Da Anzio a “ready to embark”

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Fu così che entrai nella centrifuga di questa esperienza incredibile.

Subito dopo la firma del contratto, il primo passo fu il corso BST (Basic Safety Training) ad Anzio: il percorso formativo obbligatorio, essenziale per lavorare a bordo delle navi.

BST: imparare a sopravvivere in nave prima ancora di imparare a viverci

Ad Anzio imparai, in due settimane, un condensato di cose che non avevano niente a che fare con tutti i lavori svolti precedentemente: come indossare un giubbotto di salvataggio nel modo giusto, come tuffarsi da un trampolino simulando un abbandono nave, come resistere in acqua fredda, come usare una zattera di salvataggio in acqua.

E come tuffarsi in un mare in tempesta di notte. Cosa che, tra l’altro, bisogna auspicarsi di non dover fare mai.

Sono sicura che questa prova – facoltativa –  rimarrà impressa nella mia memoria per sempre.

La piscina e l’elicottero:
la prova che non dimentichi

Quando uscimmo dallo spogliatoio, lo scenario era da brividi.

La piscina era tutta buia e l’acqua si muoveva come fosse mare. Si sentivano rumori reali di onde, raffiche di vento ai lati che sparavano acqua, il forte battito ritmico delle pale dell’elicottero. Dall’alto pendeva una fune spessa che dondolava come se davvero fosse stata calata da un elicottero sopra di noi.

All’uscita dagli spogliatoi rimanemmo bloccati a guardare quello scenario apocalittico.

Quando fummo sopra al trampolino, l’istruttore – sempre gridando, perché altrimenti non avremmo potuto sentirlo – ci spiegò cosa fare e come farlo.

Ecco, posso solo dire che quando fu il mio turno, a bordo di quel trampolino, guardando sotto l’acqua buia e mossa di una piscina di cui non si intravedeva il fondo, in mezzo a tutto quel trambusto, con l’istruttore che mi urlava di tuffarmi, sono riuscita a farlo soltanto emettendo lunghi respiri profondi e ripetendo a me stessa: «È solo una piscina. È solo una piscina. È solo una piscina.»

Fuoco, fumo e primo soccorso

Poi fu la volta di imparare a spegnere un incendio, come muoversi in un ambiente invaso dal fumo, come fare un massaggio cardiaco, come gestire la folla in caso di emergenza.

Sentire il proprio respiro affannato filtrare attraverso la maschera ed entrare in un container buio pieno di fumo alla ricerca di un manichino trasmetteva una sensazione claustrofobica, anche se era solo una simulazione. Non osavo pensare a quale sensazione si potesse provare in una situazione reale.

E di certo non potevo immaginare che un giorno, a bordo, avrei sentito davvero il segnale dell’allarme fuoco.

Ad ogni modo, si creò un bel gruppo.

Conobbi i miei primi veri compagni di avventura: gente che stava per imbarcare come me, al primo contratto. E mi divertii tantissimo.

Alcuni di loro li ho poi rincontrati in nave ed è stato davvero emozionante.

La sede centrale:
la mosca bianca in full immersion

Subito dopo Anzio iniziò il mese di formazione pratica alla sede centrale, tutto rigorosamente in inglese, con insegnanti madrelingua.

I miei colleghi corsisti erano eccellenti con la lingua. Parlavano con naturalezza, si lanciavano in battute, intervenivano con sicurezza negli esercizi.

Io ero – diciamolo – la mosca bianca.

Non lo dico per fare la vittima, ma come un dato di fatto.

Nel giro di pochi giorni si era sparsa la voce tra gli uffici: «Al training c’è una signora che non sa neanche parlare inglese».

Spesso mi guardavano con un misto di curiosità e superiorità, come si guarda qualcuno che sicuramente non ce la può fare.

Così adottai un mantra preso in prestito dal sommo Dante, perfetto per la situazione: «Non ti curar di loro, ma guarda e passa».

Me lo ripetevo ogni volta che sentivo un sorrisetto alle spalle, un commento sul mio accento, una battuta sul mio “yes” di salvataggio.

Fortunatamente non erano tutti così. Almeno un paio di ragazzi e una ragazza erano apertamente dalla mia parte.

E così, senza tanti giri di parole, fu un mese durissimo.

Sostanza o forma? Cosa conta di più?

Il paradosso è che, sul piano dei contenuti, era l’esatto opposto. Capivo perfettamente gli argomenti trattati: performance, gestione del conflitto, casi disciplinari, welfare del personale. Quello, da anni, era il mio mestiere.

Il problema non era capire. Era parlare.

La paura di sbagliare davanti a chi sembrava nato bilingue mi bloccava. Rimanevo zitta anche quando avevo un’opinione chiara, esempi concreti, idee su come si potesse gestire meglio una certa situazione.

Li guardavo fare esercizi di role play, simulare colloqui, discutere di “best practices” e, con il mio occhio da psicologa, non potevo non notare che: alcuni recitavano bene, ma non avevano mai gestito un conflitto vero nella vita; altri citavano alla perfezione modelli teorici, ma si perdevano quando si trattava di calarsi davvero nei panni di un’altra persona.

Eppure, sì: parlavano indubbiamente bene in inglese. Tuttavia usavano quella competenza per riempire i vuoti di esperienza, per spostare l’attenzione dal “cosa” al “come” lo stavano dicendo.

Io, al contrario, avevo molta sostanza e poca forma nella lingua.

La strategia vincente: “occhio sulla palla”

Decisi allora di adottare una strategia sportiva, semplice ma molto efficace: “occhio sulla palla”. Mantenere sempre il focus sull’obiettivo senza prestare attenzione alle distrazioni o alle derisioni del pubblico.

Puntai tutto sui miei punti di forza: l’ascolto e la comprensione.

Per parlare avrei avuto tempo.

In quelle otto ore al giorno di full immersion in inglese non mi potevo permettere distrazioni o il lusso di perdermi anche solo una parola.

A fine giornata, però, che mal di testa.

Ogni venerdì, a fine settimana, c’era un esame. Non un quiz sulla lingua inglese, ma un test sugli argomenti trattati.

Il sabato a mattina andavo a nuotare in piscina per alleggerire il peso emotivo di quei giorni intensi. E il lunedì ero pronta a ricominciare.

Molti colleghi che, a dirla tutta, non si aspettavano che io passassi i vari steps, si stavano già accomiatando con me.

E invece, contro ogni pronostico, superai la prima settimana, poi la seconda, la terza, fino ad arrivare all’ultima.

Alla fine risultò che avevo preso il massimo del punteggio in tutti i moduli e alcuni colleghi, che avevano preso meno di me, erano increduli. Continuavano a ripetere: «Ma com’è possibile, se lei non sa parlare neanche inglese?».

D’altra parte – forse alcuni non lo avevano ancora capito – non era un esame d’inglese.

Era un esame di competenze HR. E quello era il mio campo.

Avrei potuto fare questo lavoro anche se fossi stata muta.

«Valentina is ready to embark»

Non potrò mai dimenticare il colloquio finale one-to-one con la Direttrice del corso.

Mi sedetti di fronte a lei, giocherellando con la penna.

Lei sorrise per tranquillizzarmi e poi disse, rigorosamente in inglese:

«Tu hai tutte le competenze per svolgere questo lavoro. Sarai una grande Direttrice delle Risorse Umane a bordo. Sei un po’ carente in inglese, ma tu questo lo sai e ci stai già lavorando. Continua così.

Ricorda: le competenze che hai tu non si imparano in pochi mesi studiando. L’inglese sì. All’inizio ti basta capire cosa ti dicono e farti capire in qualche modo. Poi, una volta a bordo, sarai costretta a parlare in inglese. Lo imparerai molto più in fretta di quanto credi.

Per me sei pronta per l’imbarco.»

E subito dopo, proprio davanti a me, prese il telefono, chiamò il suo referente della sede centrale e, pronunciando il mio nome, disse:

«Valentina is ready to embark».

Pronta per imbarcare.

E mi fermo qui. Perché l’emozione di quel momento è talmente impressa e vivida nella mia memoria che non ha bisogno di parole.

Brilla di luce propria, come la stella polare nella notte più buia.

Prossimo post: la gangway

Nel post successivo non ci saranno più corsi, né simulazioni.

Ci sarà il porto, la nave, un taxi che rallenta davanti allo scafo, il primo sguardo dal molo… e la gangway.

È da lì che entriamo finalmente a bordo della nave.

* * *

Quello che hai appena letto era l’ultimo post della Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

DA QUI SI ENTRA A BORDO:

-> Comincia a seguire la Serie Dietro le porte “Crew Only”
-> andremo finalmente “oltre la gangway” -> Il primo sguardo dal molo e il primo passo sulla gangway

… all’offerta che mi ha cambiato la vita

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Con quel tasto “INVIA” avevo appena confermato la mia disponibilità al secondo colloquio presso la sede centrale della compagnia di crociera.

Ora, avevo solo una settimana scarsa per:

a) trovare i soldi;
b) intensificare la mia padronanza dell’inglese al massimo possibile.

Praticamente una missione impossibile.

Ma anche una sfida che non potevo permettermi di perdere.

Fu allora che mi tornò in mente quella foto a Savona.

Collegai l’hard disk al PC e rividi la me di due anni prima: io che dondolavo sulla catenella, la Torretta a destra, le barche a sinistra, e dietro la mia schiena proprio lei, la nave.

Se davvero il mio destino stava per compiersi, io dovevo farmi trovare pronta. Senza “ma” e senza “se”.

Primo scoglio: trovare i soldi

«Pensa – mi dissi – pensa. Un modo ci sarà».

E un modo c’era. Era lì, davanti ai miei occhi. Era stato lì da sempre. Solo che io non l’avevo mai visto.

La scatola dei gioielli.

Quei regali preziosi accumulati negli anni – che ormai non indossavo neanche più in quanto avevano perso il loro valore affettivo a causa della dubbia intenzione di chi li aveva comprati – che ci facevano ancora lì?

E poi, voglio dire, anche se l’avessi indossati, cosa sarebbe cambiato?

Nulla. Erano solo oggetti.

Quello che potevano rappresentare, invece, era un lasciapassare verso una nuova vita. Una possibilità.

Detto, fatto.

Presi la scatola, entrai in un punto “Compro Oro” con coraggio e determinazione, e ne uscii con i contanti.

Primo scoglio superato: avevo acquisito, letteralmente, il biglietto e il diritto di presentarmi all’appuntamento con il mio destino.

In ogni caso a quel colloquio mi sarei giocata tutto. O la va, o la spacca.

Secondo scoglio: l’inglese

Intensificai il ritmo iniziando a costruirmi una piccola isola di sicurezza linguistica dove poter approdare in caso di bisogno: il mio profilo, la mia storia e la mia esperienza.

Quando giunse il momento del viaggio, ebbi la sensazione netta che stavo imboccando una strada che era stata disegnata appositamente per me.

La sera prima del viaggio avevo la testa piena di parole inglesi. Ma una cosa era cambiata rispetto al primo colloquio: questa volta, almeno, sentivo di avere una chiave un po’ più adatta alla porta che volevo aprire.

Ancora non sapevo se fosse la chiave giusta.

Non mi restava altro che provarla.

Si parte!

Direzione: cambiamento.

Io, con il mio piccolo trolley, una cartellina con dentro il CV in doppia lingua, autobus, aereo, taxi e hotel in una città che non conoscevo.

Dentro di me c’era una frase che batteva in loop, come una radio su una sola frequenza, che mi accompagnò per tutto il viaggio, fino al colloquio: “This job is mine. I just have to go and get it” – “Questo lavoro è mio. Devo solo andare a prendermelo”.

Non era presunzione. Era solo un modo per non lasciare che la paura s’infiltrasse a tradimento e prendesse il comando dell’operazione.

Lo ripetei più volte la sera in albergo mentre guardavo il soffitto, al mattino davanti al caffè e dentro il taxi che mi portò alla sede.

La resa dei conti – fra inciampi e verità

La giornata dei colloqui fu davvero intensa. Incontrai diversi esaminatori.

Il primo incontro fu conoscitivo, centrato sulle soft skills: come ti relazioni? come gestisci un conflitto? perché vuoi fare questo lavoro a bordo? come pensi di reggere la vita in nave?

Gli altri colloqui furono più tecnici, focalizzati su: le mie esperienze HR, processi di selezione, valutazioni; casi disciplinari, gestione del welfare e gestione delle ore di lavoro; simulazioni di casi tipici a bordo – “cosa faresti se…” – “come ti muoveresti in questa situazione…”; contesto multiculturale, modi di lavorare contemporaneamente con nazionalità e religioni diverse.

Il tutto rigorosamente in inglese, che non fu perfetto, è ovvio.

Qualche volta scivolavo su una parola in italiano, perché non c’era altro da fare: l’inglese proprio non mi arrivava.

Altre volte esprimevo deliberatamente il concetto prima in inglese e poi lo precisavo in italiano, onde evitare dubbi o fraintendimenti su questioni delicate.

Ma ogni volta che alzavo gli occhi per guardare le loro facce, ci leggevo qualcosa di tranquillizzante: attenzione, interesse, a tratti persino approvazione.

D’altra parte non stavano cercando un’insegnante di inglese. Stavano cercando una persona che sapesse fare l’HR, in un contesto nuovo e complesso.

E quello, al netto degli inciampi linguistici, era qualcosa che sentivo mio.

Alla fine, uscii dal circuito di stanze e tavoli e mi ritrovai di nuovo nell’atrio, accompagnata dalla frase più classica del mondo: «Le faremo sapere – questa volta, però, seguita da – Ci sentiamo presto», che faceva ben sperare.

Lacrime dietro gli occhiali da sole

Era ormai pomeriggio. Decisi di camminare un po’ per la città prima di rientrare in hotel sotto un sole ancora caldo.

E in quel momento, mentre le persone sconosciute mi passavano accanto ignare, lacrime nascoste iniziarono a scendere silenziosamente dietro gli occhiali da sole.

Non erano lacrime di disperazione. Erano lacrime di stanchezza, certo.

Ma anche di gioia, di speranza. Di una strana, ostinata certezza.

Dentro di me, il mantra si era trasformato in: “This job is mine. I have the skills. English won’t be a problem” – “Questo lavoro è mio. Ho tutte le competenze necessarie. L’inglese non sarà un problema”.

Non era arroganza, o presunzione. Era solo consapevolezza.

Dopo i colloqui avevo realizzato ancor di più di avere le competenze necessarie per il ruolo.

E quindi, sentivo che il pezzo mancante non era più così tanto lontano da me. Era lì a portata di mano. Era solo questione di tempo.

Non potevo sapere con certezza che avrei ricevuto un “sì”. Ma avvertivo delle buone sensazioni.

“We are pleased to inform you…”

Dal ritorno a casa passarono solo pochi giorni.

Una mattina aprii la casella di posta elettronica e la vidi: «With reference to your interview with our Representatives…» – il cuore prese a rimbalzare nel petto.

Continuai a leggere: «…we are pleased to inform you that your profile has been considered suitable for the position of HR Director onboard our Fleet».

Rilessi quella frase ad alta voce. La lessi una seconda volta, una terza, tanto per essere sicura di non aver tradotto male.

Poi mi misi a cantare e a ballare in cucina come una pazza.

Mi sentivo leggera e pesantissima allo stesso tempo: leggera per la gioia, pesante per la consapevolezza di ciò che quella frase implicava davvero.

C’era un contratto da stampare e da restituire firmato.

Stampai il contratto, lo lessi attentamente con un nodo alla gola, le mani sudate e il battito del cuore accelerato. Firmai e inviai.

Non ho idea di quale termine si possa usare per descrivere quella sensazione, ma era contenitore di gioia con dentro tanta paura. Insomma, non era euforia pura e spensierata.

Ero consapevole che fosse solo un primo passo.
C’erano ancora tante cose da fare, ma ero sulla strada giusta.

La mosca che per mesi aveva continuato a sbattere contro il vetro, finalmente, aveva trovato lo spiraglio aperto.

Ora non restava altro che entrare in quello spiraglio e vedere dove mi avrebbe portato.

La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla

C’erano ancora i corsi BST da fare, le visite mediche, un mese di formazione presso la sede centrale, due settimane di training a bordo con annesse altre due settimane di periodo di prova – ma la rotta era finalmente tracciata sulla mappa.

Con il prossimo post racconterò proprio questo: il corso BST ad Anzio, il mese di formazione intensiva, il sentirsi come una mosca bianca per la lingua, ma con le competenze giuste… e poi, finalmente, saliamo a bordo.

La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla

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