Savona: una foto premonitrice, ancora non sapevo fosse il mio destino

Serie 1- “Prima di imbarcare”

Se devo scegliere un’immagine che rappresenta il momento in cui la mia vita ha iniziato a cambiare direzione, non è una passerella né un corridoio bianco.

È una catenella, a Savona.

***

Era settembre, due anni prima del mio primo imbarco.

Io e mia figlia eravamo andate lì per ritirare un premio letterario per uno dei miei libri.

Faceva caldo, ma non troppo.

Savona era luminosa.

Dopo la cerimonia, con ancora addosso l’eco degli applausi e quella strana e bella sensazione di aver fatto centro con il mio libro, decidemmo di fare una passeggiata.

Lungo via Pietro Paleocapa – chi la conosce sa che è una delle arterie principali che porta dritta alla Torretta e al porto – c’era un mercatino dell’antiquariato.

Bancarelle di oggetti che avevano vissuto altre vite: lampade, cornici, gioielli, vestiti fuori moda, vinili di cantanti dimenticati, libri ingialliti del passato che profumavano di vite vissute intensamente.

Tutto brillava alla luce del sole di fine estate, come se ogni cosa volesse attirare la tua attenzione un secondo prima di essere di nuovo riposto.

Passeggiavamo lente, provandoci cappelli, ridendo di qualche vestito improbabile, comprando un ninnolo “tanto per ricordare l’evento”.

Era una di quelle giornate in cui, se qualcuno ti avesse chiesto “come va?”, avresti risposto “bene” senza pensarci troppo.

Dopo un po’, il richiamo del porto diventò più forte del resto.

Chi conosce Savona lo sa – e credo che molti marittimi ci siano passati almeno una volta.

Per chi non c’è mai stato: arrivi in fondo ai portici di via Paleocapa, passi sotto l’ultimo arco, e all’improvviso ti si apre davanti il porto, con la Torretta di lato e le barche ormeggiate come soldatini.

Proprio lì, in quel punto sospeso tra la città e il mare, c’era una catenella appesa tra due paletti. Una di quelle barriere leggere che dovrebbero “vietare” il passaggio ma che, in quel momento, sembrava più un invito al gioco.

Mi ci sedetti sopra, a cavalcioni, come una bambina su un’altalena improvvisata.

Volevo immortalarlo, quel momento di leggerezza: io, il premio letterario, la bellissima giornata con mia figlia in una luminosa Savona.

Mia figlia prese il telefono e mi scattò una foto.

Alla mia destra si ergeva la Torretta, fiera, riconoscibile.

Alla mia sinistra si allineavano le prime barchette del porto turistico, ordinate come in un plastico.

E dietro la mia schiena… sostava maestosa una nave da crociera.

Una di quelle grandi navi che, all’epoca, per me erano semplicemente “navi da crociera”: indubbiamente grandi, bianche e piene di gente che andava in vacanza.

Due anni dopo, quella stessa nave sarebbe diventata la nave del mio primo imbarco.

Nella foto, io sorrido, ignara.

Dondolo sulla catenella, la testa leggermente inclinata.

Lo sguardo verso mia figlia, non verso il mare.

Ma alle mie spalle, ormeggiato in porto, c’era il mio destino.

E sembrava che mi stesse solo aspettando.

In quel momento lì – gambe penzoloni, mercatino di fronte, Torretta a destra e porto turistico a sinistra – ero assolutamente inconsapevole che qualcosa, dietro di me, si stava già muovendo.

Che una nuova variante della mia vita si era già aperta, anche se io ancora non la vedevo.

Incredibile, vero?

***

Da quella catenella per arrivare alla gangway, ci sarebbero voluti altri due anni, qualche bivio, diversi ostacoli da superare, una manciata di decisioni coraggiose e un po’ di follia.

È da lì che inizia davvero la mia storia di mare: non dal giorno in cui ho messo piede sulla nave, ma da quel momento in cui, senza saperlo, mi sono seduta davanti al mio futuro con un sorriso inconsapevole.

Quando ho riguardato quella foto, anni dopo, ormai “di mestiere” a bordo di quella stessa nave, non riuscivo a crederci.

Oggi ancora mi vengono i brividi a pensare a come poi sono andate le cose.

Io non so se esista davvero il destino. Nessuno lo sa.

Quello che so, guardando alla mia esperienza, è che, se cominci a spostarti, anche solo di pochi centimetri alla volta, ma con determinazione, verso qualcosa che senti tuo, prima o poi quella strada si apre.

Magari non nel modo che avevi previsto. Ma si apre.

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Spesso si pensa che il “prima” e il “dopo” siano divisi da una linea netta, da una decisione chiara, da un gesto eroico.

In realtà, quello che verrà dopo è già sullo sfondo delle foto delle nostre vite, appoggiato tranquillo, in attesa di un nostro sguardo, mentre noi guardiamo altrove.

In questo blog, vorrei portarti proprio lì: su quella catenella, in quel punto esatto in cui una vita di mare stava già preparando il terreno per una vita diversa, per un cambiamento che ancora non sapevo nominare.

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Nel prossimo post ti racconterò di come, da quella foto di Savona, sono passata a un CV lanciato nell’etere per due anni senza risultato, a una compagnia di crociere, a una telefonata in inglese che fu un disastro, a un “no” che si è poi un giorno si è trasformato in: «With reference to your interview, we are pleased to inform you…»

Perché, per cambiare davvero rotta, a volte bisogna prima sbatterci un po’ il muso.

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Benvenuti “Oltre la Gangway”

Serie 1- “Prima di imbarcare”

Se sei arrivato/a qui, probabilmente ti incuriosisce oltrepassare la gangway e dare una sbirciata alla vita di nave.

Magari hai fatto una crociera e ti sei chiesto cosa succede dietro le porte con scritto “crew only”.

Oppure stai pensando di imbarcarti.

O, semplicemente, hai già lavorato in nave, o ci stai ancora lavorando, e stai cercando parole e pensieri che assomiglino un po’ ai tuoi.

Qualunque sia il motivo, ti do il benvenuto oltre la gangway.

Io mi chiamo Perla Diamond e per dieci anni ho lavorato come Direttrice delle Risorse Umane a bordo di navi da crociera.

Non vengo da una famiglia di marittimi.

Sono una psicologa “di terra” che, appena compiuti i cinquant’anni, si è ritrovata a vendere i propri gioielli per pagarsi un colloquio, rispolverare con fatica un inglese arrugginito, fare i corsi BST, e salire per la prima volta sulla gangway di una nave enorme che sarebbe poi diventata una seconda casa.

In questo blog non racconterò la crociera dal punto di vista dei passeggeri.

Non parlerò di buffet, piscine e spettacoli, anche se a volte se ne intuirà la presenza.

Qui voglio raccontare la vita nascosta dietro le porte “crew only”.

Le cabine minuscole dove si trovano persone e pezzi di vita “zippati” in pochi metri quadrati.

I lunghi corridoi bianchi dove ci si saluta, si litiga, si piange e si ride.

I giorni duri in cui è il mare a decidere l’umore della nave.

I crew party che sono al tempo stesso respiro, sfogo, divertimento e rischio.

Le grosse emergenze causate dal mare o dalla nave (incendi, tempeste, barche di migranti avvistate nella notte) e quelle più delicate, ma altrettanto devastanti, causate dalle persone (una foto fatta girare di nascosto, un rimpatrio negato, e purtroppo tanto altro).

Scriverò in stile memoir, a puntate.

Qualche volta ti porterò con me nel periodo in cui, prima di imbarcare, avevo perso il lavoro, il matrimonio e tutte le certezze della mia precedente vita.

Narrerò di come sia riuscita a fare “surf” sul cambiamento e cambiare rotta alla mia vita, sperando che il mio racconto possa essere di aiuto a chi si trova in una fase particolarmente difficile.

Altre volte ti guiderò dentro la nave, passando per la gangway, condividendo l’emozione del primo impatto della nave vista dal molo, e poi attraversando quei luoghi dove non entra mai nessun ospite: le aree “crew only”.

Vi racconterò di crisi e conflitti, di casi disciplinari difficili e indagini lunghe ed estenuanti, mentre sulla città parallela degli ospiti si brindava a “una vacanza indimenticabile”.

Vi racconterò anche dei porti e degli scali, di come sono vissuti dall’equipaggio.

E poi le pause pranzo veloci in bicicletta fuori dalla nave a Civitavecchia, Savona, Amsterdam o Fukuoka; il tramonto nel deserto o le cascate d’acqua dei Fiordi; i bagni nell’acqua cristallina dei Caraibi a Natale o il freddo polare di Capo Nord in estate.

Ma anche di quei porti in cui non si poteva scendere, delle giornate di cambio equipaggio con i corridoi pieni di valigie, abbracci, firme, pianti e addii.

Insomma, vi racconterò di un lavoro strano.

Ricordo che prima di imbarcare qualcuno mi diceva: «Vabbè, che vuoi che sia? È un lavoro come un altro.»

Non è un lavoro come un altro, credetemi.

Oggi vivo di nuovo a terra, in una casa piccola, quasi in riva al mare.

Ho un lavoro “normale”, ho davvero “un lavoro come un altro”, un calendario con le scadenze delle bollette al posto dei nomi dei porti.

Ma quando guardo l’orizzonte so che, da qualche parte là fuori, ci sono navi che navigano, equipaggi che vivono in corridoi simili a quelli che ho camminato per anni.

Una parte di me è tornata a terra.

Un’altra parte, inevitabilmente, è rimasta a bordo.

Perché è questo che fa la vita di nave, una volta che l’hai provata e vissuta sulla tua pelle: ti spacca in due.

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E poi, per chi ne vorrà sapere di più, ci saranno anche le lezioni del mare: cosa il mare mi ha insegnato sul lavoro, sulle relazioni, su me stessa, sulla differenza tra fare HR a terra e farlo in una città galleggiante.

Se sei un ragazzo o una ragazza e stai pensando di partire, spero che qui tu possa trovare non solo sogni, ma anche qualche verità utile.

La vita in nave non è un incubo, ma non è neanche una favola.

È un tipo di vita diverso, più concentrato, più intenso.

Se sei un passeggero abituale, forse vedrai la prossima crociera con occhi un po’ diversi e proverai a immaginare le vite oltre le uniformi.

Se lavori in HR a terra, magari scoprirai cosa succede quando le “risorse umane” non sono solo “teste” o numeri che tornano a casa la sera, ma persone che vivono e lavorano chiuse in un guscio di ferro per mesi interi, lontane da casa e dagli affetti.

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Questo è il progetto: mettere in fila storie ed emozioni, la vita che si svolge oltre la gangway, al confine tra mare e terra, e condividerla con te.

Chissà, forse un giorno sarai tu a condividere la tua storia con me!

Se ti va, possiamo cominciare proprio da dove tutto è iniziato per me: una foto scattata a Savona, su una catenella, con una nave alle spalle che ancora non sapevo mi stesse già chiamando.

Nel prossimo post te la racconto.

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