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Con quel tasto “INVIA” avevo appena confermato la mia disponibilità al secondo colloquio presso la sede centrale della compagnia di crociera.
Ora, avevo solo una settimana scarsa per:
a) trovare i soldi;
b) intensificare la mia padronanza dell’inglese al massimo possibile.
Praticamente una missione impossibile.
Ma anche una sfida che non potevo permettermi di perdere.
Fu allora che mi tornò in mente quella foto a Savona.
Collegai l’hard disk al PC e rividi la me di due anni prima: io che dondolavo sulla catenella, la Torretta a destra, le barche a sinistra, e dietro la mia schiena proprio lei, la nave.
Se davvero il mio destino stava per compiersi, io dovevo farmi trovare pronta. Senza “ma” e senza “se”.
Primo scoglio: trovare i soldi
«Pensa – mi dissi – pensa. Un modo ci sarà».
E un modo c’era. Era lì, davanti ai miei occhi. Era stato lì da sempre. Solo che io non l’avevo mai visto.
La scatola dei gioielli.
Quei regali preziosi accumulati negli anni – che ormai non indossavo neanche più in quanto avevano perso il loro valore affettivo a causa della dubbia intenzione di chi li aveva comprati – che ci facevano ancora lì?
E poi, voglio dire, anche se l’avessi indossati, cosa sarebbe cambiato?
Nulla. Erano solo oggetti.
Quello che potevano rappresentare, invece, era un lasciapassare verso una nuova vita. Una possibilità.
Detto, fatto.
Presi la scatola, entrai in un punto “Compro Oro” con coraggio e determinazione, e ne uscii con i contanti.
Primo scoglio superato: avevo acquisito, letteralmente, il biglietto e il diritto di presentarmi all’appuntamento con il mio destino.
In ogni caso a quel colloquio mi sarei giocata tutto. O la va, o la spacca.
Secondo scoglio: l’inglese
Intensificai il ritmo iniziando a costruirmi una piccola isola di sicurezza linguistica dove poter approdare in caso di bisogno: il mio profilo, la mia storia e la mia esperienza.
Quando giunse il momento del viaggio, ebbi la sensazione netta che stavo imboccando una strada che era stata disegnata appositamente per me.
La sera prima del viaggio avevo la testa piena di parole inglesi. Ma una cosa era cambiata rispetto al primo colloquio: questa volta, almeno, sentivo di avere una chiave un po’ più adatta alla porta che volevo aprire.
Ancora non sapevo se fosse la chiave giusta.
Non mi restava altro che provarla.
Si parte!
Direzione: cambiamento.
Io, con il mio piccolo trolley, una cartellina con dentro il CV in doppia lingua, autobus, aereo, taxi e hotel in una città che non conoscevo.
Dentro di me c’era una frase che batteva in loop, come una radio su una sola frequenza, che mi accompagnò per tutto il viaggio, fino al colloquio: “This job is mine. I just have to go and get it” – “Questo lavoro è mio. Devo solo andare a prendermelo”.
Non era presunzione. Era solo un modo per non lasciare che la paura s’infiltrasse a tradimento e prendesse il comando dell’operazione.
Lo ripetei più volte la sera in albergo mentre guardavo il soffitto, al mattino davanti al caffè e dentro il taxi che mi portò alla sede.
La resa dei conti – fra inciampi e verità
La giornata dei colloqui fu davvero intensa. Incontrai diversi esaminatori.
Il primo incontro fu conoscitivo, centrato sulle soft skills: come ti relazioni? come gestisci un conflitto? perché vuoi fare questo lavoro a bordo? come pensi di reggere la vita in nave?
Gli altri colloqui furono più tecnici, focalizzati su: le mie esperienze HR, processi di selezione, valutazioni; casi disciplinari, gestione del welfare e gestione delle ore di lavoro; simulazioni di casi tipici a bordo – “cosa faresti se…” – “come ti muoveresti in questa situazione…”; contesto multiculturale, modi di lavorare contemporaneamente con nazionalità e religioni diverse.
Il tutto rigorosamente in inglese, che non fu perfetto, è ovvio.
Qualche volta scivolavo su una parola in italiano, perché non c’era altro da fare: l’inglese proprio non mi arrivava.
Altre volte esprimevo deliberatamente il concetto prima in inglese e poi lo precisavo in italiano, onde evitare dubbi o fraintendimenti su questioni delicate.
Ma ogni volta che alzavo gli occhi per guardare le loro facce, ci leggevo qualcosa di tranquillizzante: attenzione, interesse, a tratti persino approvazione.
D’altra parte non stavano cercando un’insegnante di inglese. Stavano cercando una persona che sapesse fare l’HR, in un contesto nuovo e complesso.
E quello, al netto degli inciampi linguistici, era qualcosa che sentivo mio.
Alla fine, uscii dal circuito di stanze e tavoli e mi ritrovai di nuovo nell’atrio, accompagnata dalla frase più classica del mondo: «Le faremo sapere – questa volta, però, seguita da – Ci sentiamo presto», che faceva ben sperare.
Lacrime dietro gli occhiali da sole
Era ormai pomeriggio. Decisi di camminare un po’ per la città prima di rientrare in hotel sotto un sole ancora caldo.
E in quel momento, mentre le persone sconosciute mi passavano accanto ignare, lacrime nascoste iniziarono a scendere silenziosamente dietro gli occhiali da sole.
Non erano lacrime di disperazione. Erano lacrime di stanchezza, certo.
Ma anche di gioia, di speranza. Di una strana, ostinata certezza.
Dentro di me, il mantra si era trasformato in: “This job is mine. I have the skills. English won’t be a problem” – “Questo lavoro è mio. Ho tutte le competenze necessarie. L’inglese non sarà un problema”.
Non era arroganza, o presunzione. Era solo consapevolezza.
Dopo i colloqui avevo realizzato ancor di più di avere le competenze necessarie per il ruolo.
E quindi, sentivo che il pezzo mancante non era più così tanto lontano da me. Era lì a portata di mano. Era solo questione di tempo.
Non potevo sapere con certezza che avrei ricevuto un “sì”. Ma avvertivo delle buone sensazioni.
“We are pleased to inform you…”
Dal ritorno a casa passarono solo pochi giorni.
Una mattina aprii la casella di posta elettronica e la vidi: «With reference to your interview with our Representatives…» – il cuore prese a rimbalzare nel petto.
Continuai a leggere: «…we are pleased to inform you that your profile has been considered suitable for the position of HR Director onboard our Fleet».
Rilessi quella frase ad alta voce. La lessi una seconda volta, una terza, tanto per essere sicura di non aver tradotto male.
Poi mi misi a cantare e a ballare in cucina come una pazza.
Mi sentivo leggera e pesantissima allo stesso tempo: leggera per la gioia, pesante per la consapevolezza di ciò che quella frase implicava davvero.
C’era un contratto da stampare e da restituire firmato.
Stampai il contratto, lo lessi attentamente con un nodo alla gola, le mani sudate e il battito del cuore accelerato. Firmai e inviai.
Non ho idea di quale termine si possa usare per descrivere quella sensazione, ma era contenitore di gioia con dentro tanta paura. Insomma, non era euforia pura e spensierata.
Ero consapevole che fosse solo un primo passo.
C’erano ancora tante cose da fare, ma ero sulla strada giusta.
La mosca che per mesi aveva continuato a sbattere contro il vetro, finalmente, aveva trovato lo spiraglio aperto.
Ora non restava altro che entrare in quello spiraglio e vedere dove mi avrebbe portato.
La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla
C’erano ancora i corsi BST da fare, le visite mediche, un mese di formazione presso la sede centrale, due settimane di training a bordo con annesse altre due settimane di periodo di prova – ma la rotta era finalmente tracciata sulla mappa.
Con il prossimo post racconterò proprio questo: il corso BST ad Anzio, il mese di formazione intensiva, il sentirsi come una mosca bianca per la lingua, ma con le competenze giuste… e poi, finalmente, saliamo a bordo.
La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla
Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.
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