilassante e luci calde che illuminavano una scala elegante.

Nella main hall, la sala principale, era posizionato un pianoforte contornato da morbidi divani dove alcuni ospiti chiacchieravano davanti a un aperitivo.

Dopo pochi metri, il mio accompagnatore aprì la porta “Crew Only” e ci ritrovammo in un altro scenario: il pavimento diventò linoleum, le luci più fredde e le pareti bianche erano decorate solo da bacheche informative.

Fu come passare dal salotto di un albergo all’enorme retrobottega.

L’aria era più calda, più densa, con un odore misto di metallo, detersivo e qualcosa di indefinibile, ma immediatamente e decisamente sapeva di “nave”.

«Crew area», disse lui. «This is where we live».

«Qui è dove viviamo noi»

Ricordo perfettamente la sensazione che provai nel varcare quel limite: dalla scintillante area passeggeri all’anonima crew area. E nel sentire quelle parole: «Qui è dove viviamo noi».

Attraversammo il corridoio centrale, più largo, dove si intersecavano tutti gli altri corridoi più stretti che portavano alle cabine crew, e scale di ferro che scendevano ai ponti inferiori.

I corridoi erano stretti, infiniti, tutti uguali a prima vista: porte antincendio, cartelli tecnici, tubi a vista, estintori.

Alla fine di uno di quei corridoi, il mio accompagnatore si fermò davanti a una porta con una targa: “Human Resources Director Office”.

Bussò e una voce femminile ci invitò a entrare.

L’ufficio HR, e la prima nota stonata

L’ufficio HR era una stanza non grande: una scrivania con computer, cassettiere, scaffali pieni di faldoni, una bacheca con orari, comunicazioni e qualche foto di gruppo.

Ringraziai il ragazzo, che rimase sulla porta, mentre la mia collega mi accoglieva scusandosi di non essere potuta venire alla gangway a causa di un episodio accaduto quella stessa mattina.

«Poi ti racconto», mi disse. «Adesso Jose ti accompagna alla training room per effettuare le procedure d’imbarco. Lì conoscerai anche Matilda, la nostra insegnante di bordo».

«Ah, sono contenta», risposi sorridendo e fiduciosa. «Spero che mi aiuti a studiare e migliorare il mio inglese».

«Sì, ho saputo», replicò lei con un’espressione che non mi piacque affatto, ma non lo lasciai intuire.

Poi si riprese e continuò: «Comunque, per queste due settimane di affiancamento, tu avrai la cabina degli ospiti. Poi, quando sbarcherò io, prenderai la cabina dell’HR».

Il corridoio e gli sguardi: “è arrivata la nuova HR”

Mi avviai con Jose e, mentre camminavo al suo fianco con la cartellina dei documenti, sembravo una bambina spaesata al primo giorno di scuola, frastornata dagli altri crew members che andavano su e giù con le loro divise.

Alcuni indossavano vestiti personali: presumibilmente erano nel loro orario di riposo. Altri spingevano carrelli della lavanderia, della cucina o attrezzatura tecnica. Alcuni gruppetti erano fermi a chiacchierare.

E comunque, tutti si girarono al mio passaggio.

Non perché fossi io, ovvio, ma perché ero la nuova HR.

Tutti sapevano che quel giorno sarebbe imbarcata la nuova HR e dunque mi salutavano con un sorriso: “Good morning, ma’am”, “Welcome on board, ma’am” o, più amichevolmente, “Hi HR”, a prescindere dalla nazionalità o dal colore della divisa.

Ricambiavo con il sorriso e il saluto e devo dire che questa bellissima abitudine di sorridersi e salutarsi, a prescindere dal fatto che ci si conosca o meno, da quel giorno in poi mi è rimasta per tutti gli anni di navigazione, anche quando sbarcavo e tornavo a casa.

Solo che, quando sei a terra, questo atteggiamento sembra una stranezza. La gente ti guarda male se sorridi e saluti, che so, al supermercato, in piazza o al bar.

I loro sguardi sembrano parlare e dirti: “Ma chi ti conosce?!”.

La training room: il rito d’ingresso

Comunque, per tornare al mio primo giorno a bordo, io e Jose raggiungemmo la training room.

Lì conobbi il Safety Trainer con l’ufficiale di turno, il Dottore di bordo con i suoi due infermieri, il Security Officer con un paio di Security Guards, il Commissario deputato al controllo dei documenti, l’insegnante di bordo e una ventina di crew members imbarcati quel giorno insieme a me.

Furono espletate tutte le operazioni d’imbarco.

E intanto io prendevo appunti mentalmente, perché sapevo che quel meeting sarebbe stato una delle mie responsabilità per tutti i successivi imbarchi dell’equipaggio.

«Are you ready?»

Maria, la responsabile delle cabine, si presentò a me con quel suo tipico sorriso latino-americano e mi accompagnò al mio alloggio provvisorio: una cabina riservata agli ospiti.

Diciamo che il mio primo impatto con la cabina fu buono: piccola ma accogliente, con letto matrimoniale, armadio, un paio di quadri, un divanetto, la televisione e il bagnetto. Aveva anche il balconcino vista mare con un tavolinetto e due sedie.

Magari fosse stata la cabina crew.

«Ti lascio qualche minuto per sistemarti», disse Maria. «Poi ti faccio fare un giro nella crew area e andiamo a mangiare qualcosa».

Tornò una mezz’oretta dopo.

«Are you ready?» chiese, con un tono ironico che si leggeva chiaramente tra le righe.

«Sì… more or less.»

Mentivo. Non ero pronta. Non ero affatto pronta.

Maria mi guardò con un sorriso che non capivo se fosse di incoraggiamento o di compassione.

Un altro mondo

Percorremmo un tratto di corridoio della zona passeggeri accompagnate da una musica di sottofondo, l’odore di fiori freschi e l’aroma di buon caffè.

Poi varcammo la porta “Crew Only”.

La prima volta ci ero entrata di corsa, guidata da Jose, ed ero troppo frastornata per fare attenzione ai dettagli.

La seconda volta, con Maria, ci entrai davvero nell’altro mondo.

Il soffitto si era abbassato di qualche centimetro, le luci erano diventate molto più bianche e asettiche. Dalla moquette morbida si era passati a un linoleum grigio, segnato dal passaggio di un flusso continuo di persone in divisa, carrelli, casse e pacchi.

Scendemmo ancora. Il rumore dei motori aumentò, diventando un brontolio costante che sembrava provenire direttamente da sotto le suole delle scarpe.

L’aria si fece più calda, più densa, con un odore misto di metallo, detersivo e qualcosa di indefinibile, ma immediatamente e decisamente sapeva di “nave”.

«Benvenuta nella crew area», disse fiera Maria.

La nave che respira

Fu in quel momento che sentii davvero la nave.

Non solo con gli occhi e con il naso, ma con il corpo intero.

Prestai più attenzione a un sottofondo che non avevo registrato prima. Non era solo il rumore dei passi o delle voci.

Potevo quasi sentire l’acqua sotto il ferro.

Eravamo ancora in porto, ovviamente, ma il motore della nave non è mai fermo.

Il pavimento vibrava leggermente a ogni passo, come se stessimo camminando sulla schiena di un animale addormentato che respirava.

Non so come spiegarlo.

Era un respiro soave che veniva dal mare e, al tempo stesso, una specie di respiro metallico che proveniva dal ventre della nave.

Il suono continuo e profondo che proveniva dai motori e dalle condotte dell’aria condizionata sembrava andare a ritmo con il leggero tremolio dei pavimenti.

Era così che quel gigante di metallo respirava: inspirava ed espirava attraverso tubi, condotti, impianti, pavimenti e corridoi.

Ogni tanto un cigolio regolare, come un’articolazione con l’artrosi che si muoveva sempre nello stesso punto: una porta pesante che si apriva e si chiudeva con un lamento breve, sempre uguale.

«Tutto bene?» chiese Maria.

«Sì, sì. Stavo solo… ascoltando.»

«Ah, quello?» fece lei con noncuranza. «Ci fai caso solo i primi giorni. Poi ti entra nel cervello e non lo senti più. È la nave che respira».

Quello fu il mio primissimo impatto in crew area.

Ancora non sapevo di quanto il mare mi potesse entrare dentro e non uscirne mai più.

Prossimo post -> La vita di nave ti spacca in due

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

Il primo sguardo dal molo e il primo passo sulla gangway


[Questo post apre la Serie Dietro le porte “Crew only”]

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Civitavecchia

Il tassista rallentò all’ingresso del porto e abbassò il finestrino per parlare con la security.

Io approfittai di quell’attimo per guardare l’orologio: erano da poco passate le otto del mattino, ma mi sembrava già tardi per cambiare idea.

L’aria sapeva di carburante, salsedine e un vago odore di ferro bagnato.

Camion carichi di container si muovevano lenti come animali pesanti, gru che sembravano braccia giganti si alzavano e si abbassavano sopra il molo.

Fischietti, voci, clacson: un caos organizzato, dove tutti sembravano sapere esattamente cosa fare.

Tutti, tranne me.

«First time on a cruise ship?»

«First time on a cruise ship?» chiese il tassista, gettando un’occhiata dallo specchietto.

Esitai un secondo. «Si vede così tanto?»

Lui sorrise: «Lo si vede dagli occhi».

Girò a destra, poi a sinistra, costeggiando un capannone basso color grigio sporco.

E fu allora che la vidi.

La nave non fu discreta

La nave non apparve semplicemente come un elemento sullo sfondo di un paesaggio fotografato.

Lei si impose con prepotenza al mio sguardo.

Un muro bianco e altissimo esplose davanti a noi, con file ordinate di oblò e balconi che sembravano finestre di un palazzo infinito adagiato sull’acqua.

Il nome sulla murata, a grandi lettere, sancì che da quel momento non era più “una” nave qualsiasi. Era la mia nave.

Per un istante ebbi la sensazione fisica che l’aria si facesse più densa.

Mi sentii minuscola, così come mi ero sentita piccola qualche ora prima sotto alla statua “Il Bacio della Memoria” del porto di Civitavecchia, che oggi non c’è più.

«Eccola lì, la sua nuova casa. Non abbia timore», disse il tassista, come se mi avesse letto il pensiero.

La mia casa nuova.

A me sembrava piuttosto un gigante semiaddormentato e ingombrante.

Il tassista scese dalla macchina, aprì il bagagliaio, posò le mie due valigie a terra e disse: «Buon vento!».

«Grazie», proferii timidamente, mentre l’impulso di tornare indietro tentava di affiorare in superficie.

Crew check-in: tutti sanno cosa fare, tranne me

Presi le valigie e feci qualche passo verso l’ingresso “Crew check-in”.

I marittimi entravano e uscivano con valigie di ogni tipo: zaini vissuti, trolley rigidi, borsoni apparentemente troppo pieni. Alcuni erano già in parte in divisa, altri in jeans e t-shirt. Ridevano, parlavano al telefono, fumavano, si salutavano con pacche sulle spalle.

Avevano l’aria di chi stava tornando in un posto conosciuto.

Dentro allo spazio adibito al “Crew check-in”, una ragazza in uniforme alzò lo sguardo dal computer: «Good morning. Name, please».

Dissi il mio nome e cognome e aggiunsi quasi in automatico: «Human Resources Director».

Le sue dita corsero sulla tastiera. «Mi scusi, ma il suo nome non è nella lista dell’equipaggio da imbarcare. Attenda un attimo che verifichiamo».

Mi accomodai su una sedia mentre lei continuava a verificare i documenti di altri crew members.

Passò parecchio tempo e nessuno venne a spiegarmi cosa stava accadendo.

Con una calma che mi stupì, iniziai a fare domande agli addetti alla sicurezza mostrando i miei documenti d’imbarco e loro confermarono che il mio nome non risultava nella lista crew e nemmeno in quella degli ospiti.

Chiesi alla ragazza di verificare con la mia collega di bordo. Nel frattempo chiamai la mia referente della sede centrale, che si mortificò per l’equivoco e si prodigò per regolarizzare la mia posizione.

Dopo un’altra ora iniziai finalmente a seguire tutte le pratiche d’imbarco.

La ragazza mi fece firmare un paio di documenti, scattò la foto alla mia faccia frastornata – un flash improvviso in un momento in cui avrei preferito essere invisibile – e mi porse il name-tag.

Per la prima volta lessi il mio nome accanto alla scritta “HR Director”, sotto il logo della Compagnia.

Vedere scritto, nero su bianco, quello che “ero” mi riempì allo stesso tempo di orgoglio e stima verso me stessa, e di intrepido sgomento verso l’enorme incombenza che il mio ruolo richiedeva.

Era ufficiale: non stavo semplicemente salendo su una nave. Da qualche parte, dietro quel muro bianco, mi stavano aspettando più di mille persone che presto avrebbero portato, sulla divisa, un pezzetto della mia responsabilità.

«Welcome on board, ma’am,» disse la ragazza con un sorriso professionale.

La gangway: il confine che si sposta

Davanti a me, sul molo, la gangway aspettava e invitava a salire.

Quel ponte metallico che collegava la terra alla nave, e viceversa, oscillava leggermente sotto i passi e il rotolare delle ruote delle valigie di ogni persona che lo attraversava, in salita o in discesa.

Il corrimano era freddo al tatto. Ogni passo faceva un suono secco, vuoto, che rimbalzava tra nave e banchina.

Feci un respiro profondo e poi il primo passo: un gesto piccolissimo che portava con sé tutto il peso di una decisione enorme.

Al primo passo sentii, fisicamente, il confine spostarsi: non ero più a terra, ma non ero ancora a bordo.

Per qualche secondo, nell’attraversare la gangway, ebbi la sensazione di essere sospesa non solo tra due piani, ma tra due vite: quella precedente e quella futura.

Guardai un attimo indietro – verso il terminal, verso il taxi che se n’era già andato – e poi davanti, verso quella rampa inclinata.

Alla fine della rampa, un addetto della security prese il mio badge, lo passò sul lettore, sorrise e proferì quella frase che poi, nell’arco dei successivi dieci anni, avrei sentito migliaia di volte:

«Welcome on board, ma’am».

Un bip secco. Un “ok” sullo schermo.

Ero ufficialmente a bordo.

Ed è da lì, da quel primo sguardo dal molo, da quel primo passo sulla gangway, che comincia la mia vita nella città galleggiante.

Da qui in poi, tutto cambia: orari, confini, privacy, perfino il modo di respirare.

Nei prossimi post -> Serie  Dietro le porte “Crew only” -> ti porterò dentro la crew area (corridoi bianchi, uffici, cabine… ) e ti parlerò delle regole – scritte e non scritte – che tengono in piedi la città invisibile agli ospiti.

Se ti sei persa/o qualche post della Serie precedente, clicca qui: Prima di imbarcare.

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

Da Anzio a “ready to embark”

[Questo è l’ultimo post della Serie Prima di imbarcare]-> https://oltregangway.blog/category/prima-di-imbarcare/

Fu così che entrai nella centrifuga di questa esperienza incredibile.

Subito dopo la firma del contratto, il primo passo fu il corso BST (Basic Safety Training) ad Anzio: il percorso formativo obbligatorio, essenziale per lavorare a bordo delle navi.

BST: imparare a sopravvivere in nave prima ancora di imparare a viverci

Ad Anzio imparai, in due settimane, un condensato di cose che non avevano niente a che fare con tutti i lavori svolti precedentemente: come indossare un giubbotto di salvataggio nel modo giusto, come tuffarsi da un trampolino simulando un abbandono nave, come resistere in acqua fredda, come usare una zattera di salvataggio in acqua.

E come tuffarsi in un mare in tempesta di notte. Cosa che, tra l’altro, bisogna auspicarsi di non dover fare mai.

Sono sicura che questa prova – facoltativa –  rimarrà impressa nella mia memoria per sempre.

La piscina e l’elicottero:
la prova che non dimentichi

Quando uscimmo dallo spogliatoio, lo scenario era da brividi.

La piscina era tutta buia e l’acqua si muoveva come fosse mare. Si sentivano rumori reali di onde, raffiche di vento ai lati che sparavano acqua, il forte battito ritmico delle pale dell’elicottero. Dall’alto pendeva una fune spessa che dondolava come se davvero fosse stata calata da un elicottero sopra di noi.

All’uscita dagli spogliatoi rimanemmo bloccati a guardare quello scenario apocalittico.

Quando fummo sopra al trampolino, l’istruttore – sempre gridando, perché altrimenti non avremmo potuto sentirlo – ci spiegò cosa fare e come farlo.

Ecco, posso solo dire che quando fu il mio turno, a bordo di quel trampolino, guardando sotto l’acqua buia e mossa di una piscina di cui non si intravedeva il fondo, in mezzo a tutto quel trambusto, con l’istruttore che mi urlava di tuffarmi, sono riuscita a farlo soltanto emettendo lunghi respiri profondi e ripetendo a me stessa: «È solo una piscina. È solo una piscina. È solo una piscina.»

Fuoco, fumo e primo soccorso

Poi fu la volta di imparare a spegnere un incendio, come muoversi in un ambiente invaso dal fumo, come fare un massaggio cardiaco, come gestire la folla in caso di emergenza.

Sentire il proprio respiro affannato filtrare attraverso la maschera ed entrare in un container buio pieno di fumo alla ricerca di un manichino trasmetteva una sensazione claustrofobica, anche se era solo una simulazione. Non osavo pensare a quale sensazione si potesse provare in una situazione reale.

E di certo non potevo immaginare che un giorno, a bordo, avrei sentito davvero il segnale dell’allarme fuoco.

Ad ogni modo, si creò un bel gruppo.

Conobbi i miei primi veri compagni di avventura: gente che stava per imbarcare come me, al primo contratto. E mi divertii tantissimo.

Alcuni di loro li ho poi rincontrati in nave ed è stato davvero emozionante.

La sede centrale:
la mosca bianca in full immersion

Subito dopo Anzio iniziò il mese di formazione pratica alla sede centrale, tutto rigorosamente in inglese, con insegnanti madrelingua.

I miei colleghi corsisti erano eccellenti con la lingua. Parlavano con naturalezza, si lanciavano in battute, intervenivano con sicurezza negli esercizi.

Io ero – diciamolo – la mosca bianca.

Non lo dico per fare la vittima, ma come un dato di fatto.

Nel giro di pochi giorni si era sparsa la voce tra gli uffici: «Al training c’è una signora che non sa neanche parlare inglese».

Spesso mi guardavano con un misto di curiosità e superiorità, come si guarda qualcuno che sicuramente non ce la può fare.

Così adottai un mantra preso in prestito dal sommo Dante, perfetto per la situazione: «Non ti curar di loro, ma guarda e passa».

Me lo ripetevo ogni volta che sentivo un sorrisetto alle spalle, un commento sul mio accento, una battuta sul mio “yes” di salvataggio.

Fortunatamente non erano tutti così. Almeno un paio di ragazzi e una ragazza erano apertamente dalla mia parte.

E così, senza tanti giri di parole, fu un mese durissimo.

Sostanza o forma? Cosa conta di più?

Il paradosso è che, sul piano dei contenuti, era l’esatto opposto. Capivo perfettamente gli argomenti trattati: performance, gestione del conflitto, casi disciplinari, welfare del personale. Quello, da anni, era il mio mestiere.

Il problema non era capire. Era parlare.

La paura di sbagliare davanti a chi sembrava nato bilingue mi bloccava. Rimanevo zitta anche quando avevo un’opinione chiara, esempi concreti, idee su come si potesse gestire meglio una certa situazione.

Li guardavo fare esercizi di role play, simulare colloqui, discutere di “best practices” e, con il mio occhio da psicologa, non potevo non notare che: alcuni recitavano bene, ma non avevano mai gestito un conflitto vero nella vita; altri citavano alla perfezione modelli teorici, ma si perdevano quando si trattava di calarsi davvero nei panni di un’altra persona.

Eppure, sì: parlavano indubbiamente bene in inglese. Tuttavia usavano quella competenza per riempire i vuoti di esperienza, per spostare l’attenzione dal “cosa” al “come” lo stavano dicendo.

Io, al contrario, avevo molta sostanza e poca forma nella lingua.

La strategia vincente: “occhio sulla palla”

Decisi allora di adottare una strategia sportiva, semplice ma molto efficace: “occhio sulla palla”. Mantenere sempre il focus sull’obiettivo senza prestare attenzione alle distrazioni o alle derisioni del pubblico.

Puntai tutto sui miei punti di forza: l’ascolto e la comprensione.

Per parlare avrei avuto tempo.

In quelle otto ore al giorno di full immersion in inglese non mi potevo permettere distrazioni o il lusso di perdermi anche solo una parola.

A fine giornata, però, che mal di testa.

Ogni venerdì, a fine settimana, c’era un esame. Non un quiz sulla lingua inglese, ma un test sugli argomenti trattati.

Il sabato a mattina andavo a nuotare in piscina per alleggerire il peso emotivo di quei giorni intensi. E il lunedì ero pronta a ricominciare.

Molti colleghi che, a dirla tutta, non si aspettavano che io passassi i vari steps, si stavano già accomiatando con me.

E invece, contro ogni pronostico, superai la prima settimana, poi la seconda, la terza, fino ad arrivare all’ultima.

Alla fine risultò che avevo preso il massimo del punteggio in tutti i moduli e alcuni colleghi, che avevano preso meno di me, erano increduli. Continuavano a ripetere: «Ma com’è possibile, se lei non sa parlare neanche inglese?».

D’altra parte – forse alcuni non lo avevano ancora capito – non era un esame d’inglese.

Era un esame di competenze HR. E quello era il mio campo.

Avrei potuto fare questo lavoro anche se fossi stata muta.

«Valentina is ready to embark»

Non potrò mai dimenticare il colloquio finale one-to-one con la Direttrice del corso.

Mi sedetti di fronte a lei, giocherellando con la penna.

Lei sorrise per tranquillizzarmi e poi disse, rigorosamente in inglese:

«Tu hai tutte le competenze per svolgere questo lavoro. Sarai una grande Direttrice delle Risorse Umane a bordo. Sei un po’ carente in inglese, ma tu questo lo sai e ci stai già lavorando. Continua così.

Ricorda: le competenze che hai tu non si imparano in pochi mesi studiando. L’inglese sì. All’inizio ti basta capire cosa ti dicono e farti capire in qualche modo. Poi, una volta a bordo, sarai costretta a parlare in inglese. Lo imparerai molto più in fretta di quanto credi.

Per me sei pronta per l’imbarco.»

E subito dopo, proprio davanti a me, prese il telefono, chiamò il suo referente della sede centrale e, pronunciando il mio nome, disse:

«Valentina is ready to embark».

Pronta per imbarcare.

E mi fermo qui. Perché l’emozione di quel momento è talmente impressa e vivida nella mia memoria che non ha bisogno di parole.

Brilla di luce propria, come la stella polare nella notte più buia.

Prossimo post: la gangway

Nel post successivo non ci saranno più corsi, né simulazioni.

Ci sarà il porto, la nave, un taxi che rallenta davanti allo scafo, il primo sguardo dal molo… e la gangway.

È da lì che entriamo finalmente a bordo della nave.

* * *

Quello che hai appena letto era l’ultimo post della Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

DA QUI SI ENTRA A BORDO:

-> Comincia a seguire la Serie Dietro le porte “Crew Only”
-> andremo finalmente “oltre la gangway” -> Il primo sguardo dal molo e il primo passo sulla gangway

… all’offerta che mi ha cambiato la vita

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Navigare a vista

Con quel tasto “INVIA” avevo appena confermato la mia disponibilità al secondo colloquio presso la sede centrale della compagnia di crociera.

Ora, avevo solo una settimana scarsa per:

a) trovare i soldi;
b) intensificare la mia padronanza dell’inglese al massimo possibile.

Praticamente una missione impossibile.

Ma anche una sfida che non potevo permettermi di perdere.

Fu allora che mi tornò in mente quella foto a Savona.

Collegai l’hard disk al PC e rividi la me di due anni prima: io che dondolavo sulla catenella, la Torretta a destra, le barche a sinistra, e dietro la mia schiena proprio lei, la nave.

Se davvero il mio destino stava per compiersi, io dovevo farmi trovare pronta. Senza “ma” e senza “se”.

Primo scoglio: trovare i soldi

«Pensa – mi dissi – pensa. Un modo ci sarà».

E un modo c’era. Era lì, davanti ai miei occhi. Era stato lì da sempre. Solo che io non l’avevo mai visto.

La scatola dei gioielli.

Quei regali preziosi accumulati negli anni – che ormai non indossavo neanche più in quanto avevano perso il loro valore affettivo a causa della dubbia intenzione di chi li aveva comprati – che ci facevano ancora lì?

E poi, voglio dire, anche se l’avessi indossati, cosa sarebbe cambiato?

Nulla. Erano solo oggetti.

Quello che potevano rappresentare, invece, era un lasciapassare verso una nuova vita. Una possibilità.

Detto, fatto.

Presi la scatola, entrai in un punto “Compro Oro” con coraggio e determinazione, e ne uscii con i contanti.

Primo scoglio superato: avevo acquisito, letteralmente, il biglietto e il diritto di presentarmi all’appuntamento con il mio destino.

In ogni caso a quel colloquio mi sarei giocata tutto. O la va, o la spacca.

Secondo scoglio: l’inglese

Intensificai il ritmo iniziando a costruirmi una piccola isola di sicurezza linguistica dove poter approdare in caso di bisogno: il mio profilo, la mia storia e la mia esperienza.

Quando giunse il momento del viaggio, ebbi la sensazione netta che stavo imboccando una strada che era stata disegnata appositamente per me.

La sera prima del viaggio avevo la testa piena di parole inglesi. Ma una cosa era cambiata rispetto al primo colloquio: questa volta, almeno, sentivo di avere una chiave un po’ più adatta alla porta che volevo aprire.

Ancora non sapevo se fosse la chiave giusta.

Non mi restava altro che provarla.

Si parte!

Direzione: cambiamento.

Io, con il mio piccolo trolley, una cartellina con dentro il CV in doppia lingua, autobus, aereo, taxi e hotel in una città che non conoscevo.

Dentro di me c’era una frase che batteva in loop, come una radio su una sola frequenza, che mi accompagnò per tutto il viaggio, fino al colloquio: “This job is mine. I just have to go and get it” – “Questo lavoro è mio. Devo solo andare a prendermelo”.

Non era presunzione. Era solo un modo per non lasciare che la paura s’infiltrasse a tradimento e prendesse il comando dell’operazione.

Lo ripetei più volte la sera in albergo mentre guardavo il soffitto, al mattino davanti al caffè e dentro il taxi che mi portò alla sede.

La resa dei conti – fra inciampi e verità

La giornata dei colloqui fu davvero intensa. Incontrai diversi esaminatori.

Il primo incontro fu conoscitivo, centrato sulle soft skills: come ti relazioni? come gestisci un conflitto? perché vuoi fare questo lavoro a bordo? come pensi di reggere la vita in nave?

Gli altri colloqui furono più tecnici, focalizzati su: le mie esperienze HR, processi di selezione, valutazioni; casi disciplinari, gestione del welfare e gestione delle ore di lavoro; simulazioni di casi tipici a bordo – “cosa faresti se…” – “come ti muoveresti in questa situazione…”; contesto multiculturale, modi di lavorare contemporaneamente con nazionalità e religioni diverse.

Il tutto rigorosamente in inglese, che non fu perfetto, è ovvio.

Qualche volta scivolavo su una parola in italiano, perché non c’era altro da fare: l’inglese proprio non mi arrivava.

Altre volte esprimevo deliberatamente il concetto prima in inglese e poi lo precisavo in italiano, onde evitare dubbi o fraintendimenti su questioni delicate.

Ma ogni volta che alzavo gli occhi per guardare le loro facce, ci leggevo qualcosa di tranquillizzante: attenzione, interesse, a tratti persino approvazione.

D’altra parte non stavano cercando un’insegnante di inglese. Stavano cercando una persona che sapesse fare l’HR, in un contesto nuovo e complesso.

E quello, al netto degli inciampi linguistici, era qualcosa che sentivo mio.

Alla fine, uscii dal circuito di stanze e tavoli e mi ritrovai di nuovo nell’atrio, accompagnata dalla frase più classica del mondo: «Le faremo sapere – questa volta, però, seguita da – Ci sentiamo presto», che faceva ben sperare.

Lacrime dietro gli occhiali da sole

Era ormai pomeriggio. Decisi di camminare un po’ per la città prima di rientrare in hotel sotto un sole ancora caldo.

E in quel momento, mentre le persone sconosciute mi passavano accanto ignare, lacrime nascoste iniziarono a scendere silenziosamente dietro gli occhiali da sole.

Non erano lacrime di disperazione. Erano lacrime di stanchezza, certo.

Ma anche di gioia, di speranza. Di una strana, ostinata certezza.

Dentro di me, il mantra si era trasformato in: “This job is mine. I have the skills. English won’t be a problem” – “Questo lavoro è mio. Ho tutte le competenze necessarie. L’inglese non sarà un problema”.

Non era arroganza, o presunzione. Era solo consapevolezza.

Dopo i colloqui avevo realizzato ancor di più di avere le competenze necessarie per il ruolo.

E quindi, sentivo che il pezzo mancante non era più così tanto lontano da me. Era lì a portata di mano. Era solo questione di tempo.

Non potevo sapere con certezza che avrei ricevuto un “sì”. Ma avvertivo delle buone sensazioni.

“We are pleased to inform you…”

Dal ritorno a casa passarono solo pochi giorni.

Una mattina aprii la casella di posta elettronica e la vidi: «With reference to your interview with our Representatives…» – il cuore prese a rimbalzare nel petto.

Continuai a leggere: «…we are pleased to inform you that your profile has been considered suitable for the position of HR Director onboard our Fleet».

Rilessi quella frase ad alta voce. La lessi una seconda volta, una terza, tanto per essere sicura di non aver tradotto male.

Poi mi misi a cantare e a ballare in cucina come una pazza.

Mi sentivo leggera e pesantissima allo stesso tempo: leggera per la gioia, pesante per la consapevolezza di ciò che quella frase implicava davvero.

C’era un contratto da stampare e da restituire firmato.

Stampai il contratto, lo lessi attentamente con un nodo alla gola, le mani sudate e il battito del cuore accelerato. Firmai e inviai.

Non ho idea di quale termine si possa usare per descrivere quella sensazione, ma era contenitore di gioia con dentro tanta paura. Insomma, non era euforia pura e spensierata.

Ero consapevole che fosse solo un primo passo.
C’erano ancora tante cose da fare, ma ero sulla strada giusta.

La mosca che per mesi aveva continuato a sbattere contro il vetro, finalmente, aveva trovato lo spiraglio aperto.

Ora non restava altro che entrare in quello spiraglio e vedere dove mi avrebbe portato.

La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla

C’erano ancora i corsi BST da fare, le visite mediche, un mese di formazione presso la sede centrale, due settimane di training a bordo con annesse altre due settimane di periodo di prova – ma la rotta era finalmente tracciata sulla mappa.

Con il prossimo post racconterò proprio questo: il corso BST ad Anzio, il mese di formazione intensiva, il sentirsi come una mosca bianca per la lingua, ma con le competenze giuste… e poi, finalmente, saliamo a bordo.

La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

Dal primo disastroso colloquio in inglese …

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]

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Quando la compagnia di crociere mi scrisse per la prima volta (-> Licenziata a 49 anni) sembrava che tutti i pezzi del puzzle si stessero finalmente allineando.

Come primo colloquio conoscitivo, programmarono una chiamata telefonica. Senza preavviso.

Scoprii subito che lo spiraglio che avevo visto non era la fessura di una porta aperta: era solo una crepa nel vetro, anzi, era solo la luce che proveniva da una vetrata pulitissima, trasparente. Quella stessa vetrata che non vedi quando stai per entrare in un negozio che credi aperto e invece è chiuso.

E ci dai una vera e propria craniata.

La chiamata senza preavviso

Ricordo perfettamente dov’ero quando il telefono squillò: ero in macchina e stavo tornando dal supermercato.

Il cellulare vibrò, mostrando un numero sconosciuto con prefisso estero.

Accostai e risposi timidamente: «Pronto.»

Dall’altra parte, una voce maschile partì in quarta con il suo inglese/americano fluente, velocissimo.

Per me, in quel momento, era come se avesse iniziato a parlarmi un extraterrestre.

Capivo a tratti parole sparse. Intuivo che mi stava presentando la compagnia, spiegando il ruolo e facendo domande.

Ma le frasi mi arrivavano addosso come onde troppo alte e mi toglievano il respiro.

Pietrificata al volante, intercalavo qualche “yes” qua e là, giusto per dare un segnale di vita, senza avere la benché minima idea se stessi dicendo un “sì” a qualcosa che richiedeva un “no”, o viceversa.

Sentivo il sangue salirmi in faccia, il cuore andare a mille e le parole bloccarsi in gola.

Terminai la chiamata esattamente come l’avevo iniziata: nel mutismo assoluto e attonito di un essere umano incapace di comunicare.

Spensi il telefono e rimasi immobile in macchina qualche minuto, con le mani sudate sul volante e la schiena sfinita sul sedile.

Avevo appena sostenuto il mio primo colloquio per lavorare a bordo.

Ed era stato un disastro.

Per noi è: “NO”

Dopo qualche giorno arrivò infatti l’e-mail che temevo.

Era educata, cortese, formale, ma in sostanza diceva: “Gentile Dottoressa, a seguito del nostro colloquio le comunichiamo che, seppur riteniamo che lei abbia le competenze per svolgere il lavoro di Direttrice delle Risorse Umane a bordo, siamo costretti a informarla che la sua carenza nel capire e parlare la lingua inglese (tra l’altro la lingua ufficiale a bordo delle navi da crociera) le impedirebbe di svolgere quel tipo di lavoro a bordo.”

Sul momento, l’istinto fu quello di mollare.
Tutto troppo faticoso.

Passai un paio di giorni a crogiolarmi nello sconforto.
Poi, lentamente, riemerse la parte di me combattiva, quella che ama le sfide.

Non era ancora il momento di autocommiserarmi.

Non è finita finché non è finita!

La chiave inglese

A quel punto avevo due opzioni: convincermi che la porta era chiusa per sempre, oppure riconoscere che non era la porta ad essere sbagliata, ma la chiave che stavo usando.

E la chiave, in quel momento, era proprio la chiave inglese.

Abbandonai l’estenuante lancio delle pietre e focalizzai tutta la mia attenzione su un unico obiettivo: imparare l’inglese, abbastanza da non rimanere più pietrificata sul sedile di una macchina.

Non per competere con quella compagnia specifica.
D’altra parte erano stati chiari: mi avevano già scartata.

Adesso era una sfida con me stessa: vuoi vedere che io non riesco a migliorare il mio inglese?

Modalità “inglese”

Quindi passai a modalità “inglese”.

Era primavera. Potevo uscire, prendere il sole, distrarmi.

E invece mi chiusi in casa come un topo da laboratorio.

Reading, writing, listening, speaking, watching videos in inglese, fare esercizi di grammatica, provare a pensare in inglese.

Sapevo che non sarei mai riuscita a imparare tutto l’inglese del mondo in così poco tempo. Dunque scelsi una strategia concreta: avrei imparato a memoria il mio curriculum in inglese, le esperienze fondamentali, gli esempi che meglio raccontavano chi ero come HR, al punto di saper dire almeno: “Questa sono io. Questo so fare. E lo so fare davvero bene.”

Dentro di me, una piccola fiammella continuava ad ardere. Era come se mi dicesse: «Tu continua a studiare. Qualcosa succederà».

Non sapevo che, da qualche parte nel mare, un’onda si stava ancora muovendo verso di me e, con il senno di poi, era come se anch’io, con il mio comportamento, mi stessi muovendo verso quell’onda misteriosa.

Mi stavo preparando ad accoglierla.

La seconda mail – felicità e paura

Fu un paio di mesi dopo che, mentre stavo ancora studiando, arrivò la seconda mail dalla stessa compagnia.

Dicevano che il progetto On Board HR Director era partito, ma avevano realizzato che le prime persone scelte non avevano esattamente tutti i requisiti necessari per svolgere in autonomia quella posizione a bordo e che alcune di loro erano sbarcate dopo un mese.

Quindi: «Qualora fosse ancora libera, avremmo il piacere di fare un altro colloquio con Lei di persona presso la sede centrale. Le anticipiamo però che tutti i costi relativi al viaggio e alla sistemazione in hotel saranno a suo carico».

I miei occhi iniziarono a picchiettare da una parola all’altra come passerotti sulle briciole di pane.

Dovetti alzarmi dalla sedia.
Il cervello era troppo in movimento per poter restare ferma.

Quello che ricordo chiaramente di quel momento è la sensazione netta, fisica, che si appropriò di me: era come se due braccia possenti mi avessero afferrata per le spalle.

Una mi tirava in avanti, l’altra indietro.

Una urlava “vai!”, l’altra “ma sei pazza?”.

Felicità e panico. Nella stessa stanza. Nello stesso corpo.

A un certo punto mi fermai.

Calma.

Per prima cosa devo trovare i soldi.

Il resto – la paura, l’inglese, la distanza dai ragazzi – lo avrei affrontato dopo.

Dovevo fare assolutamente un passo concreto verso quello spiraglio che, finalmente, si stava aprendo. Almeno ci dovevo provare.

Piano A: chiedere aiuto e ricevere porte chiuse

Passai un giorno intero a chiedere ad alcuni parenti, e a quei pochi amici che mi erano rimasti, se potevano anticiparmi la somma prevista per il viaggio.

A fine giornata, però, una cosa mi fu chiarissima: nessuno di loro credeva davvero in quell’idea folle al punto da investirci dei soldi che sicuramente non avrebbero mai riavuto indietro da una disoccupata.

La sera mi buttai sul letto con la consapevolezza dolorosa che potevo contare solo su me stessa.

Tuttavia non c’era tempo per piangersi addosso.

Il countdown era partito: avevo meno di una settimana.

Bisognava passare al piano B.

Ma, esattamente, qual era il piano B?

Non ne avevo la più pallida idea.

Piano B: navigare a vista

Il giorno dopo fui presa da un misto di confusione mentale e iperattività fisica.

Per prima cosa andai a nuotare in piscina, a fluidificare i pensieri che stavano diventando troppo densi.

Il pomeriggio mi misi a sistemare i cassetti e a togliere la polvere nei posti più nascosti della libreria.

La sera, stanca di girarci in tondo, mi sedetti di nuovo davanti al computer e le dita iniziarono a muoversi da sole sulla tastiera:

«Ringraziandovi per l’opportunità, confermo la mia disponibilità e la mia presenza al colloquio presso la sede centrale. Resto in attesa dei dettagli».

Rilessi, solo per verificare se avessi fatto degli errori.

Dopodiché cliccai.

INVIA.

E sia quel che sia.

Da lì in poi ci fu un’escalation di azioni.

Ma per ora mi fermo qui

Ma per ora mi fermo qui, con l’immagine di una donna quasi cinquantenne seduta in macchina, demoralizzata dopo un colloquio in inglese andato malissimo, che riceve un chiarissimo “no” via mail e che, invece di archiviare il file “nave da crociera” nella cartella delle cose impossibili, decide di metterlo in cima alla pila delle priorità.

Di come, da quel “no”, sono arrivata al viaggio alla sede centrale, al mantra “this job is mine” e all’offerta di lavoro, ti parlerò nel prossimo post: …all’offerta che mi ha cambiato la vita.

A volte è proprio a seguito di un disastro che s’inverte la rotta.

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Licenziata a 49 anni, comincio a sentire il richiamo del mare

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Se nella foto di Savona sembrava che il destino fosse già parcheggiato alle mie spalle, i mesi successivi furono tutt’altro che cinematografici.

Erano, molto più semplicemente, mesi di sopravvivenza.

Il “posto fisso” e la caduta improvvisa

A quei tempi lavoravo al centro per l’impiego. Un lavoro stabile, “serio”, di quelli che una volta si immaginavano per tutta la vita. Il famoso “posto fisso”, tanto per capirci.

Poi arrivarono anche per me le parole che per anni avevamo indirizzato ai nostri utenti: riorganizzazione, accorpamenti fra province, tagli del personale. La crisi era arrivata anche lì.

Fu così che, dopo anni di servizio tutto sommato gratificante e rassicurante, in un attimo mi ritrovai fuori dai giochi.

Effetto domino

Contestualmente, il mio matrimonio stava saltando per aria a causa delle… come si dice? Delle solite cose.

Ma quella è un’altra storia ed è stata già scritta. Pare che sia anche piaciuta, considerando che mi ha fatto vincere due premi.

Ad ogni modo, per tornare al contesto, tutte le certezze si stavano sgretolando con effetto domino e all’improvviso mi ritrovai estranea alla mia stessa città, agli amici, alle abitudini di sempre.

Mi erano rimasti solo i miei due figli, come vero e unico centro di gravità.

Due ragazzi minorenni che avevano ancora bisogno di una madre in piedi, non di una madre a pezzi.

A loro dovevo ancora garantire un futuro anche se io, in quel momento, non sapevo esattamente come fare.

E avevo appena compiuto 49 anni.

Cercare lavoro diventa un lavoro

Cercare lavoro a 49 anni non è una passeggiata di salute.
Dunque, cercare lavoro divenne il mio nuovo lavoro.

Ogni mattina accendevo il computer, aprivo i siti, leggevo annunci, mandavo curriculum.

Prima nella mia città, poi allargai il campo alla mia regione, fino a estendere la ricerca all’estero.

Sapevo che, se mai mi avessero preso, avrei dovuto lasciare i miei figli con i nonni. Ma a questo avrei pensato dopo.

Al momento mi serviva urgentemente un lavoro.

Nella maggior parte dei casi non arrivava nemmeno una risposta. In altri, ricevevo le versioni eleganti di un “no” del tipo: «Il suo profilo è interessante, ma al momento non stiamo cercando figure come la sua», oppure «Ci sembra un po’ troppo qualificata per la posizione».

E per finire, l’intramontabile: «Le faremo sapere».

Sapevo benissimo che la mia età non giocava a favore. Nessuno te lo scrive o te lo dice in faccia, ma lo percepisci ugualmente tra le righe.

Eppure non demordevo.
Qualcosa in me rifiutava l’idea di fermarsi lì, di rassegnarsi.

Quando le offerte cosiddette “normali” si fecero sempre più rare e lontane dal mio profilo, il mio sguardo cominciò a spostarsi altrove.

Il soffio del mare

A un certo punto, non so bene come né perché, successe qualcosa di quasi impercettibile e decisivo allo stesso tempo: cominciai a restringere il campo e a indirizzare la ricerca verso l’infinito blu del mare.

Una strana forza mi spostava verso quella direzione. Era come se avvertissi un soffio che mi spingeva verso l’ignoto. Non era un pensiero razionale, né un piano strutturato. Era piuttosto un impulso, una curiosità ostinata.

Cominciai ad aprire sempre più spesso gli annunci di lavoro a bordo delle navi da crociera.

Era un po’ come sbirciare dalla serratura nella vita di qualcun altro: animatori sorridenti, guest service operator, tour expert abbronzati, camerieri in giacca bianca, bartender che shakeravano cocktail in piscina, cabinisti sempre in movimento.

Iniziai a informarmi. A leggere blog, forum, articoli. A farmi una cultura sulla vita di nave: turni infiniti, contratti lunghi, cabine condivise, multiculturalità, mare ovunque.

Poi provai a fare un altro passo avanti: capire se c’era una posizione che potesse essere compatibile con la mia esperienza e le mie competenze.

La risposta appariva chiara e scoraggiante: no.

Cosa ci faccio io qui?

Qualsiasi posizione aperta a bordo – animatore, guest service operator, tour expert, cameriere, bartender, cabinista – sembrava pensata per persone molto più giovani di me, con percorsi diversi, corpi più elastici, vite meno stratificate e complesse.

Io ero solo una psicologa di 49 anni, con esperienza al Centro d’Igiene Mentale, nelle Scuole e in Risorse Umane al Centro per l’Impiego, due figli a carico e un inglese arrugginito, fermo alla scuola superiore di trent’anni prima.

Dunque, ricapitolando, cosa ci faceva una psicologa quasi cinquantenne tutto il giorno davanti a un computer, a cercare lavoro su una nave da crociera?

Era forse impazzita?

Probabilmente sì.

Ero come una mosca che continua a sbattere contro un vetro, non sapendo che poco più in là c’è uno spiraglio aperto.

Io quel vetro lo sentivo ogni volta che sbattevo contro con un “non idonea”, un “profilo troppo senior”, un “mismatch con la posizione”.

Lo spiraglio ancora non c’era. Eppure continuavo imperterrita, convinta che, da qualche parte, oltre quel vetro, ci fosse una possibilità per me.

Doveva pur esserci una possibilità per me.

La candidatura spontanea

Quindi, a un certo punto, invece di chiudere la finestra del browser, inviai ugualmente il mio curriculum vitae nella sezione “candidatura spontanea”.

Quello fu il mio primo curriculum inviato a una compagnia di navi da crociera.

Poi ne seguirono altri.

Non smettevo di lanciare curricula nell’etere. Era diventato quasi uno sport, un po’ come scagliare pietre nel vuoto dall’alto di una montagna.

Non sapevo dove sarebbero cadute, se stavano colpendo qualcuno o stavano solo rimbalzando per perdersi nell’infinito mare di internet.

«Prima o poi qualcuno la vedrà, questa pietra,» mi dicevo nei momenti di sconforto. «Prima o poi colpirò il bersaglio giusto.»

Qualcuno viene colpito

E alla fine successe.

Una di quelle pietre invisibili lanciata in un mare di annunci, un giorno, colpì davvero qualcuno.

Quando compii 51 anni arrivò la mail che avevo sognato e temuto allo stesso tempo.

Era di una compagnia di navi da crociera: “Abbiamo ricevuto il suo curriculum. Stiamo per aprire una nuova posizione a bordo: On Board HR Director, una figura HR unica per nave. Dal suo profilo emergono competenze in linea con la job description…”

«Ci siamo», pensai. «È questa la variante. È questa la svolta.»

Ma il bello, o il brutto, dipende dai punti di vista, doveva ancora venire.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.
Ognuno lo ha sentito, o lo sente, a modo suo.

A me è andata così: sembra che il mare mi abbia chiamato proprio quando pensavo di stare per toccare il fondo.

Per ora mi fermo qui

Per ora mi fermo qui, all’immagine di una donna quasi cinquantenne, licenziata, con una vita da ricostruire, che un giorno apre il sito di una compagnia di crociere e, invece di chiuderlo dopo cinque secondi, decide di caricare il CV.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.

Anche tu hai sentito il richiamo del mare? Come è successo? E dove ti ha portato? Condividi qui la tua esperienza.

Se vuoi saperne di più, vai al prossimo post Dal primo disastroso colloquio in inglese…