Porti: luoghi di inizio, di fine, di sospensione.

Questo post fa parte della Serie La geografia delle emozioni
https://oltregangway.blog/category/la-geografia-delle-emozioni/

Oggi che sono a terra e guardo il “mio” mare da lontano, mi capita spesso di rimettere ordine negli appunti sparpagliati che scrivevo quando ero a bordo.
E sento che vale la pena raccontare come sono vissuti i porti a livello emotivo.

Due mondi diversi, stesso porto

In mezzo alla vita intensa e veloce della nave, paradossalmente l’unico elemento stabile sembrava essere proprio il mare, che continuava a scorrere sotto di noi. E mentre la nave proseguiva i suoi itinerari, portavamo entrambi –  passeggeri ed equipaggio – identità, aspettative e fragilità diverse.

Ed erano proprio i porti, alla fine, a ricordarci quanto questi mondi restassero separati.

Per gli ospiti, i porti sono tappe di un itinerario da spuntare: città nuove da visitare, gite organizzate, monumenti da fotografare.

Per l’equipaggio, invece, i porti diventano luoghi-simbolo: il porto dove hai quasi deciso di sbarcare per sempre, quello dove hai conosciuto qualcuno che ti ha cambiato la vita, o quello che ti ricorderà per sempre una bella – o una brutta – notizia.

Parentesi o virgola?

Il porto di fine crociera, per gli ospiti, è la fine della vacanza: una parentesi che si chiude.

Per l’equipaggio, il porto di fine crociera è una virgola.

Una virgola fra un amico che sbarca e un altro che sale, fra un amore che finisce e un altro che forse inizierà, fra la malinconia di veder andare via quella persona a cui ti eri legata e il lavoro che ti risucchia subito nel vortice e offusca la malinconia.

Ogni banchina è un confine: fra l’inizio di una storia e la fine di un’altra, fra una fase emotiva e l’altra.

Tra un “prima” e un “dopo”.

I porti come respiri

Per i crew members, i porti sono spesso sinonimo di “boccata d’aria”, di “respiro”. Ma non tutti i respiri sono uguali.

Respiri affannati: i porti di corsa

Quell’ora tra un turno e l’altro: correre al terminal, trovare il Wi‑Fi gratuito, mandare un messaggio a casa e magari riuscire anche a fare una videochiamata.

Respiri profondi: i porti vicini alla città

Quelli in cui riesci davvero a passeggiare, a camminare a passo lento e a riprendere fiato.

Respiri sospesi: i Main Port

I Main Port, i porti principali della crociera – dove tutto comincia e dove tutto finisce – hanno un ritmo particolare. Lì avviene anche il crew change, il cambio dell’equipaggio: c’è chi sale e inizia il suo primo o nuovo contratto, e c’è chi scende e finisce quel primo, ennesimo o ultimo contratto.

I corridoi adiacenti alla gangway si affollano di gente, valigie, fogli da far firmare, baci e abbracci, pianti e sorrisi.

Respiri rassegnati: quando non puoi scendere

Ci sono porti che ti entrano negli occhi con le loro luci, la curva perfetta della baia, la città che s’intravede in lontananza, i colori dell’alba sull’acqua, l’arcobaleno che incornicia l’altra nave attraccata.

E tu guardi tutto questo dalla nave, perché non puoi scendere.

Respiri interrotti: i porti che restano nello stomaco

E poi ci sono i porti che ti entrano direttamente nello stomaco: quelli legati a un addio, a un rimpianto, a una scelta sbagliata o a una brutta notizia.

La gangway come spartiacque

Io, da HR, ho imparato a leggere i porti anche così: sulle facce di chi saliva, di chi scendeva e di chi restava.

Nel via vai della gangway saliva chi guardava con ansia in avanti verso quell’enorme palazzone dove avrebbe vissuto per i prossimi mesi; scendeva chi si voltava a guardare indietro quella parte della sua vita che, nel giro di poche ore, sarebbe andata via lenta sull’acqua.

E il mare, intanto, era sempre lì.
Indifferente ai nostri imbarchi, ai nostri scali, ai nostri addii.

Per chi vive di nave, ogni banchina è un piccolo spartiacque emotivo: tra il mondo che lasci e quello che, almeno per un po’, chiamerai “casa”.

La vera mappa non è quella geografica

Se metto in fila i porti che ho toccato in dieci anni di nave, la lista è impressionante. E sono grata a questo lavoro: se non mi fossi mai imbarcata, non avrei potuto visitare tanti posti nel mondo.

Lavorare a bordo non è una vacanza. Eppure, qualche volta, il crew riesce a ritagliarsi scampoli di tempo per mettere piede a terra e guardare il mondo non solo dall’oblò.

Ci sono porti che diventano familiari. Ad esempio quelli che ho attraversato in bicicletta, quando mi allontanavo pedalando la bici del welfare, mi intrufolavo nelle vie più impensate del centro città, entravo in una libreria, compravo un libro da leggere in nave, prendevo un gelato nella solita gelateria che col tempo diventava “la mia gelateria”, mi sedevo su una panchina che diventava “la mia panchina”. E respiravo.

E poi c’erano i porti vissuti col cronometro.

I porti attraversati con il bus navetta per andare in centro città erano corse contro il tempo, perché dovevi calcolare anche quei 20 minuti o mezz’ora per andare e tornare. A volte rinunciavo perché ero troppo stanca anche solo a pensare di uscire dalla nave. Altre volte avevo invece proprio una necessità fisica di farla questa corsa contro il tempo.

Anche i porti in rada, in cui per scendere e toccare terra si doveva prendere la lancia. A volte vedevi le città solo dall’alto della nave perché il tempo per scendere in lancia non c’era, altre volte decidevi di uscire ugualmente ma con il cronometro alla mano.

IPM: quando il porto lo vivi da lontano

E poi ci sono quei meravigliosi porti in cui tu non puoi uscire perché sei in Port Manning.

In-Port Manning, spesso abbreviato in IPM, è il numero minimo di membri dell’equipaggio che devono rimanere a bordo mentre la nave è ormeggiata, per garantire la sicurezza della nave.
È a rotazione, ma quando tocca a te significa una cosa sola: non puoi scendere.

Se sei in IPM nell’unica sosta prevista a Santorini, per esempio, vedrai l’isola e le sue case bianche solo dal ponte esterno della nave.

Questa serie: porti come tappe emotive

Dunque, in questa serie voglio raccontare i porti che non sono solo “scali”, ma tappe emotive: quelli vissuti di corsa, quelli in cui non si poteva scendere per lavoro o per sicurezza, quelli in cui impari a respirare di nuovo, quelli legati a un addio, quelli in cui per un attimo ti sembra di poter restare a terra e non vorresti mai risalire in nave.

Ti porterò con me in bicicletta a Fukuoka e ad Amsterdam, a piedi a Barcellona e a Cádiz, col bus navetta a Marsiglia o a Dubai, e in lancia a Santorini – perché quel giorno fortunatamente non saremo in IPM.

Forse saranno luoghi che conosci già.
Ma forse non li hai mai visti dalla prospettiva del mare.

Ancora 10 minuti!

E comunque, qualsiasi fosse il tipo di porto o il tipo di respiro, prima di rientrare in nave , guardavo la nave dalla prospettiva terrestre e dicevo: «Ancora 10 minuti!».

Perché sapevo cosa mi aspettava una volta rientrata a bordo. O meglio, perché non sapevo esattamente cosa mi aspettava, oltre alle attività programmate.

Ancora 10 minuti!
Nord Europa – Norvegia – Fiordi – Capo Nord

La vera geografia, a bordo, è quella che ti cambia dentro.

Qual è il porto che per te è stato un inizio, una fine o una sospensione?

Benvenuti “Oltre la Gangway”

[Questo post fa parte della Serie Prima di imbarcare]
-> https://oltregangway.blog/category/prima-di-imbarcare/

Se sei arrivato/a qui, probabilmente ti incuriosisce oltrepassare la gangway e dare una sbirciata alla vita di nave.

Magari hai fatto una crociera e ti sei chiesto cosa succede dietro le porte con scritto “Crew Only”.

Oppure stai pensando di imbarcarti.

O, semplicemente, hai già lavorato in nave (o ci stai ancora lavorando) e stai cercando parole e pensieri che assomiglino un po’ ai tuoi.

Qualunque sia il motivo, ti do il benvenuto oltre la gangway delle navi da crociera, dove ho lavorato per dieci anni come Direttrice delle Risorse Umane.

Chi sono (e perché sono salita a bordo)

Non vengo da una famiglia di marittimi.

Sono una psicologa “di terra” che, appena compiuti i cinquant’anni, si è ritrovata a vendere i propri gioielli per pagarsi un colloquio, rispolverare con fatica un inglese arrugginito, fare i corsi di sicurezza di base BST e salire per la prima volta sulla gangway di una nave enorme che sarebbe poi diventata una seconda casa.

Di cosa parla questo blog (e di cosa no)

In questo blog non racconterò la crociera dal punto di vista dei passeggeri. Non parlerò di buffet, piscine e spettacoli, anche se a volte se ne intuirà la presenza.

Qui voglio raccontare la vita nascosta dietro le porte “Crew Only”.

Le cabine minuscole dove si trovano persone e pezzi di vita “zippati” in pochi metri quadrati. I lunghi corridoi bianchi dove ci si saluta, si litiga, si piange e si ride.

I giorni duri in cui è il mare a decidere l’umore della nave.

I crew party che sono al tempo stesso respiro, sfogo, divertimento e rischio.

Le grosse emergenze causate dal mare o dalla nave (incendi, tempeste, barche di migranti avvistate nella notte) e quelle più delicate, ma altrettanto devastanti, causate dalle persone (una foto fatta girare di nascosto, un rimpatrio negato, e purtroppo tanto altro).

Come lo racconterò: un memoir a puntate

Scriverò in stile memoir, a puntate.

Qualche volta ti porterò con me nel periodo in cui, prima di imbarcare, avevo perso il lavoro, il matrimonio e tutte le certezze della mia precedente vita.

Narrerò di come sia riuscita a fare “surf” sul cambiamento e cambiare rotta alla mia vita, sperando che il mio racconto possa essere di aiuto a chi si trova in una fase particolarmente difficile della propria vita.

Altre volte ti guiderò dentro la nave, passando per la gangway: condividendo l’emozione del primo impatto della nave vista dal molo e poi attraversando quei luoghi dove non entra mai nessun ospite, le aree “Crew Only”.

Cosa troverai qui: persone, porti, crisi, bellezza

Vi racconterò di crisi e conflitti, di casi disciplinari difficili e indagini lunghe ed estenuanti, mentre sulla città parallela degli ospiti si brindava a “una vacanza indimenticabile”.

Vi racconterò anche dei porti e degli scali, di come sono vissuti dall’equipaggio.

E poi le pause pranzo veloci in bicicletta fuori dalla nave a Civitavecchia, Savona, Amsterdam o Fukuoka; il tramonto nel deserto o le cascate d’acqua dei Fiordi; i bagni nell’acqua cristallina dei Caraibi a Natale o il freddo polare di Capo Nord in estate.

Ma anche di quei porti in cui non si poteva scendere, delle giornate di cambio equipaggio con i corridoi pieni di valigie, abbracci, firme, pianti e addii.

Vi racconterò di un lavoro strano

Ricordo che prima di imbarcare qualcuno mi diceva: «Vabbè, che vuoi che sia? È un lavoro come un altro.»

Non è un lavoro come un altro, credetemi.

Oggi vivo di nuovo a terra, ho un lavoro “normale”, ho davvero “un lavoro come un altro”, e un calendario con le scadenze delle bollette al posto dei nomi dei porti.

Ma quando guardo l’orizzonte so che, da qualche parte là fuori, ci sono navi che navigano, equipaggi che vivono in corridoi simili a quelli che ho camminato per anni.

Una parte di me è tornata a terra.
Un’altra parte, inevitabilmente, è rimasta a bordo.

Perché è questo che fa la vita di nave, una volta che l’hai provata e vissuta sulla tua pelle: ti spacca in due.

Per chi è questo blog

E poi, per chi ne vorrà sapere di più, ci saranno anche le Lezioni dal mare: cosa il mare mi ha insegnato sul lavoro, sulle relazioni, su me stessa, sulla differenza tra fare HR a terra e farlo in una città galleggiante.

Se sei un ragazzo o una ragazza e stai pensando di partire, spero che qui tu possa trovare non solo sogni, ma anche qualche verità utile.

La vita in nave non è un incubo, ma non è neanche una favola. È solo un tipo di vita diverso, più concentrato, più intenso.

Se sei un passeggero abituale, forse vedrai la prossima crociera con occhi un po’ diversi e proverai a immaginare le vite oltre le uniformi.

Se lavori in HR a terra, magari scoprirai cosa succede quando le “risorse umane” non sono solo “teste” o numeri che tornano a casa la sera, ma persone che vivono e lavorano chiuse in un guscio di ferro per mesi interi, lontane da casa e dagli affetti.

Da dove cominciamo

Questo è il progetto: mettere in fila storie ed emozioni, la vita che si svolge oltre la gangway, al confine tra mare e terra, e condividerla con te.

Se ti va, possiamo cominciare proprio da dove tutto è iniziato per me: una foto scattata a Savona, su una catenella, con una nave alle spalle che ancora non sapevo mi stesse già chiamando.

Nel prossimo post Savona e la foto premonitrice te la racconto.

Chissà, forse un giorno sarai tu a condividere la tua storia con me.

Questo non è un lavoro come un altro.

Se anche tu hai una storia di mare che ti è rimasta addosso, raccontamela nei commenti.

  • Se vuoi saperne di più, segui la Serie Prima di imbarcare dove trovi i post che raccontano come, da terra, sono arrivata a imbarcare per la prima volta.
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