Il disastroso colloquio in inglese che mi ha cambiato la rotta

SERIE – Prima di imbarcare

Quando la compagnia di crociere mi scrisse per la prima volta, sembrava che tutti i pezzi del puzzle si stessero finalmente allineando.

Come primo colloquio conoscitivo, programmarono una chiamata telefonica. Senza preavviso.

Scoprii subito che lo spiraglio che avevo visto non era la fessura di una porta aperta.

Era solo una crepa nel vetro, anzi, era solo la luce che proveniva da una vetrata pulitissima, trasparente, quella stessa vetrata che non vedi quando stai per entrare in un negozio che credi aperto e invece è chiuso.

E ci dai una vera e propria craniata.

***

Ricordo perfettamente dov’ero quando il telefono squillò.

Ero in macchina e stavo tornando dal supermercato.

Buste sul sedile, lista della spesa ancora in borsa, la testa già proiettata a cosa cucinare per cena.

Il cellulare vibrò, mostrando un numero sconosciuto con prefisso estero.

Accostai e risposi timidamente: «Pronto.»

Dall’altra parte, una voce maschile partì in quarta con il suo inglese/americano fluente, velocissimo.

Per me, in quel momento, era come se avesse iniziato a parlarmi un extraterrestre.

Capivo a tratti parole sparse.

Intuivo che mi stava presentando la compagnia, spiegando il ruolo e facendo domande.

Ma le frasi mi arrivavano addosso come onde troppo alte e mi toglievano il respiro.

Pietrificata al volante, intercalavo qualche “yes” qua e là, giusto per dare un segnale di vita, senza avere la benché minima idea se stessi dicendo un “sì” a qualcosa che richiedeva un “no”, o viceversa.

Sentivo il sangue salirmi in faccia, il cuore andare a mille e le parole bloccarsi in gola.

Terminai la chiamata esattamente come l’avevo iniziata: nel mutismo assoluto e attonito di un essere umano incapace di comunicare.

Spensi il telefono e rimasi immobile in macchina qualche minuto, con le mani sudate sul volante e la schiena sfinita sul sedile.

Avevo appena sostenuto il mio primo colloquio per lavorare a bordo.

Ed era stato un disastro.

***

Dopo qualche giorno arrivò la mail che temevo.

Era educata, cortese, formale, ma in sostanza diceva: “Gentile Dottoressa, a seguito del nostro colloquio le comunichiamo che, seppur riteniamo che lei abbia le competenze per svolgere il lavoro di Direttrice delle Risorse Umane a bordo, siamo costretti a informarla che la sua carenza nel capire e parlare la lingua inglese (tra l’altro la lingua ufficiale a bordo delle navi da crociera) le impedirebbe di svolgere quel tipo di lavoro a bordo.”

Sul momento, l’istinto fu quello di chiudere e mollare.

Tutto troppo faticoso.

Passai un paio di giorni a crogiolarmi nello sconforto.

Poi, come spesso mi accade nei momenti di crollo, lentamente comincio a veder riemergere la parte di me combattiva, che ama le sfide.

E una domanda mi fu più utile delle altre: “Ok, è andata male. Ma finisce davvero qui?”

No.

Non era ancora il momento di autocommiserarmi.

Non è finita finché non è finita!

***

A quel punto avevo due opzioni: convincermi che la porta era chiusa per sempre, oppure riconoscere che non era la porta ad essere sbagliata, ma la chiave che stavo usando.

E la chiave, in quel momento, era proprio la chiave inglese.

Abbandonai l’estenuante lancio delle pietre e focalizzai tutta la mia attenzione su un unico obiettivo: imparare l’inglese, abbastanza da non rimanere più pietrificata sul sedile di una macchina.

Non per competere con quella compagnia specifica.

D’altra parte erano stati chiari, mi avevano già scartata.

Adesso era una sfida con me stessa.

Vuoi vedere che io non riesco a migliorare il mio inglese?

Quindi passai a modalità “inglese”.

Era primavera. Potevo uscire, prendere il sole, distrarmi.

Invece mi chiusi in casa come un topo da laboratorio.

Reading, writing, listening. Guardare video in inglese, fare esercizi di grammatica, pensare in inglese mentre cucinavo, riscrivere il mio curriculum in inglese, leggere annunci in inglese anche quando non volevo realmente di candidarmi.

Decisi che, vista la fretta di trovare un lavoro, non aveva senso provare a imparare tutto l’inglese del mondo.

Dunque scelsi una strategia concreta: avrei imparato a memoria il mio curriculum in inglese, le esperienze chiave, gli esempi che meglio raccontavano chi ero come HR.

Il primo obiettivo era arrivare al punto di saper dire almeno: “Questa sono io. Questo so fare. E lo so fare davvero bene.”

L’inglese smise di essere un ostacolo astratto e diventò un progetto quotidiano.

Dentro di me, una piccola fiammella continuava ad ardere.

Era come se mi dicesse: «Tu continua a studiare. Qualcosa succederà. E anche se non succederà, saper parlare meglio l’inglese non ti farà certo male.»

Non sapevo ancora che, da qualche parte nel mare, un’onda si stava ancora muovendo verso di me.

Io continuavo a studiare l’inglese come una forsennata, a fare esercizi, a parlare da sola davanti allo specchio.

Con il senno di poi, era come se anch’io, con il mio comportamento mi stessi muovendo verso quell’onda misteriosa.

Mi stavo preparando ad accoglierla.

***

Fu un paio di mesi dopo che, mentre stavo ancora studiando, arrivò la seconda mail dalla stessa compagnia.

Dicevano che il progetto On Board HR Director era partito, ma stavano prendendo atto che le prime persone scelte non avevano esattamente tutti i requisiti fondamentali per svolgere in autonomia quella posizione a bordo e che alcune di loro erano sbarcate dopo un mese.

E poi la frase che cambiò tutto: «Qualora fosse ancora libera, avremmo il piacere di fare un altro colloquio con Lei di persona presso la sede centrale. Le anticipiamo però che tutti i costi relativi al viaggio e alla sistemazione in hotel saranno a suo carico».

I miei occhi iniziarono a picchiettare da una parola all’altra come passerotti sulle briciole di pane.

Dovetti alzarmi dalla sedia.

Il cervello era troppo in movimento per poter restare ferma.

Quello che ricordo chiaramente di quel momento è la sensazione netta, fisica, che si appropriò di me: era come se due braccia possenti mi avessero afferrata per le spalle.

Una mi tirava in avanti, l’altra indietro.

Una urlava “vai!”, l’altra “ma sei pazza?”.

Felicità e panico.

Nella stessa stanza.

Nello stesso corpo.

A un certo punto mi fermai.

Calma!

Per prima cosa devo trovare i soldi.

Il resto – la paura, l’inglese, la distanza dalle ragazze – lo affronterò dopo.

Dovevo fare assolutamente un passo concreto verso quello spiraglio che, finalmente, si stava aprendo.

Almeno ci dovevo provare.

Passai un giorno intero a chiedere ad alcuni parenti e a quei pochi amici che mi erano rimasti se potevano anticiparmi la somma prevista per il viaggio.

Alla fine di quella giornata, però, una cosa mi fu chiarissima: nessuno di loro credeva davvero in quell’idea folle di imbarcare e non erano intenzionati a investirci dei soldi che sicuramente non avrebbero mai riavuto indietro da una disoccupata.

Mia madre era molto in ansia per questa storia del mare. Però, allo stesso tempo mi sosteneva, come aveva sempre fatto: «Se senti che questa è la tua strada, devi andare avanti e percorrerla. Vedrai che un modo lo troviamo per fartela imboccare».

Mia madre era solo una parrucchiera in pensione, tuttavia si armò di buone intenzioni per cercare una soluzione.

La sera mi buttai sul letto con la consapevolezza dolorosa che non avrei potuto appoggiarmi sulle spalle di qualcuno, se non su quelle simboliche e volenterose di mia madre.

Tuttavia non c’era tempo per piangersi addosso.

Il countdown era partito: avevo meno di una settimana.

Bisognava passare al piano B.

Ma, esattamente, qual era il piano B?

Non ne avevo la più pallida idea.

Il giorno dopo fui presa da un misto di confusione mentale e iperattività fisica.

Per prima cosa andai a nuotare in piscina, a fluidificare i pensieri che stavano diventando troppo densi.

Il pomeriggio mi misi a sistemare i cassetti e a togliere la polvere nei posti più nascosti della libreria.

La sera, stanca di girarci in tondo, mi sedetti di nuovo davanti al computer e le dita iniziarono a muoversi da sole sulla tastiera: «Ringraziandovi per l’opportunità, confermo la mia disponibilità e la mia presenza al colloquio presso la sede centrale e resto in attesa dei dettagli».

Rilessi, solo per verificare se avessi fatto degli errori.

Dopodiché cliccai.

INVIA.

E sia quel che sia!

Da lì in poi ci fu un’escalation di azioni.

Ma per ora, mi fermo qui, con l’immagine di una donna quasi cinquantenne seduta in macchina, demoralizzata dopo un colloquio in inglese andato malissimo, che riceve un “no” formalissimo via mail e che, invece di archiviare il file “nave da crociera” nella cartella delle cose impossibili, decide di metterlo in cima alla pila delle priorità.

Non sono io nella foto, ma questa scena assomiglia molto a quello che facevo:
quaderni, appunti in inglese e la testa piena di verbi irregolari.

A volte è proprio in seguito a un disastro che s’inverte la rotta.

Di come, da quel “no”, sono arrivata al viaggio all’headquarter, al mantra “this job is mine” e all’offerta di lavoro, ti parlerò nel prossimo post.

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