Licenziata a 49 anni, comincio a sentire il richiamo del mare

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]

-> https://oltregangway.blog/category/prima-di-imbarcare/

Se nella foto di Savona sembrava che il destino fosse già parcheggiato alle mie spalle, i mesi successivi furono tutt’altro che cinematografici.

Erano, molto più semplicemente, mesi di sopravvivenza.

Il “posto fisso” e la caduta improvvisa

A quei tempi lavoravo al centro per l’impiego. Un lavoro stabile, “serio”, di quelli che una volta si immaginavano per tutta la vita. Il famoso “posto fisso”, tanto per capirci.

Poi arrivarono anche per me le parole che per anni avevamo indirizzato ai nostri utenti: riorganizzazione, accorpamenti fra province, tagli del personale. La crisi era arrivata anche lì.

Fu così che, dopo anni di servizio tutto sommato gratificante e rassicurante, in un attimo mi ritrovai fuori dai giochi.

Effetto domino

Contestualmente, il mio matrimonio stava saltando per aria a causa delle… come si dice? Delle solite cose.

Ma quella è un’altra storia ed è stata già scritta. Pare che sia anche piaciuta, considerando che mi ha fatto vincere due premi.

Ad ogni modo, per tornare al contesto, tutte le certezze si stavano sgretolando con effetto domino e all’improvviso mi ritrovai estranea alla mia stessa città, agli amici, alle abitudini di sempre.

Mi erano rimasti solo i miei due figli, come vero e unico centro di gravità.

Due ragazzi minorenni che avevano ancora bisogno di una madre in piedi, non di una madre a pezzi.

A loro dovevo ancora garantire un futuro anche se io, in quel momento, non sapevo esattamente come fare.

E avevo appena compiuto 49 anni.

Cercare lavoro diventa un lavoro

Cercare lavoro a 49 anni non è una passeggiata di salute.
Dunque, cercare lavoro divenne il mio nuovo lavoro.

Ogni mattina accendevo il computer, aprivo i siti, leggevo annunci, mandavo curriculum.

Prima nella mia città, poi allargai il campo alla mia regione, fino a estendere la ricerca all’estero.

Sapevo che, se mai mi avessero preso, avrei dovuto lasciare i miei figli con i nonni. Ma a questo avrei pensato dopo.

Al momento mi serviva urgentemente un lavoro.

Nella maggior parte dei casi non arrivava nemmeno una risposta. In altri, ricevevo le versioni eleganti di un “no” del tipo: «Il suo profilo è interessante, ma al momento non stiamo cercando figure come la sua», oppure «Ci sembra un po’ troppo qualificata per la posizione».

E per finire, l’intramontabile: «Le faremo sapere».

Sapevo benissimo che la mia età non giocava a favore. Nessuno te lo scrive o te lo dice in faccia, ma lo percepisci ugualmente tra le righe.

Eppure non demordevo.
Qualcosa in me rifiutava l’idea di fermarsi lì, di rassegnarsi.

Quando le offerte cosiddette “normali” si fecero sempre più rare e lontane dal mio profilo, il mio sguardo cominciò a spostarsi altrove.

Il soffio del mare

A un certo punto, non so bene come né perché, successe qualcosa di quasi impercettibile e decisivo allo stesso tempo: cominciai a restringere il campo e a indirizzare la ricerca verso l’infinito blu del mare.

Una strana forza mi spostava verso quella direzione. Era come se avvertissi un soffio che mi spingeva verso l’ignoto. Non era un pensiero razionale, né un piano strutturato. Era piuttosto un impulso, una curiosità ostinata.

Cominciai ad aprire sempre più spesso gli annunci di lavoro a bordo delle navi da crociera.

Era un po’ come sbirciare dalla serratura nella vita di qualcun altro: animatori sorridenti, guest service operator, tour expert abbronzati, camerieri in giacca bianca, bartender che shakeravano cocktail in piscina, cabinisti sempre in movimento.

Iniziai a informarmi. A leggere blog, forum, articoli. A farmi una cultura sulla vita di nave: turni infiniti, contratti lunghi, cabine condivise, multiculturalità, mare ovunque.

Poi provai a fare un altro passo avanti: capire se c’era una posizione che potesse essere compatibile con la mia esperienza e le mie competenze.

La risposta appariva chiara e scoraggiante: no.

Cosa ci faccio io qui?

Qualsiasi posizione aperta a bordo – animatore, guest service operator, tour expert, cameriere, bartender, cabinista – sembrava pensata per persone molto più giovani di me, con percorsi diversi, corpi più elastici, vite meno stratificate e complesse.

Io ero solo una psicologa di 49 anni, con esperienza al Centro d’Igiene Mentale, nelle Scuole e in Risorse Umane al Centro per l’Impiego, due figli a carico e un inglese arrugginito, fermo alla scuola superiore di trent’anni prima.

Dunque, ricapitolando, cosa ci faceva una psicologa quasi cinquantenne tutto il giorno davanti a un computer, a cercare lavoro su una nave da crociera?

Era forse impazzita?

Probabilmente sì.

Ero come una mosca che continua a sbattere contro un vetro, non sapendo che poco più in là c’è uno spiraglio aperto.

Io quel vetro lo sentivo ogni volta che sbattevo contro con un “non idonea”, un “profilo troppo senior”, un “mismatch con la posizione”.

Lo spiraglio ancora non c’era. Eppure continuavo imperterrita, convinta che, da qualche parte, oltre quel vetro, ci fosse una possibilità per me.

Doveva pur esserci una possibilità per me.

La candidatura spontanea

Quindi, a un certo punto, invece di chiudere la finestra del browser, inviai ugualmente il mio curriculum vitae nella sezione “candidatura spontanea”.

Quello fu il mio primo curriculum inviato a una compagnia di navi da crociera.

Poi ne seguirono altri.

Non smettevo di lanciare curricula nell’etere. Era diventato quasi uno sport, un po’ come scagliare pietre nel vuoto dall’alto di una montagna.

Non sapevo dove sarebbero cadute, se stavano colpendo qualcuno o stavano solo rimbalzando per perdersi nell’infinito mare di internet.

«Prima o poi qualcuno la vedrà, questa pietra,» mi dicevo nei momenti di sconforto. «Prima o poi colpirò il bersaglio giusto.»

Qualcuno viene colpito

E alla fine successe.

Una di quelle pietre invisibili lanciata in un mare di annunci, un giorno, colpì davvero qualcuno.

Quando compii 51 anni arrivò la mail che avevo sognato e temuto allo stesso tempo.

Era di una compagnia di navi da crociera: “Abbiamo ricevuto il suo curriculum. Stiamo per aprire una nuova posizione a bordo: On Board HR Director, una figura HR unica per nave. Dal suo profilo emergono competenze in linea con la job description…”

«Ci siamo», pensai. «È questa la variante. È questa la svolta.»

Ma il bello, o il brutto, dipende dai punti di vista, doveva ancora venire.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.
Ognuno lo ha sentito, o lo sente, a modo suo.

A me è andata così: sembra che il mare mi abbia chiamato proprio quando pensavo di stare per toccare il fondo.

Per ora mi fermo qui

Per ora mi fermo qui, all’immagine di una donna quasi cinquantenne, licenziata, con una vita da ricostruire, che un giorno apre il sito di una compagnia di crociere e, invece di chiuderlo dopo cinque secondi, decide di caricare il CV.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.

Anche tu hai sentito il richiamo del mare? Come è successo? E dove ti ha portato? Condividi qui la tua esperienza.

Se vuoi saperne di più, vai al prossimo post Dal primo disastroso colloquio in inglese…

Savona e la foto premonitrice

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]
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Se devo scegliere un’immagine che rappresenta il momento in cui la mia vita ha iniziato a cambiare direzione, non è una passerella né un corridoio bianco.

È una catenella, a Savona.

***

Settembre, due anni prima

Era settembre, due anni prima del mio primo imbarco.

Io e mio figlio eravamo andati a Savona per ritirare un premio letterario per uno dei miei libri. Faceva caldo, ma non troppo.

Dopo la cerimonia, con ancora addosso l’eco degli applausi e quella strana e bella sensazione di aver fatto centro con il mio libro, decidemmo di fare una passeggiata.

Lungo via Pietro Paleocapa – chi la conosce sa che è una delle arterie principali che porta dritta alla Torretta e al porto – c’era un mercatino dell’antiquariato.

Bancarelle di oggetti che avevano vissuto altre vite: lampade, cornici, gioielli, vestiti fuori moda, vinili di cantanti dimenticati, libri ingialliti del passato che profumavano di vite vissute intensamente.

Tutto brillava alla luce del sole di fine estate, come se ogni cosa volesse attirare la tua attenzione un secondo prima di essere di nuovo riposto.

Passeggiavamo lenti, provandoci cappelli, ridendo di qualche vestito improbabile, comprando un ninnolo “tanto per ricordare l’evento”.

Era una di quelle giornate in cui, se qualcuno ti avesse chiesto “come va?”, avresti risposto “bene” senza pensarci troppo.

Il richiamo del mare

Dopo un po’, il richiamo del porto diventò più forte del resto.

Chi conosce Savona lo sa – e credo che molti marittimi ci siano passati almeno una volta.

Per chi non c’è mai stato: arrivi in fondo ai portici di via Paleocapa, passi sotto l’ultimo arco, e all’improvviso ti si apre davanti il porto, con la Torretta di lato e le barche ormeggiate come soldatini.

Proprio lì, in quel punto sospeso tra la città e il mare, c’era una catenella appesa tra due paletti. Una di quelle barriere leggere che dovrebbero “vietare” il passaggio ma che, in quel momento, sembrava più un invito al gioco.

Mi ci sedetti sopra, a cavalcioni, come una bambina su un’altalena improvvisata.

Volevo immortalare quel momento di leggerezza: io, il premio letterario, la bellissima giornata con mio figlio in una luminosa Savona.

Mio figlio prese il telefono e mi scattò una foto.

La foto

Alla mia destra si ergeva la Torretta, fiera, riconoscibile.

Alla mia sinistra si allineavano le prime barchette del porto turistico, ordinate come in un plastico.

E dietro la mia schiena… sostava maestosa una nave da crociera.

Una di quelle grandi navi che, all’epoca, per me erano semplicemente “navi da crociera”: indubbiamente grandi, bianche e piene di gente che andava in vacanza.

Due anni dopo, quella stessa nave sarebbe diventata la nave del mio primo imbarco.

Nella foto, io sorrido, ignara. Dondolo sulla catenella, la testa leggermente inclinata. Lo sguardo verso mio figlio, non verso il mare.

Ma alle mie spalle, ormeggiato in porto, c’era il mio destino.
E sembrava che mi stesse solo aspettando.

In quel momento lì – gambe penzoloni, mercatino di fronte, Torretta a destra e porto turistico a sinistra – ero assolutamente inconsapevole che qualcosa, dietro di me, si stava già muovendo.

Che una nuova variante della mia vita si era già aperta, anche se io ancora non la vedevo.

Incredibile, vero?

Dalla catenella alla gangway

Da quella catenella per arrivare alla gangway, ci sarebbero voluti altri due anni, qualche bivio, diversi ostacoli da superare, una manciata di decisioni coraggiose e un po’ di follia.

È da lì che inizia davvero la mia storia di mare: non dal giorno in cui ho messo piede sulla nave, ma da quel momento in cui, senza saperlo, mi sono seduta davanti al mio futuro con un sorriso inconsapevole.

Quando ho riguardato quella foto, anni dopo, ormai “di mestiere” a bordo di quella stessa nave, non riuscivo a crederci.

Ancora oggi mi vengono i brividi a pensare a come poi sono andate le cose.

Io non so se esista davvero il destino

Nessuno lo sa.

Quello che so, guardando alla mia esperienza, è che, se cominci a spostarti, anche solo di pochi centimetri alla volta, ma con determinazione, verso qualcosa che senti tuo, prima o poi quella strada si apre.

Magari non nel modo che avevi previsto. Ma si apre.

Spesso si pensa che il “prima” e il “dopo” siano divisi da una linea netta, da una decisione chiara, da un gesto eroico.

In realtà, quello che verrà dopo è già sullo sfondo delle foto delle nostre vite, appoggiato tranquillo, in attesa di un nostro sguardo, mentre noi guardiamo altrove.

In questo blog, vorrei portarti proprio lì: su quella catenella, in quel punto esatto in cui una vita di mare stava già preparando il terreno per una vita diversa, per un cambiamento che ancora non sapevo nominare.

Nel prossimo post

Nel prossimo post ti racconterò di come, da quella foto di Savona, sono passata a un CV lanciato nell’etere per due anni senza risultato, a una compagnia di crociere, a una telefonata in inglese che fu un disastro, a un “no” che un giorno si è trasformato in: «With reference to your interview, we are pleased to inform you…».

Per cambiare davvero rotta, a volte bisogna prima sbatterci un po’ il muso.

Tu cosa ne pensi di quei momenti della vita in cui ti sembra che la tua strada sia già stata tracciata?