Il primo sguardo dal molo e il primo passo sulla gangway


[Questo post apre la Serie Dietro le porte “Crew only”]

https://oltregangway.blog/category/dietro-le-porte-crew-only/

Civitavecchia

Il tassista rallentò all’ingresso del porto e abbassò il finestrino per parlare con la security.

Io approfittai di quell’attimo per guardare l’orologio: erano da poco passate le otto del mattino, ma mi sembrava già tardi per cambiare idea.

L’aria sapeva di carburante, salsedine e un vago odore di ferro bagnato.

Camion carichi di container si muovevano lenti come animali pesanti, gru che sembravano braccia giganti si alzavano e si abbassavano sopra il molo.

Fischietti, voci, clacson: un caos organizzato, dove tutti sembravano sapere esattamente cosa fare.

Tutti, tranne me.

«First time on a cruise ship?»

«First time on a cruise ship?» chiese il tassista, gettando un’occhiata dallo specchietto.

Esitai un secondo. «Si vede così tanto?»

Lui sorrise: «Lo si vede dagli occhi».

Girò a destra, poi a sinistra, costeggiando un capannone basso color grigio sporco.

E fu allora che la vidi.

La nave non fu discreta

La nave non apparve semplicemente come un elemento sullo sfondo di un paesaggio fotografato.

Lei si impose con prepotenza al mio sguardo.

Un muro bianco e altissimo esplose davanti a noi, con file ordinate di oblò e balconi che sembravano finestre di un palazzo infinito adagiato sull’acqua.

Il nome sulla murata, a grandi lettere, sancì che da quel momento non era più “una” nave qualsiasi. Era la mia nave.

Per un istante ebbi la sensazione fisica che l’aria si facesse più densa.

Mi sentii minuscola, così come mi ero sentita piccola qualche ora prima sotto alla statua “Il Bacio della Memoria” del porto di Civitavecchia, che oggi non c’è più.

«Eccola lì, la sua nuova casa. Non abbia timore», disse il tassista, come se mi avesse letto il pensiero.

La mia casa nuova.

A me sembrava piuttosto un gigante semiaddormentato e ingombrante.

Il tassista scese dalla macchina, aprì il bagagliaio, posò le mie due valigie a terra e disse: «Buon vento!».

«Grazie», proferii timidamente, mentre l’impulso di tornare indietro tentava di affiorare in superficie.

Crew check-in: tutti sanno cosa fare, tranne me

Presi le valigie e feci qualche passo verso l’ingresso “Crew check-in”.

I marittimi entravano e uscivano con valigie di ogni tipo: zaini vissuti, trolley rigidi, borsoni apparentemente troppo pieni. Alcuni erano già in parte in divisa, altri in jeans e t-shirt. Ridevano, parlavano al telefono, fumavano, si salutavano con pacche sulle spalle.

Avevano l’aria di chi stava tornando in un posto conosciuto.

Dentro allo spazio adibito al “Crew check-in”, una ragazza in uniforme alzò lo sguardo dal computer: «Good morning. Name, please».

Dissi il mio nome e cognome e aggiunsi quasi in automatico: «Human Resources Director».

Le sue dita corsero sulla tastiera. «Mi scusi, ma il suo nome non è nella lista dell’equipaggio da imbarcare. Attenda un attimo che verifichiamo».

Mi accomodai su una sedia mentre lei continuava a verificare i documenti di altri crew members.

Passò parecchio tempo e nessuno venne a spiegarmi cosa stava accadendo.

Con una calma che mi stupì, iniziai a fare domande agli addetti alla sicurezza mostrando i miei documenti d’imbarco e loro confermarono che il mio nome non risultava nella lista crew e nemmeno in quella degli ospiti.

Chiesi alla ragazza di verificare con la mia collega di bordo. Nel frattempo chiamai la mia referente della sede centrale, che si mortificò per l’equivoco e si prodigò per regolarizzare la mia posizione.

Dopo un’altra ora iniziai finalmente a seguire tutte le pratiche d’imbarco.

La ragazza mi fece firmare un paio di documenti, scattò la foto alla mia faccia frastornata – un flash improvviso in un momento in cui avrei preferito essere invisibile – e mi porse il name-tag.

Per la prima volta lessi il mio nome accanto alla scritta “HR Director”, sotto il logo della Compagnia.

Vedere scritto, nero su bianco, quello che “ero” mi riempì allo stesso tempo di orgoglio e stima verso me stessa, e di intrepido sgomento verso l’enorme incombenza che il mio ruolo richiedeva.

Era ufficiale: non stavo semplicemente salendo su una nave. Da qualche parte, dietro quel muro bianco, mi stavano aspettando più di mille persone che presto avrebbero portato, sulla divisa, un pezzetto della mia responsabilità.

«Welcome on board, ma’am,» disse la ragazza con un sorriso professionale.

La gangway: il confine che si sposta

Davanti a me, sul molo, la gangway aspettava e invitava a salire.

Quel ponte metallico che collegava la terra alla nave, e viceversa, oscillava leggermente sotto i passi e il rotolare delle ruote delle valigie di ogni persona che lo attraversava, in salita o in discesa.

Il corrimano era freddo al tatto. Ogni passo faceva un suono secco, vuoto, che rimbalzava tra nave e banchina.

Feci un respiro profondo e poi il primo passo: un gesto piccolissimo che portava con sé tutto il peso di una decisione enorme.

Al primo passo sentii, fisicamente, il confine spostarsi: non ero più a terra, ma non ero ancora a bordo.

Per qualche secondo, nell’attraversare la gangway, ebbi la sensazione di essere sospesa non solo tra due piani, ma tra due vite: quella precedente e quella futura.

Guardai un attimo indietro – verso il terminal, verso il taxi che se n’era già andato – e poi davanti, verso quella rampa inclinata.

Alla fine della rampa, un addetto della security prese il mio badge, lo passò sul lettore, sorrise e proferì quella frase che poi, nell’arco dei successivi dieci anni, avrei sentito migliaia di volte:

«Welcome on board, ma’am».

Un bip secco. Un “ok” sullo schermo.

Ero ufficialmente a bordo.

Ed è da lì, da quel primo sguardo dal molo, da quel primo passo sulla gangway, che comincia la mia vita nella città galleggiante.

Da qui in poi, tutto cambia: orari, confini, privacy, perfino il modo di respirare.

Nei prossimi post -> Serie  Dietro le porte “Crew only” -> ti porterò dentro la crew area (corridoi bianchi, uffici, cabine… ) e ti parlerò delle regole – scritte e non scritte – che tengono in piedi la città invisibile agli ospiti.

Se ti sei persa/o qualche post della Serie precedente, clicca qui: Prima di imbarcare.

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

Benvenuti “Oltre la Gangway”

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]
-> https://oltregangway.blog/category/prima-di-imbarcare/

Se sei arrivato/a qui, probabilmente ti incuriosisce oltrepassare la gangway e dare una sbirciata alla vita di nave.

Magari hai fatto una crociera e ti sei chiesto cosa succede dietro le porte con scritto “Crew Only”.

Oppure stai pensando di imbarcarti.

O, semplicemente, hai già lavorato in nave (o ci stai ancora lavorando) e stai cercando parole e pensieri che assomiglino un po’ ai tuoi.

Qualunque sia il motivo, ti do il benvenuto oltre la gangway delle navi da crociera, dove ho lavorato per dieci anni come Direttrice delle Risorse Umane.

Chi sono (e perché sono salita a bordo)

Non vengo da una famiglia di marittimi.

Sono una psicologa “di terra” che, appena compiuti i cinquant’anni, si è ritrovata a vendere i propri gioielli per pagarsi un colloquio, rispolverare con fatica un inglese arrugginito, fare i corsi di sicurezza di base BST e salire per la prima volta sulla gangway di una nave enorme che sarebbe poi diventata una seconda casa.

Di cosa parla questo blog (e di cosa no)

In questo blog non racconterò la crociera dal punto di vista dei passeggeri. Non parlerò di buffet, piscine e spettacoli, anche se a volte se ne intuirà la presenza.

Qui voglio raccontare la vita nascosta dietro le porte “Crew Only”.

Le cabine minuscole dove si trovano persone e pezzi di vita “zippati” in pochi metri quadrati. I lunghi corridoi bianchi dove ci si saluta, si litiga, si piange e si ride.

I giorni duri in cui è il mare a decidere l’umore della nave.

I crew party che sono al tempo stesso respiro, sfogo, divertimento e rischio.

Le grosse emergenze causate dal mare o dalla nave (incendi, tempeste, barche di migranti avvistate nella notte) e quelle più delicate, ma altrettanto devastanti, causate dalle persone (una foto fatta girare di nascosto, un rimpatrio negato, e purtroppo tanto altro).

Come lo racconterò: un memoir a puntate

Scriverò in stile memoir, a puntate.

Qualche volta ti porterò con me nel periodo in cui, prima di imbarcare, avevo perso il lavoro, il matrimonio e tutte le certezze della mia precedente vita.

Narrerò di come sia riuscita a fare “surf” sul cambiamento e cambiare rotta alla mia vita, sperando che il mio racconto possa essere di aiuto a chi si trova in una fase particolarmente difficile della propria vita.

Altre volte ti guiderò dentro la nave, passando per la gangway: condividendo l’emozione del primo impatto della nave vista dal molo e poi attraversando quei luoghi dove non entra mai nessun ospite, le aree “Crew Only”.

Cosa troverai qui: persone, porti, crisi, bellezza

Vi racconterò di crisi e conflitti, di casi disciplinari difficili e indagini lunghe ed estenuanti, mentre sulla città parallela degli ospiti si brindava a “una vacanza indimenticabile”.

Vi racconterò anche dei porti e degli scali, di come sono vissuti dall’equipaggio.

E poi le pause pranzo veloci in bicicletta fuori dalla nave a Civitavecchia, Savona, Amsterdam o Fukuoka; il tramonto nel deserto o le cascate d’acqua dei Fiordi; i bagni nell’acqua cristallina dei Caraibi a Natale o il freddo polare di Capo Nord in estate.

Ma anche di quei porti in cui non si poteva scendere, delle giornate di cambio equipaggio con i corridoi pieni di valigie, abbracci, firme, pianti e addii.

Vi racconterò di un lavoro strano

Ricordo che prima di imbarcare qualcuno mi diceva: «Vabbè, che vuoi che sia? È un lavoro come un altro.»

Non è un lavoro come un altro, credetemi.

Oggi vivo di nuovo a terra, ho un lavoro “normale”, ho davvero “un lavoro come un altro”, e un calendario con le scadenze delle bollette al posto dei nomi dei porti.

Ma quando guardo l’orizzonte so che, da qualche parte là fuori, ci sono navi che navigano, equipaggi che vivono in corridoi simili a quelli che ho camminato per anni.

Una parte di me è tornata a terra.
Un’altra parte, inevitabilmente, è rimasta a bordo.

Perché è questo che fa la vita di nave, una volta che l’hai provata e vissuta sulla tua pelle: ti spacca in due.

Per chi è questo blog

E poi, per chi ne vorrà sapere di più, ci saranno anche le Lezioni dal mare: cosa il mare mi ha insegnato sul lavoro, sulle relazioni, su me stessa, sulla differenza tra fare HR a terra e farlo in una città galleggiante.

Se sei un ragazzo o una ragazza e stai pensando di partire, spero che qui tu possa trovare non solo sogni, ma anche qualche verità utile.

La vita in nave non è un incubo, ma non è neanche una favola. È solo un tipo di vita diverso, più concentrato, più intenso.

Se sei un passeggero abituale, forse vedrai la prossima crociera con occhi un po’ diversi e proverai a immaginare le vite oltre le uniformi.

Se lavori in HR a terra, magari scoprirai cosa succede quando le “risorse umane” non sono solo “teste” o numeri che tornano a casa la sera, ma persone che vivono e lavorano chiuse in un guscio di ferro per mesi interi, lontane da casa e dagli affetti.

Da dove cominciamo

Questo è il progetto: mettere in fila storie ed emozioni, la vita che si svolge oltre la gangway, al confine tra mare e terra, e condividerla con te.

Se ti va, possiamo cominciare proprio da dove tutto è iniziato per me: una foto scattata a Savona, su una catenella, con una nave alle spalle che ancora non sapevo mi stesse già chiamando.

Nel prossimo post Savona e la foto premonitrice te la racconto.

Chissà, forse un giorno sarai tu a condividere la tua storia con me.

Questo non è un lavoro come un altro.

Se anche tu hai una storia di mare che ti è rimasta addosso, raccontamela nei commenti.

  • Se vuoi saperne di più, segui la Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.
  • Inizia a a seguire -> le Serie
  • Continua a seguire il mio Blog
  • Per orientarti -> La mappa
  • Per approfondire -> Glossario
  • Per visualizzare l’esperienza -> Galleria immagini