HR sempre disponibile, ma chi ascolta l’HR?

Questo post apre la Serie HR reperibile H24: storie, retroscena e fatica emotiva di chi, a bordo, deve essere sempre disponibile.-> https://oltregangway.blog/category/hr-reperibile-h24/

Ancora 10 minuti!

La settimana scorsa ci eravamo lasciati parlando dei porti e di come essi erano principalmente e unicamente una cosa: respiri.

Respiri brevi, profondi, mancati, di sollievo, affannati.

Ogni scalo aveva il suo tipo di respiro ed era un continuo salto nel tempo e nello spazio.

E io, quando arrivava il momento che dovevo rientrare in nave, procrastinavo dicendo: «Ancora 10 minuti!».

Perché sapevo cosa mi aspettava. In realtà non sapevo nello specifico cosa mi aspettava al di fuori del planning, ma sapevo con certezza che c’era tanta roba da fare.

Parleremo ancora dei porti, degli scali e dei meravigliosi posti sparpagliati per il mondo nella Serie La geografia delle emozioni, ma adesso…

Let’s start!

Il giorno dello sbarco della mia collega fu per lei una grande emozione.

Dopo il suo primo contratto – mesi intensi che nessuno può immaginare se non li vive in prima persona – Vanessa ebbe un crollo emotivo.

A un paio d’ore dallo sbarco programmato, le venne una crisi di pianto: gioia mista a paura. Tra un singhiozzo e l’altro mi diceva che era contenta di tornare a casa ma che, allo stesso tempo, sarebbe voluta restare. Aveva timore di quello che avrebbe trovato dopo mesi di assenza. Era convinta di dover fare ancora qualcosa a bordo per quei casi non ancora chiusi, come se il suo incarico non fosse finito.

Addirittura non voleva darmi il telefono di servizio e le chiavi dell’ufficio.

Da psicologa che sono, mi occupai di lei. L’ascoltai, la sostenni, la tranquillizzai e le dissi che aveva bisogno di tornare a casa: riposarsi, rigenerarsi, ricaricare le batterie per farsi trovare pronta al prossimo imbarco.

Le ripetei che aveva sistemato tutto quello che poteva sistemare e che lasciava la nave in buone mani.

Che la nave fosse in buone mani con me era ancora tutto da vedere, ma quella frase le strappò un sorriso.

Poi si calmò. L’accompagnai alla gangway, che lasciò a malincuore.

Tornando a bordo pensai che forse Vanessa era troppo giovane per un lavoro così impegnativo. Troppe responsabilità, troppo peso sulle spalle. O forse, più semplicemente, quel lavoro non faceva per lei.

Con il senno di poi, credo che in quel momento abbia avuto un attacco improvviso e acuto della malattia del ferro.

Ma io allora ancora non la conoscevo, quella malattia.
E noi ne parleremo più avanti, nella Serie Il mare dentro.

Quattro settimane senza toccare terra

Oltre alle due settimane di affiancamento, passarono altre due settimane di prova senza mai scendere dalla nave.

Il tempo scorreva in modo vorticoso: esercitazioni ed esami sulla sicurezza, key positions da conoscere, meeting, conference call con il quartier generale, procedure da imparare, richieste quotidiane e casi da gestire.

Non mi ricordavo neanche più da quanto tempo fossi a bordo e com’era la vita là fuori. Era tutto così veloce e intenso che, da una parte, avevo la sensazione di essere imbarcata il giorno prima; dall’altra, mi sembrava di essere lì da sempre.

Eppure la maggior parte del mio lavoro non stava nei momenti eccezionali.

Stava nelle giornate “normali”. Quelle in cui, dalla mattina alla notte, la nave sembrava andare avanti come sempre.

Ed era proprio lì che succedeva di tutto.

Una giornata qualunque (che qualunque non era mai)

6:30 — Il risveglio prima del giorno

La sveglia suonò prima ancora che il cielo decidesse che giorno fosse.

Aprii gli occhi nel semibuio della cabina, in quella frazione di secondo in cui non ricordi esattamente dove ti trovi. Non senti il rumore del traffico. Non annusi l’aroma familiare del caffè che qualcuno sta preparando in cucina.

Erano le 6:30. Il rumore dei motori, il leggero tremolio del letto e un colpo secco di porta nel corridoio mi riportarono esattamente dove mi trovavo: a bordo.

Mi sedetti sul letto, piedi nudi sul pavimento freddo. Attraverso l’oblò vedevo una striscia di mare grigio-azzurro, ancora scuro, e una linea sottile di luce in lontananza. La nave si stava avvicinando lentamente al porto.

Un attimo di sospensione.

Poi la mente partì a ricapitolare il programma: riunione per i turni di lavoro alle nove, report ore di lavoro da chiudere, due valutazioni di fine contratto da condividere con i crew members, un colloquio di richiamo programmato.

“Se nessuno bussa alla porta,” pensai, “oggi riesco a finire almeno i report di fine mese.”

Sulla carta, la giornata era programmata. La nave, però, aveva altri piani.

Colazione: tre e-mail “urgent” e un altro caffè

In mensa, il caffè era già allineato in caraffe anonime. Mi misi in coda col vassoio, ancora mezza addormentata.

«Good morning, ma’am».
«Good morning».

Saluti rapidi, occhi che si incrociavano solo per un secondo. Qualcuno con la divisa perfetta, altri con l’aria di chi aveva dormito poco.

Mi sedetti a un tavolo defilato all’angolo e aprii il telefono per dare un’occhiata alle prime mail:

  • Oggetto: Urgent — Change of duty
  • Oggetto: Urgent — Request for meeting — personal matter
  • Oggetto: Urgent — Incident report — last night

Il caffè, improvvisamente, sembrò meno forte.

Lessi l’incident report: una discussione animata tra due membri del crew bar, degenerata in spintoni. Separati in tempo dal security. Nulla di drammatico, ma abbastanza per finire sul mio tavolo quella mattina.

“Addio mattinata tranquilla,” pensai, prendendo mentalmente nota: convocare entrambi, sentire testimoni, capire se dietro c’era solo stanchezza o qualcosa di più profondo.

8:15 — Lista di impegni

Entrai in ufficio alle 8:15. L’aria condizionata faceva il suo solito rumore leggero, le luci al neon accesero il bianco delle pareti.

Accesi il PC e scorsi le mail, facendo una lista per priorità:

  • litigio al crew bar;
  • assenza ingiustificata al turno delle 6:00 dell’housekeeping;
  • richiesta di cambio cabina per incompatibilità caratteriale;
  • meeting urgente per problemi a casa;
  • due valutazioni di fine contratto già programmate;
  • ore 09:00: riunione con Hotel Director e i Manager del dipartimento Hotel sui turni del prossimo mese;
  • ore 14:00: conference call con il quartier generale.

Ed erano appena le 8:20.

La porta socchiusa

In nave, la porta del mio ufficio era quasi sempre socchiusa.

Ufficialmente, per essere “accessibile”.
In pratica, perché chiuderla del tutto mi faceva sentire in colpa: come se stessi voltando le spalle a qualcuno che, proprio in quel momento, stava facendo fatica a bussare.

Quella porta mezza aperta, però, aveva un prezzo.

Ogni giorno entravano:

  • persone che non riuscivano a dormire per colpa di un cabin mate rumoroso;
  • persone che volevano lasciare la nave;
  • ragazzi con problemi a casa;
  • capi reparto stanchi di reggere il peso delle responsabilità;
  • crew members che avevano combinato qualcosa di grave e non sapevano come uscirne.

Ascoltare era il mio lavoro.
Aiutare a decidere, quando serviva, pure.

Ma a fine giornata, quando la porta finalmente si chiudeva, tutte quelle storie restavano lì. In una stanza dentro di me.

Tarda sera: passeggiata defaticante sul ponte esterno

Spesso, dopo l’ennesimo colloquio difficile, sentivo il bisogno fisico di uscire.

La sera, quando chiudevo l’ufficio, verso le 22:30/23:00, percorrevo il lungo corridoio bianco, salivo le scale di servizio e andavo sull’ultimo ponte esterno.

Lì non c’era quasi nessuno: gli ospiti erano nei saloni, a teatro o a dormire; il crew lavorava, o era al crew bar, o in cabina.

Io camminavo lungo il ponte, guardando il mare scuro.
Respiravo salsedine a pieni polmoni, cercando di lasciare andare almeno un po’ di quello che mi si era incollato addosso durante il giorno.

Qualche volta mi chiedevo: “L’HR ascolta tutti. Ma chi ascolta l’HR?”

Perché nasce questa serie

In questa serie voglio parlare proprio di questo:

  • della fatica emotiva di essere il “contenitore” delle storie degli altri;
  • delle strategie di sopravvivenza che ho provato a usare (lavori creativi e manuali come dipingere, lavorare a maglia o all’uncinetto, ricamare, scrivere, camminare sul ponte esterno, uscire dalla nave in bicicletta);
  • del confine sottile tra il ruolo e la persona, tra la maschera professionale e quello che c’è sotto;
  • del momento in cui, un giorno, un crew member, in uno dei miei ultimi contratti, mi guardò e mi chiese:

«And you… how are you?»

Una domanda semplice, che però all’epoca mi spiazzò.

Perché mi resi conto che, in tanti anni di vita di mare, nessuno me l’aveva chiesto davvero.

Quando l’HR incontra le persone, inevitabilmente entra nelle loro vite.
E, altrettanto inevitabilmente, le loro vite entrano nella vita dell’HR.

È una contaminazione a doppio senso.

Ed è di questo che ti parlerò nella Serie Gente di mare.

-> Prossimo episodio ->

A bordo le urgenze non finiscono mai davvero. E quando la porta si chiude e il mare resta fuori – le storie restano dentro.

Se ti va, raccontami nei commenti: ti è mai capitato di essere “il punto di riferimento” per tutti, senza che nessuno chiedesse come stavi tu?

Il primo sguardo dal molo e il primo passo sulla gangway


[Questo post apre la Serie Dietro le porte “Crew only”]

https://oltregangway.blog/category/dietro-le-porte-crew-only/

Civitavecchia

Il tassista rallentò all’ingresso del porto e abbassò il finestrino per parlare con la security.

Io approfittai di quell’attimo per guardare l’orologio: erano da poco passate le otto del mattino, ma mi sembrava già tardi per cambiare idea.

L’aria sapeva di carburante, salsedine e un vago odore di ferro bagnato.

Camion carichi di container si muovevano lenti come animali pesanti, gru che sembravano braccia giganti si alzavano e si abbassavano sopra il molo.

Fischietti, voci, clacson: un caos organizzato, dove tutti sembravano sapere esattamente cosa fare.

Tutti, tranne me.

«First time on a cruise ship?»

«First time on a cruise ship?» chiese il tassista, gettando un’occhiata dallo specchietto.

Esitai un secondo. «Si vede così tanto?»

Lui sorrise: «Lo si vede dagli occhi».

Girò a destra, poi a sinistra, costeggiando un capannone basso color grigio sporco.

E fu allora che la vidi.

La nave non fu discreta

La nave non apparve semplicemente come un elemento sullo sfondo di un paesaggio fotografato.

Lei si impose con prepotenza al mio sguardo.

Un muro bianco e altissimo esplose davanti a noi, con file ordinate di oblò e balconi che sembravano finestre di un palazzo infinito adagiato sull’acqua.

Il nome sulla murata, a grandi lettere, sancì che da quel momento non era più “una” nave qualsiasi. Era la mia nave.

Per un istante ebbi la sensazione fisica che l’aria si facesse più densa.

Mi sentii minuscola, così come mi ero sentita piccola qualche ora prima sotto alla statua “Il Bacio della Memoria” del porto di Civitavecchia, che oggi non c’è più.

«Eccola lì, la sua nuova casa. Non abbia timore», disse il tassista, come se mi avesse letto il pensiero.

La mia casa nuova.

A me sembrava piuttosto un gigante semiaddormentato e ingombrante.

Il tassista scese dalla macchina, aprì il bagagliaio, posò le mie due valigie a terra e disse: «Buon vento!».

«Grazie», proferii timidamente, mentre l’impulso di tornare indietro tentava di affiorare in superficie.

Crew check-in: tutti sanno cosa fare, tranne me

Presi le valigie e feci qualche passo verso l’ingresso “Crew check-in”.

I marittimi entravano e uscivano con valigie di ogni tipo: zaini vissuti, trolley rigidi, borsoni apparentemente troppo pieni. Alcuni erano già in parte in divisa, altri in jeans e t-shirt. Ridevano, parlavano al telefono, fumavano, si salutavano con pacche sulle spalle.

Avevano l’aria di chi stava tornando in un posto conosciuto.

Dentro allo spazio adibito al “Crew check-in”, una ragazza in uniforme alzò lo sguardo dal computer: «Good morning. Name, please».

Dissi il mio nome e cognome e aggiunsi quasi in automatico: «Human Resources Director».

Le sue dita corsero sulla tastiera. «Mi scusi, ma il suo nome non è nella lista dell’equipaggio da imbarcare. Attenda un attimo che verifichiamo».

Mi accomodai su una sedia mentre lei continuava a verificare i documenti di altri crew members.

Passò parecchio tempo e nessuno venne a spiegarmi cosa stava accadendo.

Con una calma che mi stupì, iniziai a fare domande agli addetti alla sicurezza mostrando i miei documenti d’imbarco e loro confermarono che il mio nome non risultava nella lista crew e nemmeno in quella degli ospiti.

Chiesi alla ragazza di verificare con la mia collega di bordo. Nel frattempo chiamai la mia referente della sede centrale, che si mortificò per l’equivoco e si prodigò per regolarizzare la mia posizione.

Dopo un’altra ora iniziai finalmente a seguire tutte le pratiche d’imbarco.

La ragazza mi fece firmare un paio di documenti, scattò la foto alla mia faccia frastornata – un flash improvviso in un momento in cui avrei preferito essere invisibile – e mi porse il name-tag.

Per la prima volta lessi il mio nome accanto alla scritta “HR Director”, sotto il logo della Compagnia.

Vedere scritto, nero su bianco, quello che “ero” mi riempì allo stesso tempo di orgoglio e stima verso me stessa, e di intrepido sgomento verso l’enorme incombenza che il mio ruolo richiedeva.

Era ufficiale: non stavo semplicemente salendo su una nave. Da qualche parte, dietro quel muro bianco, mi stavano aspettando più di mille persone che presto avrebbero portato, sulla divisa, un pezzetto della mia responsabilità.

«Welcome on board, ma’am,» disse la ragazza con un sorriso professionale.

La gangway: il confine che si sposta

Davanti a me, sul molo, la gangway aspettava e invitava a salire.

Quel ponte metallico che collegava la terra alla nave, e viceversa, oscillava leggermente sotto i passi e il rotolare delle ruote delle valigie di ogni persona che lo attraversava, in salita o in discesa.

Il corrimano era freddo al tatto. Ogni passo faceva un suono secco, vuoto, che rimbalzava tra nave e banchina.

Feci un respiro profondo e poi il primo passo: un gesto piccolissimo che portava con sé tutto il peso di una decisione enorme.

Al primo passo sentii, fisicamente, il confine spostarsi: non ero più a terra, ma non ero ancora a bordo.

Per qualche secondo, nell’attraversare la gangway, ebbi la sensazione di essere sospesa non solo tra due piani, ma tra due vite: quella precedente e quella futura.

Guardai un attimo indietro – verso il terminal, verso il taxi che se n’era già andato – e poi davanti, verso quella rampa inclinata.

Alla fine della rampa, un addetto della security prese il mio badge, lo passò sul lettore, sorrise e proferì quella frase che poi, nell’arco dei successivi dieci anni, avrei sentito migliaia di volte:

«Welcome on board, ma’am».

Un bip secco. Un “ok” sullo schermo.

Ero ufficialmente a bordo.

Ed è da lì, da quel primo sguardo dal molo, da quel primo passo sulla gangway, che comincia la mia vita nella città galleggiante.

Da qui in poi, tutto cambia: orari, confini, privacy, perfino il modo di respirare.

Nei prossimi post -> Serie  Dietro le porte “Crew only” -> ti porterò dentro la crew area (corridoi bianchi, uffici, cabine… ) e ti parlerò delle regole – scritte e non scritte – che tengono in piedi la città invisibile agli ospiti.

Se ti sei persa/o qualche post della Serie precedente, clicca qui: Prima di imbarcare.

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

Dal primo disastroso colloquio in inglese …

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]

-> https://oltregangway.blog/category/prima-di-imbarcare/

Quando la compagnia di crociere mi scrisse per la prima volta (-> Licenziata a 49 anni) sembrava che tutti i pezzi del puzzle si stessero finalmente allineando.

Come primo colloquio conoscitivo, programmarono una chiamata telefonica. Senza preavviso.

Scoprii subito che lo spiraglio che avevo visto non era la fessura di una porta aperta: era solo una crepa nel vetro, anzi, era solo la luce che proveniva da una vetrata pulitissima, trasparente. Quella stessa vetrata che non vedi quando stai per entrare in un negozio che credi aperto e invece è chiuso.

E ci dai una vera e propria craniata.

La chiamata senza preavviso

Ricordo perfettamente dov’ero quando il telefono squillò: ero in macchina e stavo tornando dal supermercato.

Il cellulare vibrò, mostrando un numero sconosciuto con prefisso estero.

Accostai e risposi timidamente: «Pronto.»

Dall’altra parte, una voce maschile partì in quarta con il suo inglese/americano fluente, velocissimo.

Per me, in quel momento, era come se avesse iniziato a parlarmi un extraterrestre.

Capivo a tratti parole sparse. Intuivo che mi stava presentando la compagnia, spiegando il ruolo e facendo domande.

Ma le frasi mi arrivavano addosso come onde troppo alte e mi toglievano il respiro.

Pietrificata al volante, intercalavo qualche “yes” qua e là, giusto per dare un segnale di vita, senza avere la benché minima idea se stessi dicendo un “sì” a qualcosa che richiedeva un “no”, o viceversa.

Sentivo il sangue salirmi in faccia, il cuore andare a mille e le parole bloccarsi in gola.

Terminai la chiamata esattamente come l’avevo iniziata: nel mutismo assoluto e attonito di un essere umano incapace di comunicare.

Spensi il telefono e rimasi immobile in macchina qualche minuto, con le mani sudate sul volante e la schiena sfinita sul sedile.

Avevo appena sostenuto il mio primo colloquio per lavorare a bordo.

Ed era stato un disastro.

Per noi è: “NO”

Dopo qualche giorno arrivò infatti l’e-mail che temevo.

Era educata, cortese, formale, ma in sostanza diceva: “Gentile Dottoressa, a seguito del nostro colloquio le comunichiamo che, seppur riteniamo che lei abbia le competenze per svolgere il lavoro di Direttrice delle Risorse Umane a bordo, siamo costretti a informarla che la sua carenza nel capire e parlare la lingua inglese (tra l’altro la lingua ufficiale a bordo delle navi da crociera) le impedirebbe di svolgere quel tipo di lavoro a bordo.”

Sul momento, l’istinto fu quello di mollare.
Tutto troppo faticoso.

Passai un paio di giorni a crogiolarmi nello sconforto.
Poi, lentamente, riemerse la parte di me combattiva, quella che ama le sfide.

Non era ancora il momento di autocommiserarmi.

Non è finita finché non è finita!

La chiave inglese

A quel punto avevo due opzioni: convincermi che la porta era chiusa per sempre, oppure riconoscere che non era la porta ad essere sbagliata, ma la chiave che stavo usando.

E la chiave, in quel momento, era proprio la chiave inglese.

Abbandonai l’estenuante lancio delle pietre e focalizzai tutta la mia attenzione su un unico obiettivo: imparare l’inglese, abbastanza da non rimanere più pietrificata sul sedile di una macchina.

Non per competere con quella compagnia specifica.
D’altra parte erano stati chiari: mi avevano già scartata.

Adesso era una sfida con me stessa: vuoi vedere che io non riesco a migliorare il mio inglese?

Modalità “inglese”

Quindi passai a modalità “inglese”.

Era primavera. Potevo uscire, prendere il sole, distrarmi.

E invece mi chiusi in casa come un topo da laboratorio.

Reading, writing, listening, speaking, watching videos in inglese, fare esercizi di grammatica, provare a pensare in inglese.

Sapevo che non sarei mai riuscita a imparare tutto l’inglese del mondo in così poco tempo. Dunque scelsi una strategia concreta: avrei imparato a memoria il mio curriculum in inglese, le esperienze fondamentali, gli esempi che meglio raccontavano chi ero come HR, al punto di saper dire almeno: “Questa sono io. Questo so fare. E lo so fare davvero bene.”

Dentro di me, una piccola fiammella continuava ad ardere. Era come se mi dicesse: «Tu continua a studiare. Qualcosa succederà».

Non sapevo che, da qualche parte nel mare, un’onda si stava ancora muovendo verso di me e, con il senno di poi, era come se anch’io, con il mio comportamento, mi stessi muovendo verso quell’onda misteriosa.

Mi stavo preparando ad accoglierla.

La seconda mail – felicità e paura

Fu un paio di mesi dopo che, mentre stavo ancora studiando, arrivò la seconda mail dalla stessa compagnia.

Dicevano che il progetto On Board HR Director era partito, ma avevano realizzato che le prime persone scelte non avevano esattamente tutti i requisiti necessari per svolgere in autonomia quella posizione a bordo e che alcune di loro erano sbarcate dopo un mese.

Quindi: «Qualora fosse ancora libera, avremmo il piacere di fare un altro colloquio con Lei di persona presso la sede centrale. Le anticipiamo però che tutti i costi relativi al viaggio e alla sistemazione in hotel saranno a suo carico».

I miei occhi iniziarono a picchiettare da una parola all’altra come passerotti sulle briciole di pane.

Dovetti alzarmi dalla sedia.
Il cervello era troppo in movimento per poter restare ferma.

Quello che ricordo chiaramente di quel momento è la sensazione netta, fisica, che si appropriò di me: era come se due braccia possenti mi avessero afferrata per le spalle.

Una mi tirava in avanti, l’altra indietro.

Una urlava “vai!”, l’altra “ma sei pazza?”.

Felicità e panico. Nella stessa stanza. Nello stesso corpo.

A un certo punto mi fermai.

Calma.

Per prima cosa devo trovare i soldi.

Il resto – la paura, l’inglese, la distanza dai ragazzi – lo avrei affrontato dopo.

Dovevo fare assolutamente un passo concreto verso quello spiraglio che, finalmente, si stava aprendo. Almeno ci dovevo provare.

Piano A: chiedere aiuto e ricevere porte chiuse

Passai un giorno intero a chiedere ad alcuni parenti, e a quei pochi amici che mi erano rimasti, se potevano anticiparmi la somma prevista per il viaggio.

A fine giornata, però, una cosa mi fu chiarissima: nessuno di loro credeva davvero in quell’idea folle al punto da investirci dei soldi che sicuramente non avrebbero mai riavuto indietro da una disoccupata.

La sera mi buttai sul letto con la consapevolezza dolorosa che potevo contare solo su me stessa.

Tuttavia non c’era tempo per piangersi addosso.

Il countdown era partito: avevo meno di una settimana.

Bisognava passare al piano B.

Ma, esattamente, qual era il piano B?

Non ne avevo la più pallida idea.

Piano B: navigare a vista

Il giorno dopo fui presa da un misto di confusione mentale e iperattività fisica.

Per prima cosa andai a nuotare in piscina, a fluidificare i pensieri che stavano diventando troppo densi.

Il pomeriggio mi misi a sistemare i cassetti e a togliere la polvere nei posti più nascosti della libreria.

La sera, stanca di girarci in tondo, mi sedetti di nuovo davanti al computer e le dita iniziarono a muoversi da sole sulla tastiera:

«Ringraziandovi per l’opportunità, confermo la mia disponibilità e la mia presenza al colloquio presso la sede centrale. Resto in attesa dei dettagli».

Rilessi, solo per verificare se avessi fatto degli errori.

Dopodiché cliccai.

INVIA.

E sia quel che sia.

Da lì in poi ci fu un’escalation di azioni.

Ma per ora mi fermo qui

Ma per ora mi fermo qui, con l’immagine di una donna quasi cinquantenne seduta in macchina, demoralizzata dopo un colloquio in inglese andato malissimo, che riceve un chiarissimo “no” via mail e che, invece di archiviare il file “nave da crociera” nella cartella delle cose impossibili, decide di metterlo in cima alla pila delle priorità.

Di come, da quel “no”, sono arrivata al viaggio alla sede centrale, al mantra “this job is mine” e all’offerta di lavoro, ti parlerò nel prossimo post: …all’offerta che mi ha cambiato la vita.

A volte è proprio a seguito di un disastro che s’inverte la rotta.

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Se ancora non sai chi sono -> About me

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Licenziata a 49 anni, comincio a sentire il richiamo del mare

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]

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Se nella foto di Savona sembrava che il destino fosse già parcheggiato alle mie spalle, i mesi successivi furono tutt’altro che cinematografici.

Erano, molto più semplicemente, mesi di sopravvivenza.

Il “posto fisso” e la caduta improvvisa

A quei tempi lavoravo al centro per l’impiego. Un lavoro stabile, “serio”, di quelli che una volta si immaginavano per tutta la vita. Il famoso “posto fisso”, tanto per capirci.

Poi arrivarono anche per me le parole che per anni avevamo indirizzato ai nostri utenti: riorganizzazione, accorpamenti fra province, tagli del personale. La crisi era arrivata anche lì.

Fu così che, dopo anni di servizio tutto sommato gratificante e rassicurante, in un attimo mi ritrovai fuori dai giochi.

Effetto domino

Contestualmente, il mio matrimonio stava saltando per aria a causa delle… come si dice? Delle solite cose.

Ma quella è un’altra storia ed è stata già scritta. Pare che sia anche piaciuta, considerando che mi ha fatto vincere due premi.

Ad ogni modo, per tornare al contesto, tutte le certezze si stavano sgretolando con effetto domino e all’improvviso mi ritrovai estranea alla mia stessa città, agli amici, alle abitudini di sempre.

Mi erano rimasti solo i miei due figli, come vero e unico centro di gravità.

Due ragazzi minorenni che avevano ancora bisogno di una madre in piedi, non di una madre a pezzi.

A loro dovevo ancora garantire un futuro anche se io, in quel momento, non sapevo esattamente come fare.

E avevo appena compiuto 49 anni.

Cercare lavoro diventa un lavoro

Cercare lavoro a 49 anni non è una passeggiata di salute.
Dunque, cercare lavoro divenne il mio nuovo lavoro.

Ogni mattina accendevo il computer, aprivo i siti, leggevo annunci, mandavo curriculum.

Prima nella mia città, poi allargai il campo alla mia regione, fino a estendere la ricerca all’estero.

Sapevo che, se mai mi avessero preso, avrei dovuto lasciare i miei figli con i nonni. Ma a questo avrei pensato dopo.

Al momento mi serviva urgentemente un lavoro.

Nella maggior parte dei casi non arrivava nemmeno una risposta. In altri, ricevevo le versioni eleganti di un “no” del tipo: «Il suo profilo è interessante, ma al momento non stiamo cercando figure come la sua», oppure «Ci sembra un po’ troppo qualificata per la posizione».

E per finire, l’intramontabile: «Le faremo sapere».

Sapevo benissimo che la mia età non giocava a favore. Nessuno te lo scrive o te lo dice in faccia, ma lo percepisci ugualmente tra le righe.

Eppure non demordevo.
Qualcosa in me rifiutava l’idea di fermarsi lì, di rassegnarsi.

Quando le offerte cosiddette “normali” si fecero sempre più rare e lontane dal mio profilo, il mio sguardo cominciò a spostarsi altrove.

Il soffio del mare

A un certo punto, non so bene come né perché, successe qualcosa di quasi impercettibile e decisivo allo stesso tempo: cominciai a restringere il campo e a indirizzare la ricerca verso l’infinito blu del mare.

Una strana forza mi spostava verso quella direzione. Era come se avvertissi un soffio che mi spingeva verso l’ignoto. Non era un pensiero razionale, né un piano strutturato. Era piuttosto un impulso, una curiosità ostinata.

Cominciai ad aprire sempre più spesso gli annunci di lavoro a bordo delle navi da crociera.

Era un po’ come sbirciare dalla serratura nella vita di qualcun altro: animatori sorridenti, guest service operator, tour expert abbronzati, camerieri in giacca bianca, bartender che shakeravano cocktail in piscina, cabinisti sempre in movimento.

Iniziai a informarmi. A leggere blog, forum, articoli. A farmi una cultura sulla vita di nave: turni infiniti, contratti lunghi, cabine condivise, multiculturalità, mare ovunque.

Poi provai a fare un altro passo avanti: capire se c’era una posizione che potesse essere compatibile con la mia esperienza e le mie competenze.

La risposta appariva chiara e scoraggiante: no.

Cosa ci faccio io qui?

Qualsiasi posizione aperta a bordo – animatore, guest service operator, tour expert, cameriere, bartender, cabinista – sembrava pensata per persone molto più giovani di me, con percorsi diversi, corpi più elastici, vite meno stratificate e complesse.

Io ero solo una psicologa di 49 anni, con esperienza al Centro d’Igiene Mentale, nelle Scuole e in Risorse Umane al Centro per l’Impiego, due figli a carico e un inglese arrugginito, fermo alla scuola superiore di trent’anni prima.

Dunque, ricapitolando, cosa ci faceva una psicologa quasi cinquantenne tutto il giorno davanti a un computer, a cercare lavoro su una nave da crociera?

Era forse impazzita?

Probabilmente sì.

Ero come una mosca che continua a sbattere contro un vetro, non sapendo che poco più in là c’è uno spiraglio aperto.

Io quel vetro lo sentivo ogni volta che sbattevo contro con un “non idonea”, un “profilo troppo senior”, un “mismatch con la posizione”.

Lo spiraglio ancora non c’era. Eppure continuavo imperterrita, convinta che, da qualche parte, oltre quel vetro, ci fosse una possibilità per me.

Doveva pur esserci una possibilità per me.

La candidatura spontanea

Quindi, a un certo punto, invece di chiudere la finestra del browser, inviai ugualmente il mio curriculum vitae nella sezione “candidatura spontanea”.

Quello fu il mio primo curriculum inviato a una compagnia di navi da crociera.

Poi ne seguirono altri.

Non smettevo di lanciare curricula nell’etere. Era diventato quasi uno sport, un po’ come scagliare pietre nel vuoto dall’alto di una montagna.

Non sapevo dove sarebbero cadute, se stavano colpendo qualcuno o stavano solo rimbalzando per perdersi nell’infinito mare di internet.

«Prima o poi qualcuno la vedrà, questa pietra,» mi dicevo nei momenti di sconforto. «Prima o poi colpirò il bersaglio giusto.»

Qualcuno viene colpito

E alla fine successe.

Una di quelle pietre invisibili lanciata in un mare di annunci, un giorno, colpì davvero qualcuno.

Quando compii 51 anni arrivò la mail che avevo sognato e temuto allo stesso tempo.

Era di una compagnia di navi da crociera: “Abbiamo ricevuto il suo curriculum. Stiamo per aprire una nuova posizione a bordo: On Board HR Director, una figura HR unica per nave. Dal suo profilo emergono competenze in linea con la job description…”

«Ci siamo», pensai. «È questa la variante. È questa la svolta.»

Ma il bello, o il brutto, dipende dai punti di vista, doveva ancora venire.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.
Ognuno lo ha sentito, o lo sente, a modo suo.

A me è andata così: sembra che il mare mi abbia chiamato proprio quando pensavo di stare per toccare il fondo.

Per ora mi fermo qui

Per ora mi fermo qui, all’immagine di una donna quasi cinquantenne, licenziata, con una vita da ricostruire, che un giorno apre il sito di una compagnia di crociere e, invece di chiuderlo dopo cinque secondi, decide di caricare il CV.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.

Anche tu hai sentito il richiamo del mare? Come è successo? E dove ti ha portato? Condividi qui la tua esperienza.

Se vuoi saperne di più, vai al prossimo post Dal primo disastroso colloquio in inglese…

Benvenuti “Oltre la Gangway”

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]
-> https://oltregangway.blog/category/prima-di-imbarcare/

Se sei arrivato/a qui, probabilmente ti incuriosisce oltrepassare la gangway e dare una sbirciata alla vita di nave.

Magari hai fatto una crociera e ti sei chiesto cosa succede dietro le porte con scritto “Crew Only”.

Oppure stai pensando di imbarcarti.

O, semplicemente, hai già lavorato in nave (o ci stai ancora lavorando) e stai cercando parole e pensieri che assomiglino un po’ ai tuoi.

Qualunque sia il motivo, ti do il benvenuto oltre la gangway delle navi da crociera, dove ho lavorato per dieci anni come Direttrice delle Risorse Umane.

Chi sono (e perché sono salita a bordo)

Non vengo da una famiglia di marittimi.

Sono una psicologa “di terra” che, appena compiuti i cinquant’anni, si è ritrovata a vendere i propri gioielli per pagarsi un colloquio, rispolverare con fatica un inglese arrugginito, fare i corsi di sicurezza di base BST e salire per la prima volta sulla gangway di una nave enorme che sarebbe poi diventata una seconda casa.

Di cosa parla questo blog (e di cosa no)

In questo blog non racconterò la crociera dal punto di vista dei passeggeri. Non parlerò di buffet, piscine e spettacoli, anche se a volte se ne intuirà la presenza.

Qui voglio raccontare la vita nascosta dietro le porte “Crew Only”.

Le cabine minuscole dove si trovano persone e pezzi di vita “zippati” in pochi metri quadrati. I lunghi corridoi bianchi dove ci si saluta, si litiga, si piange e si ride.

I giorni duri in cui è il mare a decidere l’umore della nave.

I crew party che sono al tempo stesso respiro, sfogo, divertimento e rischio.

Le grosse emergenze causate dal mare o dalla nave (incendi, tempeste, barche di migranti avvistate nella notte) e quelle più delicate, ma altrettanto devastanti, causate dalle persone (una foto fatta girare di nascosto, un rimpatrio negato, e purtroppo tanto altro).

Come lo racconterò: un memoir a puntate

Scriverò in stile memoir, a puntate.

Qualche volta ti porterò con me nel periodo in cui, prima di imbarcare, avevo perso il lavoro, il matrimonio e tutte le certezze della mia precedente vita.

Narrerò di come sia riuscita a fare “surf” sul cambiamento e cambiare rotta alla mia vita, sperando che il mio racconto possa essere di aiuto a chi si trova in una fase particolarmente difficile della propria vita.

Altre volte ti guiderò dentro la nave, passando per la gangway: condividendo l’emozione del primo impatto della nave vista dal molo e poi attraversando quei luoghi dove non entra mai nessun ospite, le aree “Crew Only”.

Cosa troverai qui: persone, porti, crisi, bellezza

Vi racconterò di crisi e conflitti, di casi disciplinari difficili e indagini lunghe ed estenuanti, mentre sulla città parallela degli ospiti si brindava a “una vacanza indimenticabile”.

Vi racconterò anche dei porti e degli scali, di come sono vissuti dall’equipaggio.

E poi le pause pranzo veloci in bicicletta fuori dalla nave a Civitavecchia, Savona, Amsterdam o Fukuoka; il tramonto nel deserto o le cascate d’acqua dei Fiordi; i bagni nell’acqua cristallina dei Caraibi a Natale o il freddo polare di Capo Nord in estate.

Ma anche di quei porti in cui non si poteva scendere, delle giornate di cambio equipaggio con i corridoi pieni di valigie, abbracci, firme, pianti e addii.

Vi racconterò di un lavoro strano

Ricordo che prima di imbarcare qualcuno mi diceva: «Vabbè, che vuoi che sia? È un lavoro come un altro.»

Non è un lavoro come un altro, credetemi.

Oggi vivo di nuovo a terra, ho un lavoro “normale”, ho davvero “un lavoro come un altro”, e un calendario con le scadenze delle bollette al posto dei nomi dei porti.

Ma quando guardo l’orizzonte so che, da qualche parte là fuori, ci sono navi che navigano, equipaggi che vivono in corridoi simili a quelli che ho camminato per anni.

Una parte di me è tornata a terra.
Un’altra parte, inevitabilmente, è rimasta a bordo.

Perché è questo che fa la vita di nave, una volta che l’hai provata e vissuta sulla tua pelle: ti spacca in due.

Per chi è questo blog

E poi, per chi ne vorrà sapere di più, ci saranno anche le Lezioni dal mare: cosa il mare mi ha insegnato sul lavoro, sulle relazioni, su me stessa, sulla differenza tra fare HR a terra e farlo in una città galleggiante.

Se sei un ragazzo o una ragazza e stai pensando di partire, spero che qui tu possa trovare non solo sogni, ma anche qualche verità utile.

La vita in nave non è un incubo, ma non è neanche una favola. È solo un tipo di vita diverso, più concentrato, più intenso.

Se sei un passeggero abituale, forse vedrai la prossima crociera con occhi un po’ diversi e proverai a immaginare le vite oltre le uniformi.

Se lavori in HR a terra, magari scoprirai cosa succede quando le “risorse umane” non sono solo “teste” o numeri che tornano a casa la sera, ma persone che vivono e lavorano chiuse in un guscio di ferro per mesi interi, lontane da casa e dagli affetti.

Da dove cominciamo

Questo è il progetto: mettere in fila storie ed emozioni, la vita che si svolge oltre la gangway, al confine tra mare e terra, e condividerla con te.

Se ti va, possiamo cominciare proprio da dove tutto è iniziato per me: una foto scattata a Savona, su una catenella, con una nave alle spalle che ancora non sapevo mi stesse già chiamando.

Nel prossimo post Savona e la foto premonitrice te la racconto.

Chissà, forse un giorno sarai tu a condividere la tua storia con me.

Questo non è un lavoro come un altro.

Se anche tu hai una storia di mare che ti è rimasta addosso, raccontamela nei commenti.

  • Se vuoi saperne di più, segui la Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.
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