Il primo impatto con la “Crew Area”


[Questo fa parte della Serie Dietro le porte “Crew only”]

https://oltregangway.blog/category/dietro-le-porte-crew-only/

Ero appena salita sulla nave, per la prima volta.

Alla fine della gangway, un membro dell’equipaggio con una divisa impeccabile di housekeeping mi accolse con un sorriso professionale: «Welcome on board, HR Director. This way, please. Follow me».

Cominciai a seguirlo, mentre qualcun altro prendeva le mie valigie e le portava in cabina.

Dal “salotto” degli ospiti al retrobottega

Seguii il ragazzo in un corridoio di moquette colorata, caratterizzato da quadri, musica rilassante e luci calde che illuminavano una scala elegante.

Nella main hall, la sala principale, era posizionato un pianoforte contornato da morbidi divani dove alcuni ospiti chiacchieravano davanti a un aperitivo.

Dopo pochi metri, il mio accompagnatore aprì la porta “Crew Only” e ci ritrovammo in un altro scenario: il pavimento diventò linoleum, le luci più fredde e le pareti bianche erano decorate solo da bacheche informative.

Fu come passare dal salotto di un albergo all’enorme retrobottega.

L’aria era più calda, più densa, con un odore misto di metallo, detersivo e qualcosa di indefinibile, ma immediatamente e decisamente sapeva di “nave”.

«Crew area», disse lui. «This is where we live».

«Qui è dove viviamo noi»

Ricordo perfettamente la sensazione che provai nel varcare quel limite: dalla scintillante area passeggeri all’anonima crew area. E nel sentire quelle parole: «Qui è dove viviamo noi».

Attraversammo il corridoio centrale, più largo, dove si intersecavano tutti gli altri corridoi più stretti che portavano alle cabine crew, e scale di ferro che scendevano ai ponti inferiori.

I corridoi erano stretti, infiniti, tutti uguali a prima vista: porte antincendio, cartelli tecnici, tubi a vista, estintori.

Alla fine di uno di quei corridoi, il mio accompagnatore si fermò davanti a una porta con una targa: “Human Resources Director Office”.

Bussò e una voce femminile ci invitò a entrare.

L’ufficio HR, e la prima nota stonata

L’ufficio HR era una stanza non grande: una scrivania con computer, cassettiere, scaffali pieni di faldoni, una bacheca con orari, comunicazioni e qualche foto di gruppo.

Ringraziai il ragazzo, che rimase sulla porta, mentre la mia collega mi accoglieva scusandosi di non essere potuta venire alla gangway a causa di un episodio accaduto quella stessa mattina.

«Poi ti racconto», mi disse. «Adesso Jose ti accompagna alla training room per effettuare le procedure d’imbarco. Lì conoscerai anche Matilda, la nostra insegnante di bordo».

«Ah, sono contenta», risposi sorridendo e fiduciosa. «Spero che mi aiuti a studiare e migliorare il mio inglese».

«Sì, ho saputo», replicò lei con un’espressione che non mi piacque affatto, ma non lo lasciai intuire.

Poi si riprese e continuò: «Comunque, per queste due settimane di affiancamento, tu avrai la cabina degli ospiti. Poi, quando sbarcherò io, prenderai la cabina dell’HR».

Il corridoio e gli sguardi: “è arrivata la nuova HR”

Mi avviai con Jose e, mentre camminavo al suo fianco con la cartellina dei documenti, sembravo una bambina spaesata al primo giorno di scuola, frastornata dagli altri crew members che andavano su e giù con le loro divise.

Alcuni indossavano vestiti personali: presumibilmente erano nel loro orario di riposo. Altri spingevano carrelli della lavanderia, della cucina o attrezzatura tecnica. Alcuni gruppetti erano fermi a chiacchierare.

E comunque, tutti si girarono al mio passaggio.

Non perché fossi io, ovvio, ma perché ero la nuova HR.

Tutti sapevano che quel giorno sarebbe imbarcata la nuova HR e dunque mi salutavano con un sorriso: “Good morning, ma’am”, “Welcome on board, ma’am” o, più amichevolmente, “Hi HR”, a prescindere dalla nazionalità o dal colore della divisa.

Ricambiavo con il sorriso e il saluto e devo dire che questa bellissima abitudine di sorridersi e salutarsi, a prescindere dal fatto che ci si conosca o meno, da quel giorno in poi mi è rimasta per tutti gli anni di navigazione, anche quando sbarcavo e tornavo a casa.

Solo che, quando sei a terra, questo atteggiamento sembra una stranezza. La gente ti guarda male se sorridi e saluti, che so, al supermercato, in piazza o al bar.

I loro sguardi sembrano parlare e dirti: “Ma chi ti conosce?!”.

La training room: il rito d’ingresso

Comunque, per tornare al mio primo giorno a bordo, io e Jose raggiungemmo la training room.

Lì conobbi il Safety Trainer con l’ufficiale di turno, il Dottore di bordo con i suoi due infermieri, il Security Officer con un paio di Security Guards, il Commissario deputato al controllo dei documenti, l’insegnante di bordo e una ventina di crew members imbarcati quel giorno insieme a me.

Furono espletate tutte le operazioni d’imbarco.

E intanto io prendevo appunti mentalmente, perché sapevo che quel meeting sarebbe stato una delle mie responsabilità per tutti i successivi imbarchi dell’equipaggio.

«Are you ready?»

Maria, la responsabile delle cabine, si presentò a me con quel suo tipico sorriso latino-americano e mi accompagnò al mio alloggio provvisorio: una cabina riservata agli ospiti.

Diciamo che il mio primo impatto con la cabina fu buono: piccola ma accogliente, con letto matrimoniale, armadio, un paio di quadri, un divanetto, la televisione e il bagnetto. Aveva anche il balconcino vista mare con un tavolinetto e due sedie.

Magari fosse stata la cabina crew.

«Ti lascio qualche minuto per sistemarti», disse Maria. «Poi ti faccio fare un giro nella crew area e andiamo a mangiare qualcosa».

Tornò una mezz’oretta dopo.

«Are you ready?» chiese, con un tono ironico che si leggeva chiaramente tra le righe.

«Sì… more or less.»

Mentivo. Non ero pronta. Non ero affatto pronta.

Maria mi guardò con un sorriso che non capivo se fosse di incoraggiamento o di compassione.

Un altro mondo

Percorremmo un tratto di corridoio della zona passeggeri accompagnate da una musica di sottofondo, l’odore di fiori freschi e l’aroma di buon caffè.

Poi varcammo la porta “Crew Only”.

La prima volta ci ero entrata di corsa, guidata da Jose, ed ero troppo frastornata per fare attenzione ai dettagli.

La seconda volta, con Maria, ci entrai davvero nell’altro mondo.

Il soffitto si era abbassato di qualche centimetro, le luci erano diventate molto più bianche e asettiche. Dalla moquette morbida si era passati a un linoleum grigio, segnato dal passaggio di un flusso continuo di persone in divisa, carrelli, casse e pacchi.

Scendemmo ancora. Il rumore dei motori aumentò, diventando un brontolio costante che sembrava provenire direttamente da sotto le suole delle scarpe.

L’aria si fece più calda, più densa, con un odore misto di metallo, detersivo e qualcosa di indefinibile, ma immediatamente e decisamente sapeva di “nave”.

«Benvenuta nella crew area», disse fiera Maria.

La nave che respira

Fu in quel momento che sentii davvero la nave.

Non solo con gli occhi e con il naso, ma con il corpo intero.

Prestai più attenzione a un sottofondo che non avevo registrato prima. Non era solo il rumore dei passi o delle voci.

Potevo quasi sentire l’acqua sotto il ferro.

Eravamo ancora in porto, ovviamente, ma il motore della nave non è mai fermo.

Il pavimento vibrava leggermente a ogni passo, come se stessimo camminando sulla schiena di un animale addormentato che respirava.

Non so come spiegarlo.

Era un respiro soave che veniva dal mare e, al tempo stesso, una specie di respiro metallico che proveniva dal ventre della nave.

Il suono continuo e profondo che proveniva dai motori e dalle condotte dell’aria condizionata sembrava andare a ritmo con il leggero tremolio dei pavimenti.

Era così che quel gigante di metallo respirava: inspirava ed espirava attraverso tubi, condotti, impianti, pavimenti e corridoi.

Ogni tanto un cigolio regolare, come un’articolazione con l’artrosi che si muoveva sempre nello stesso punto: una porta pesante che si apriva e si chiudeva con un lamento breve, sempre uguale.

«Tutto bene?» chiese Maria.

«Sì, sì. Stavo solo… ascoltando.»

«Ah, quello?» fece lei con noncuranza. «Ci fai caso solo i primi giorni. Poi ti entra nel cervello e non lo senti più. È la nave che respira».

Quello fu il mio primissimo impatto in crew area.

Ancora non sapevo di quanto il mare mi potesse entrare dentro e non uscirne mai più.

Prossimo post -> La vita di nave ti spacca in due

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

Da Anzio a “ready to embark”

[Questo è l’ultimo post della Serie Prima di imbarcare]-> https://oltregangway.blog/category/prima-di-imbarcare/

Fu così che entrai nella centrifuga di questa esperienza incredibile.

Subito dopo la firma del contratto, il primo passo fu il corso BST (Basic Safety Training) ad Anzio: il percorso formativo obbligatorio, essenziale per lavorare a bordo delle navi.

BST: imparare a sopravvivere in nave prima ancora di imparare a viverci

Ad Anzio imparai, in due settimane, un condensato di cose che non avevano niente a che fare con tutti i lavori svolti precedentemente: come indossare un giubbotto di salvataggio nel modo giusto, come tuffarsi da un trampolino simulando un abbandono nave, come resistere in acqua fredda, come usare una zattera di salvataggio in acqua.

E come tuffarsi in un mare in tempesta di notte. Cosa che, tra l’altro, bisogna auspicarsi di non dover fare mai.

Sono sicura che questa prova – facoltativa –  rimarrà impressa nella mia memoria per sempre.

La piscina e l’elicottero:
la prova che non dimentichi

Quando uscimmo dallo spogliatoio, lo scenario era da brividi.

La piscina era tutta buia e l’acqua si muoveva come fosse mare. Si sentivano rumori reali di onde, raffiche di vento ai lati che sparavano acqua, il forte battito ritmico delle pale dell’elicottero. Dall’alto pendeva una fune spessa che dondolava come se davvero fosse stata calata da un elicottero sopra di noi.

All’uscita dagli spogliatoi rimanemmo bloccati a guardare quello scenario apocalittico.

Quando fummo sopra al trampolino, l’istruttore – sempre gridando, perché altrimenti non avremmo potuto sentirlo – ci spiegò cosa fare e come farlo.

Ecco, posso solo dire che quando fu il mio turno, a bordo di quel trampolino, guardando sotto l’acqua buia e mossa di una piscina di cui non si intravedeva il fondo, in mezzo a tutto quel trambusto, con l’istruttore che mi urlava di tuffarmi, sono riuscita a farlo soltanto emettendo lunghi respiri profondi e ripetendo a me stessa: «È solo una piscina. È solo una piscina. È solo una piscina.»

Fuoco, fumo e primo soccorso

Poi fu la volta di imparare a spegnere un incendio, come muoversi in un ambiente invaso dal fumo, come fare un massaggio cardiaco, come gestire la folla in caso di emergenza.

Sentire il proprio respiro affannato filtrare attraverso la maschera ed entrare in un container buio pieno di fumo alla ricerca di un manichino trasmetteva una sensazione claustrofobica, anche se era solo una simulazione. Non osavo pensare a quale sensazione si potesse provare in una situazione reale.

E di certo non potevo immaginare che un giorno, a bordo, avrei sentito davvero il segnale dell’allarme fuoco.

Ad ogni modo, si creò un bel gruppo.

Conobbi i miei primi veri compagni di avventura: gente che stava per imbarcare come me, al primo contratto. E mi divertii tantissimo.

Alcuni di loro li ho poi rincontrati in nave ed è stato davvero emozionante.

La sede centrale:
la mosca bianca in full immersion

Subito dopo Anzio iniziò il mese di formazione pratica alla sede centrale, tutto rigorosamente in inglese, con insegnanti madrelingua.

I miei colleghi corsisti erano eccellenti con la lingua. Parlavano con naturalezza, si lanciavano in battute, intervenivano con sicurezza negli esercizi.

Io ero – diciamolo – la mosca bianca.

Non lo dico per fare la vittima, ma come un dato di fatto.

Nel giro di pochi giorni si era sparsa la voce tra gli uffici: «Al training c’è una signora che non sa neanche parlare inglese».

Spesso mi guardavano con un misto di curiosità e superiorità, come si guarda qualcuno che sicuramente non ce la può fare.

Così adottai un mantra preso in prestito dal sommo Dante, perfetto per la situazione: «Non ti curar di loro, ma guarda e passa».

Me lo ripetevo ogni volta che sentivo un sorrisetto alle spalle, un commento sul mio accento, una battuta sul mio “yes” di salvataggio.

Fortunatamente non erano tutti così. Almeno un paio di ragazzi e una ragazza erano apertamente dalla mia parte.

E così, senza tanti giri di parole, fu un mese durissimo.

Sostanza o forma? Cosa conta di più?

Il paradosso è che, sul piano dei contenuti, era l’esatto opposto. Capivo perfettamente gli argomenti trattati: performance, gestione del conflitto, casi disciplinari, welfare del personale. Quello, da anni, era il mio mestiere.

Il problema non era capire. Era parlare.

La paura di sbagliare davanti a chi sembrava nato bilingue mi bloccava. Rimanevo zitta anche quando avevo un’opinione chiara, esempi concreti, idee su come si potesse gestire meglio una certa situazione.

Li guardavo fare esercizi di role play, simulare colloqui, discutere di “best practices” e, con il mio occhio da psicologa, non potevo non notare che: alcuni recitavano bene, ma non avevano mai gestito un conflitto vero nella vita; altri citavano alla perfezione modelli teorici, ma si perdevano quando si trattava di calarsi davvero nei panni di un’altra persona.

Eppure, sì: parlavano indubbiamente bene in inglese. Tuttavia usavano quella competenza per riempire i vuoti di esperienza, per spostare l’attenzione dal “cosa” al “come” lo stavano dicendo.

Io, al contrario, avevo molta sostanza e poca forma nella lingua.

La strategia vincente: “occhio sulla palla”

Decisi allora di adottare una strategia sportiva, semplice ma molto efficace: “occhio sulla palla”. Mantenere sempre il focus sull’obiettivo senza prestare attenzione alle distrazioni o alle derisioni del pubblico.

Puntai tutto sui miei punti di forza: l’ascolto e la comprensione.

Per parlare avrei avuto tempo.

In quelle otto ore al giorno di full immersion in inglese non mi potevo permettere distrazioni o il lusso di perdermi anche solo una parola.

A fine giornata, però, che mal di testa.

Ogni venerdì, a fine settimana, c’era un esame. Non un quiz sulla lingua inglese, ma un test sugli argomenti trattati.

Il sabato a mattina andavo a nuotare in piscina per alleggerire il peso emotivo di quei giorni intensi. E il lunedì ero pronta a ricominciare.

Molti colleghi che, a dirla tutta, non si aspettavano che io passassi i vari steps, si stavano già accomiatando con me.

E invece, contro ogni pronostico, superai la prima settimana, poi la seconda, la terza, fino ad arrivare all’ultima.

Alla fine risultò che avevo preso il massimo del punteggio in tutti i moduli e alcuni colleghi, che avevano preso meno di me, erano increduli. Continuavano a ripetere: «Ma com’è possibile, se lei non sa parlare neanche inglese?».

D’altra parte – forse alcuni non lo avevano ancora capito – non era un esame d’inglese.

Era un esame di competenze HR. E quello era il mio campo.

Avrei potuto fare questo lavoro anche se fossi stata muta.

«Valentina is ready to embark»

Non potrò mai dimenticare il colloquio finale one-to-one con la Direttrice del corso.

Mi sedetti di fronte a lei, giocherellando con la penna.

Lei sorrise per tranquillizzarmi e poi disse, rigorosamente in inglese:

«Tu hai tutte le competenze per svolgere questo lavoro. Sarai una grande Direttrice delle Risorse Umane a bordo. Sei un po’ carente in inglese, ma tu questo lo sai e ci stai già lavorando. Continua così.

Ricorda: le competenze che hai tu non si imparano in pochi mesi studiando. L’inglese sì. All’inizio ti basta capire cosa ti dicono e farti capire in qualche modo. Poi, una volta a bordo, sarai costretta a parlare in inglese. Lo imparerai molto più in fretta di quanto credi.

Per me sei pronta per l’imbarco.»

E subito dopo, proprio davanti a me, prese il telefono, chiamò il suo referente della sede centrale e, pronunciando il mio nome, disse:

«Valentina is ready to embark».

Pronta per imbarcare.

E mi fermo qui. Perché l’emozione di quel momento è talmente impressa e vivida nella mia memoria che non ha bisogno di parole.

Brilla di luce propria, come la stella polare nella notte più buia.

Prossimo post: la gangway

Nel post successivo non ci saranno più corsi, né simulazioni.

Ci sarà il porto, la nave, un taxi che rallenta davanti allo scafo, il primo sguardo dal molo… e la gangway.

È da lì che entriamo finalmente a bordo della nave.

* * *

Quello che hai appena letto era l’ultimo post della Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.

Se vuoi restare a bordo, seguimi: pubblico una nuova puntata ogni domenica.

DA QUI SI ENTRA A BORDO:

-> Comincia a seguire la Serie Dietro le porte “Crew Only”
-> andremo finalmente “oltre la gangway” -> Il primo sguardo dal molo e il primo passo sulla gangway