Da Anzio a “ready to embark”

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]

Fu così che entrai nella centrifuga di questa esperienza pazzesca.

Subito dopo la firma del contratto, il primo passo fu il corso BST (Basic Safety Training) ad Anzio, il percorso formativo obbligatorio, essenziale per lavorare a bordo delle navi, che addestra il personale alla sicurezza, alla sopravvivenza in mare, primo soccorso e antincendio.

Ad Anzio imparai, in due settimane, un condensato di cose che avevano niente a che fare con tutti i lavori svolti precedentemente: come indossare un giubbotto di salvataggio nel modo giusto, come tuffarsi da un trampolino simulando un abbandono nave, come resistere in acqua fredda, come usare una zattera di salvataggio in acqua.

E come tuffarsi in un mare in tempesta di notte, cosa che, tra l’altro, bisogna auspicarsi di non dover fare mai.

Sono sicura che questa prova rimarrà impressa nella mia memoria per sempre.

Era una prova facoltativa, per cui ci chiesero chi se la sentiva di affrontarla.

Io acconsentii. In fin dei conti era solo un’altra prova in piscina, un mio habitat naturale, per tutti gli anni che ci ho passato a nuotare.

Cosa poteva avere di tanto complicato?

Dunque rimanemmo in quattro: io e tre ragazzi.

A fine di una giornata del corso, gli istruttori ci dissero di tornare nello spogliatoio e che loro ci avrebbero chiamato quando la piscina sarebbe stata pronta.

Quando uscimmo dallo spogliatoio, lo scenario era da brividi.

La piscina era tutta buia e l’acqua si muoveva come fosse stata acqua del mare.

Si sentivano rumori reali di onde del mare mosso, raffiche di vento ai lati che sparavano acqua, il forte battito ritmico delle pale dell’elicottero, dall’alto pendeva una fune spessa che dondolava come se davvero fosse stata calata da un elicottero sopra di noi.

All’uscita dagli spogliatoi rimanemmo bloccati a guardare quello scenario apocalittico, mentre l’istruttore gesticolava e ci gridava a gran voce di andare dov’era lui: sul trampolino.

Ci dirigemmo lì quasi come degli automi, ipnotizzati da tutto quel frastuono.

Quando fummo sopra al trampolino, l’istruttore, sempre gridando perché altrimenti non avremmo potuto sentirlo, ci spiegò cosa dovevamo fare: saltare giù dal trampolino, nuotare fin sotto alla fune dell’elicottero, agganciarsi all’estremità del cavo d’acciaio aggrappandosi con mani e piedi, e fare il segnale con la mano quando si era sicuri di essersi agganciati correttamente in modo che l’elicottero avesse potuto tirarci su.

Ecco, posso solo dire che quando fu il mio turno, a bordo di quel trampolino, guardando sotto l’acqua buia e mossa di una piscina di cui non si intravedeva il fondo, in mezzo a tutto quel trambusto, con l’istruttore che mi urlava di tuffarmi, sono riuscita a tuffarmi soltanto emettendo lunghi respiri profondi e ripetendo a me stessa: “È solo una piscina. È solo una piscina. È solo una piscina”.

***

Poi fu la volta di imparare a spegnere un incendio, come muoversi in un ambiente invaso dal fumo, come fare un massaggio cardiaco, come gestire la folla in caso di emergenza.

Il fuoco mi metteva un po’ più ansia dell’acqua.

Le esercitazioni antincendio, con casco, giacca ignifuga, bombola di ossigeno pesantissima e autorespiratore sulle spalle, erano una sfida tra il caldo e la paura.

Sentire il proprio respiro affannato filtrare attraverso la maschera ed entrare in un container buio pieno di fumo alla ricerca di un manichino mi diede una sensazione claustrofobica, se pur sapessi che era solo una simulazione.

Non osavo pensare a quale sensazione si potesse provare in una situazione reale.

E di certo non potevo immaginare che un giorno a bordo avrei sentito veramente il segnale dell’allarme fuoco.

Ad ogni modo si creò un bel gruppo.

Conobbi i miei primi veri compagni di avventura, gente che stava per imbarcare come me, al primo contratto, con gli occhi pieni di domande e meraviglia, proprio come me.

Mi divertii tantissimo e fu la prima volta, dopo tanto tempo, che mi sentii di nuovo in cammino verso qualcosa e non solo ferma a sperare.

Alcuni di loro li ho poi rincontrati in nave ed è stato davvero emozionante.

***

Subito dopo Anzio, iniziò il mese di formazione pratica alla sede centrale, tutto rigorosamente in inglese, con insegnati madrelingua inglese, lezioni e materiali in inglese. Persino le pause caffè erano in inglese.

I miei colleghi corsisti erano eccellenti con la lingua inglese. Parlavano con naturalezza, si lanciavano in battute, intervenivano con sicurezza negli esercizi.

Io ero – diciamolo – ero la pecora nera.

Non lo dico per fare la vittima, ma come un dato di fatto.

Nel giro di pochi giorni, si era sparsa la voce tra gli uffici: “Al training c’è una signora che non sa neanche parlare inglese”.

Non mi stupiva. In un gruppo dove quasi tutti maneggiavano la lingua con sicurezza, il mio impaccio era evidente.

E dove l’insicurezza fa paura, la presa in giro è un meccanismo di difesa comodo.

Spesso mi guardavano con un misto di curiosità e superiorità, come si guarda qualcuno che sicuramente non ce la può fare.

Qualcuno ci rideva su, anche apertamente: imitava il mio goffo accento, correggeva le mie frasi, lanciava occhiate divertite agli altri mentre io tentennavo alla ricerca della parola corretta.

Così, accanto al mantra “questo lavoro è mio”, ne adottai un altro, preso in prestito dal sommo Dante:

Non ti curar di loro, ma guarda e passa.
Non ti curar di loro, ma guarda e passa.

Me lo ripetevo ogni volta che sentivo un sorrisetto alle spalle, un commento sul mio accento, una battuta sul mio “yes” di salvataggio.

Per fortuna non erano tutti così.

Almeno un paio di ragazzi e una ragazza erano apertamente dalla mia parte.

Soprattutto lei.

La chiamerò Angela, perché in quei giorni fu davvero il mio angelo custode.

Quando mi vedeva particolarmente scoraggiata, si avvicinava, mi dava un colpetto sul braccio e diceva, con il suo accento sicuro: «You will make it. Trust me. You’re good. Really good» – «Ce la farai. Fidati di me. Sei brava. Davvero brava».

Non mi trattava da “caso umano”, ma da collega alla pari.

La sua fiducia in me, nei momenti in cui la mia vacillava, è stata una delle cose che mi ha tenuta in piedi in quel contesto.

E così, senza tanti giri di parole, fu un mese durissimo.

Il paradosso è che, sul piano dei contenuti, spesso era l’esatto opposto.

Capivo perfettamente gli argomenti: recruitment, performance review, gestione del conflitto, casi disciplinari, welfare del personale. Quello, da anni, era il mio mestiere.

Il problema non era capire. Era parlare.

La paura di sbagliare davanti a chi sembrava nato bilingue mi bloccava.

Rimanevo zitta anche quando avevo un’opinione chiara, esempi concreti, idee su come si potesse gestire meglio una certa situazione.

Li guardavo fare esercizi di role play, simulare colloqui, discutere di “best practices” e con il mio occhio da psicologa, non potevo non notare che: alcuni recitavano bene, ma non avevano mai gestito un conflitto vero nella vita; altri citavano alla perfezione modelli teorici, ma si perdevano quando si trattava di calarsi davvero nei panni di un’altra persona.

Eppure, sì, parlavano indubbiamente bene in inglese.

Usavano quella competenza per riempire i vuoti di esperienza, per spostare l’attenzione dal “cosa” al “come” lo stavano dicendo.

Io, al contrario, avevo molta sostanza e poca forma nella lingua.

***

Decisi allora di adottare una strategia sportiva, semplice ma molto efficace: “occhio sulla palla”, mantenere sempre il focus sull’obiettivo senza prestare attenzione alle distrazioni o alle derisioni del pubblico.

Considerando che la parte dell’ascolto e della comprensione non erano mai stati un problema, puntai tutto su di loro.

Per parlare avrei avuto tempo.

Quindi, ascoltavo con la massima attenzione, non perdevo nemmeno una parola per capire sempre il contesto, e intervenivo solo quando sentivo che davvero potevo aggiungere qualcosa di utile.

Non mi potevo permettere di “staccare” la testa in quelle otto ore al giorno di full immersion in inglese, con casi, esempi e discussioni.

A fine giornata, però, che mal di testa!

Ogni venerdì, a fine settimana, c’era un esame. Non un quiz sulla lingua inglese, ma un test sugli argomenti trattati: gestione HR a bordo, sicurezza, organigramma e ruoli, editing di casi pratici, diritti dei marittimi, orari di lavoro e di riposo, welfare, alloggi, convivenza tra nazionalità diverse.

Molti colleghi, a dirla tutta, non si aspettavano che io passassi i vari steps. Si stavano già accomiatando con me.

E invece superai la prima settimana, poi la seconda, la terza, fino ad arrivare all’ultima.

Alla fine, risultò che avevo preso il massimo del punteggio in tutti i moduli e alcuni colleghi che avevano preso meno di me erano increduli. Continuavano a ripetere: «Ma com’è possibile, se lei non sa parlare neanche inglese?».

D’altra parte, forse alcuni non lo avevano ancora capito, ma non era un esame d’inglese.

Era un esame di competenze HR. E quello era il mio campo.

***

Non potrò mai dimenticare il colloquio finale one-to-one con la Direttrice del corso.

Mi sedetti di fronte a lei, giocherellando con la penna.

Sorrise per tranquillizzarmi e poi disse: «Tu hai tutte le competenze per svolgere questo lavoro. Sarai una grande Direttrice delle Risorse Umane a bordo. Sei un po’ carente in inglese, ma tu questo lo sai e ci stai già lavorando. Continua così».

Poi aggiunse: «Ricorda: le competenze che hai tu non si imparano in pochi mesi studiando. L’inglese sì. All’inizio ti basta capire cosa ti dicono e farti capire in qualche modo. Poi, una volta a bordo, sarai costretta a parlare in inglese. Lo imparerai molto più in fretta di quanto credi. Per me sei pronta per l’imbarco».

E subito dopo, proprio davanti a me, prese il telefono, chiamò il suo referente dell’headquarter e, pronunciando il mio nome, disse: «Ready to embark».

Pronta per imbarcare!

Quelle parole furono musica per le mie orecchie.

***

Nel post successivo non ci saranno più corsi, né simulazioni.

Ci sarà il porto, la nave, un taxi che rallenta davanti allo scafo, il primo sguardo dal molo… e la gangway!

È da lì che finalmente entriamo a bordo della nave.

* * *

  • Quello che hai appena letto era l’ultimo post della Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.

Se ti sei persa/o qualche post, torna alla Serie Prima di imbarcare.

Se vuoi saperne di più:

  • Continua a seguire il mio Blog

… all’offerta che mi ha cambiato la vita

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]

Con quel tasto “INVIA” avevo appena confermato la mia disponibilità al secondo colloquio presso la sede centrale della compagnia di crociera.

Ora, avevo solo una settimana scarsa per:

a) trovare i soldi;

b) intensificare la mia padronanza dell’inglese al massimo possibile.

Praticamente una mission impossible.

Ma anche una sfida che non potevo permettermi di perdere.

Fu allora che mi tornò in mente quella foto a Savona.

Collegai l’hard disk al PC e rividi la me di due anni prima: io che dondolavo sulla catenella, la Torretta a destra, le barche a sinistra, e dietro la mia schiena proprio lei, la nave.

Se davvero il mio destino stava per compiersi, io dovevo farmi trovare pronta. Senza “ma” e senza “se”.

Dunque, primo scoglio: i soldi.

«Pensa – mi dissi – pensa. Un modo ci sarà».

E un modo c’era. Era lì, davanti ai miei occhi. Era stato lì da sempre. Solo che io non l’avevo mai visto.

La scatola dei gioielli.

Quei regali preziosi accumulati negli anni – che ormai non indossavo neanche più in quanto avevano perso il loro valore affettivo a causa della dubbia intenzione di chi li aveva comprati – che ci facevano ancora lì?

E poi, voglio dire, anche se l’avessi indossati, cosa sarebbe cambiato?

Nulla. Erano solo oggetti.

Quello che potevano rappresentare, invece, era un lasciapassare verso una nuova vita. Una possibilità.

Detto, fatto.

Presi la scatola, entrai in un punto “Compro Oro” con coraggio e determinazione, e ne uscii con i contanti.

Primo scoglio superato: avevo acquisito, letteralmente, il diritto di presentarmi all’appuntamento con il mio destino.

In ogni caso a quel colloquio mi sarei giocata tutto. O la va, o la spacca.

***

Restava l’inglese.

Avevo studiato nelle settimane precedenti, ma sapevo benissimo che il mio inglese non sarebbe diventato fluente in pochi giorni.

Decisi allora di essere brutalmente pragmatica: non potevo imparare tutto, ma potevo rendere solido almeno il pezzo che mi serviva di più.

Imparai a memoria il mio curriculum in inglese: esperienze principali, competenze chiave, esempi concreti di conflitti gestiti, colloqui, piani di formazione, casi difficili.

Iniziai a costruire una piccola isola di sicurezza linguistica dove poter approdare in caso di bisogno: il mio profilo, la mia storia e la mia esperienza.

Quando giunse il momento del viaggio, ebbi la sensazione netta che stavo imboccando la strada che era stata disegnata appositamente per me.

La sera prima del viaggio ero stanca, con la testa piena di parole nuove e vecchie rimescolate. Ma una cosa era cambiata rispetto al primo colloquio: questa volta, almeno, sentivo di avere una chiave un po’ più adatta alla porta che volevo aprire.

Ancora non sapevo se fosse la chiave giusta.

Non mi restava altro che provarla.

***

Si parte!

Io, con un piccolo trolley e una cartellina con dentro il CV in doppia lingua.

Direzione > cambiamento.

Autobus, aereo, taxi e hotel in una città che non conoscevo.

Dentro di me c’era una frase che batteva in loop, come una radio su una sola frequenza, che mi accompagnò per tutto il viaggio, fino al colloquio:

This job is mine. I just have to go and get it.

Questo lavoro è mio. Devo solo andare a prendermelo.

Non era presunzione. Era solo un modo per non lasciare che la paura s’infiltrasse a tradimento e prendesse il comando dell’operazione.

Lo ripetevo più volte la sera in albergo mentre guardavo il soffitto, al mattino davanti al caffè e dentro il taxi che mi stava portando alla sede.

***

La giornata dei colloqui fu davvero intensa. Incontrai diversi esaminatori.

Il primo incontro fu conoscitivo, centrato sulle soft skills: come ti relazioni? come gestisci un conflitto? perché vuoi fare questo lavoro a bordo? come pensi di reggere la vita in nave?

Gli altri colloqui furono più tecnici, focalizzati su: le mie esperienze HR, processi di selezione, valutazioni; casi disciplinari, gestione del welfare e gestione delle ore di lavoro; simulazioni di casi tipici a bordo – “cosa faresti se…” – “come ti muoveresti in questa situazione…”; contesto multiculturale, modi di lavorare contemporaneamente con nazionalità e religioni diverse.

Il tutto rigorosamente in inglese, che non fu perfetto, è ovvio.

Qualche volta scivolavo su una parola in italiano, perché non c’era altro da fare: l’inglese proprio non mi arrivava.

Altre volte esprimevo deliberatamente il concetto prima in inglese e poi lo precisavo in italiano, onde evitare dubbi o fraintendimenti su questioni delicate.

Ma ogni volta che alzavo gli occhi per guardare le loro facce, ci leggevo qualcosa di tranquillizzante: attenzione, interesse, a tratti persino approvazione.

D’altra parte non stavano cercando un’insegnante di inglese.

Stavano cercando una persona che sapesse fare l’HR, in un contesto nuovo e complesso.

E quello, al netto degli inciampi linguistici, era qualcosa che sentivo mio.

Alla fine, uscii dal circuito di stanze e tavoli e mi ritrovai di nuovo nell’atrio, seguita dalla frase più classica del mondo: «Le faremo sapere.»

Ma, questa volta, arrivò con una piccola aggiunta: «Ci sentiamo presto», che faceva ben sperare.

***

Era ormai pomeriggio.

Decisi di camminare un po’ per la città prima di rientrare in hotel.

Faceva caldo, il sole era avvolgente.

E in quel momento, mentre percorrevo la via principale della città e le persone mi passavano accanto ignare, lacrime nascoste dietro gli occhiali da sole iniziarono a scendere silenziosamente.

Non erano lacrime di disperazione. Erano lacrime di stanchezza, certo. Ma anche di gioia, di speranza. Di una strana, ostinata certezza.

Dentro di me, il mantra si era trasformato in:

This job is mine. I have the skills. English won’t be a problem.

Questo lavoro è mio. Ho tutte le competenze necessarie. L’inglese non sarà un problema.

Non era arroganza, o presunzione.

Era solo consapevolezza.

Dopo i colloqui avevo realizzato ancor di più di avere le competenze necessarie per il ruolo.

E quindi, sentivo che il pezzo mancante non era più così tanto lontano da me. Era lì a portata di mano. Era solo questione di tempo.

Non potevo sapere con certezza che avrei ricevuto un “sì”. Ma avvertivo delle buone sensazioni.

***

Dal ritorno a casa passarono solo pochi giorni.

Una mattina aprii la casella mail e vidi l’oggetto:

“With reference to your interview with our Representatives…”

Il cuore prese una rincorsa.

Cliccai.

«…we are pleased to inform you that your profile has been considered suitable for the position of HR Director onboard our Fleet».

Rilessi quella frase ad alta voce. La lessi una seconda volta, una terza, per essere sicura di non aver tradotto male.

Poi mi misi a cantare e a ballare e in cucina come una pazza.

Mi sentivo leggera e pesantissima allo stesso tempo: leggera per la gioia, pesante per la consapevolezza di ciò che quella frase implicava davvero.

C’era un contratto da stampare, firmare e rinviare firmato.

Stampai il contratto, lo lessi attentamente con un nodo alla gola, le mani sudate e il battito del cuore accelerato. Firmai e inviai.

Non era euforia pura. Era gioia con dentro tanta paura.

Era solo un primo passo, è vero. C’erano ancora tante cose da fare, ma ero sulla strada giusta.

La mosca che per mesi aveva continuato a sbattere contro il vetro, finalmente, aveva trovato lo spiraglio aperto.

Ora non restava altro che entrare in quello spiraglio e vedere dove mi avrebbe portato.

Era “solo” un primo passo – c’erano ancora corsi BST, le visite mediche, un mese di formazione in Headquarter, due settimane di training a bordo con annesse altre due settimane di periodo di prova – ma la rotta era finalmente tracciata sulla mappa.

Con il prossimo post racconterò proprio questo: il corso BST ad Anzio, il mese di formazione intensiva, il sentirsi la pecora nera per la lingua ma con le competenze giuste… e poi, finalmente, il primo impatto con la nave.

Se vuoi saperne di più:

  • Segui la Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.

Continua a seguire il mio Blog