HR sempre disponibile, ma chi ascolta l’HR?

Questo post apre la Serie HR reperibile H24: storie, retroscena e fatica emotiva di chi, a bordo, deve essere sempre disponibile.-> https://oltregangway.blog/category/hr-reperibile-h24/

Ancora 10 minuti!

La settimana scorsa ci eravamo lasciati parlando dei porti e di come essi erano principalmente e unicamente una cosa: respiri.

Respiri brevi, profondi, mancati, di sollievo, affannati.

Ogni scalo aveva il suo tipo di respiro ed era un continuo salto nel tempo e nello spazio.

E io, quando arrivava il momento che dovevo rientrare in nave, procrastinavo dicendo: «Ancora 10 minuti!».

Perché sapevo cosa mi aspettava. In realtà non sapevo nello specifico cosa mi aspettava al di fuori del planning, ma sapevo con certezza che c’era tanta roba da fare.

Parleremo ancora dei porti, degli scali e dei meravigliosi posti sparpagliati per il mondo nella Serie La geografia delle emozioni, ma adesso…

Let’s start!

Il giorno dello sbarco della mia collega fu per lei una grande emozione.

Dopo il suo primo contratto – mesi intensi che nessuno può immaginare se non li vive in prima persona – Vanessa ebbe un crollo emotivo.

A un paio d’ore dallo sbarco programmato, le venne una crisi di pianto: gioia mista a paura. Tra un singhiozzo e l’altro mi diceva che era contenta di tornare a casa ma che, allo stesso tempo, sarebbe voluta restare. Aveva timore di quello che avrebbe trovato dopo mesi di assenza. Era convinta di dover fare ancora qualcosa a bordo per quei casi non ancora chiusi, come se il suo incarico non fosse finito.

Addirittura non voleva darmi il telefono di servizio e le chiavi dell’ufficio.

Da psicologa che sono, mi occupai di lei. L’ascoltai, la sostenni, la tranquillizzai e le dissi che aveva bisogno di tornare a casa: riposarsi, rigenerarsi, ricaricare le batterie per farsi trovare pronta al prossimo imbarco.

Le ripetei che aveva sistemato tutto quello che poteva sistemare e che lasciava la nave in buone mani.

Che la nave fosse in buone mani con me era ancora tutto da vedere, ma quella frase le strappò un sorriso.

Poi si calmò. L’accompagnai alla gangway, che lasciò a malincuore.

Tornando a bordo pensai che forse Vanessa era troppo giovane per un lavoro così impegnativo. Troppe responsabilità, troppo peso sulle spalle. O forse, più semplicemente, quel lavoro non faceva per lei.

Con il senno di poi, credo che in quel momento abbia avuto un attacco improvviso e acuto della malattia del ferro.

Ma io allora ancora non la conoscevo, quella malattia.
E noi ne parleremo più avanti, nella Serie Il mare dentro.

Quattro settimane senza toccare terra

Oltre alle due settimane di affiancamento, passarono altre due settimane di prova senza mai scendere dalla nave.

Il tempo scorreva in modo vorticoso: esercitazioni ed esami sulla sicurezza, key positions da conoscere, meeting, conference call con il quartier generale, procedure da imparare, richieste quotidiane e casi da gestire.

Non mi ricordavo neanche più da quanto tempo fossi a bordo e com’era la vita là fuori. Era tutto così veloce e intenso che, da una parte, avevo la sensazione di essere imbarcata il giorno prima; dall’altra, mi sembrava di essere lì da sempre.

Eppure la maggior parte del mio lavoro non stava nei momenti eccezionali.

Stava nelle giornate “normali”. Quelle in cui, dalla mattina alla notte, la nave sembrava andare avanti come sempre.

Ed era proprio lì che succedeva di tutto.

Una giornata qualunque (che qualunque non era mai)

6:30 — Il risveglio prima del giorno

La sveglia suonò prima ancora che il cielo decidesse che giorno fosse.

Aprii gli occhi nel semibuio della cabina, in quella frazione di secondo in cui non ricordi esattamente dove ti trovi. Non senti il rumore del traffico. Non annusi l’aroma familiare del caffè che qualcuno sta preparando in cucina.

Erano le 6:30. Il rumore dei motori, il leggero tremolio del letto e un colpo secco di porta nel corridoio mi riportarono esattamente dove mi trovavo: a bordo.

Mi sedetti sul letto, piedi nudi sul pavimento freddo. Attraverso l’oblò vedevo una striscia di mare grigio-azzurro, ancora scuro, e una linea sottile di luce in lontananza. La nave si stava avvicinando lentamente al porto.

Un attimo di sospensione.

Poi la mente partì a ricapitolare il programma: riunione per i turni di lavoro alle nove, report ore di lavoro da chiudere, due valutazioni di fine contratto da condividere con i crew members, un colloquio di richiamo programmato.

“Se nessuno bussa alla porta,” pensai, “oggi riesco a finire almeno i report di fine mese.”

Sulla carta, la giornata era programmata. La nave, però, aveva altri piani.

Colazione: tre e-mail “urgent” e un altro caffè

In mensa, il caffè era già allineato in caraffe anonime. Mi misi in coda col vassoio, ancora mezza addormentata.

«Good morning, ma’am».
«Good morning».

Saluti rapidi, occhi che si incrociavano solo per un secondo. Qualcuno con la divisa perfetta, altri con l’aria di chi aveva dormito poco.

Mi sedetti a un tavolo defilato all’angolo e aprii il telefono per dare un’occhiata alle prime mail:

  • Oggetto: Urgent — Change of duty
  • Oggetto: Urgent — Request for meeting — personal matter
  • Oggetto: Urgent — Incident report — last night

Il caffè, improvvisamente, sembrò meno forte.

Lessi l’incident report: una discussione animata tra due membri del crew bar, degenerata in spintoni. Separati in tempo dal security. Nulla di drammatico, ma abbastanza per finire sul mio tavolo quella mattina.

“Addio mattinata tranquilla,” pensai, prendendo mentalmente nota: convocare entrambi, sentire testimoni, capire se dietro c’era solo stanchezza o qualcosa di più profondo.

8:15 — Lista di impegni

Entrai in ufficio alle 8:15. L’aria condizionata faceva il suo solito rumore leggero, le luci al neon accesero il bianco delle pareti.

Accesi il PC e scorsi le mail, facendo una lista per priorità:

  • litigio al crew bar;
  • assenza ingiustificata al turno delle 6:00 dell’housekeeping;
  • richiesta di cambio cabina per incompatibilità caratteriale;
  • meeting urgente per problemi a casa;
  • due valutazioni di fine contratto già programmate;
  • ore 09:00: riunione con Hotel Director e i Manager del dipartimento Hotel sui turni del prossimo mese;
  • ore 14:00: conference call con il quartier generale.

Ed erano appena le 8:20.

La porta socchiusa

In nave, la porta del mio ufficio era quasi sempre socchiusa.

Ufficialmente, per essere “accessibile”.
In pratica, perché chiuderla del tutto mi faceva sentire in colpa: come se stessi voltando le spalle a qualcuno che, proprio in quel momento, stava facendo fatica a bussare.

Quella porta mezza aperta, però, aveva un prezzo.

Ogni giorno entravano:

  • persone che non riuscivano a dormire per colpa di un cabin mate rumoroso;
  • persone che volevano lasciare la nave;
  • ragazzi con problemi a casa;
  • capi reparto stanchi di reggere il peso delle responsabilità;
  • crew members che avevano combinato qualcosa di grave e non sapevano come uscirne.

Ascoltare era il mio lavoro.
Aiutare a decidere, quando serviva, pure.

Ma a fine giornata, quando la porta finalmente si chiudeva, tutte quelle storie restavano lì. In una stanza dentro di me.

Tarda sera: passeggiata defaticante sul ponte esterno

Spesso, dopo l’ennesimo colloquio difficile, sentivo il bisogno fisico di uscire.

La sera, quando chiudevo l’ufficio, verso le 22:30/23:00, percorrevo il lungo corridoio bianco, salivo le scale di servizio e andavo sull’ultimo ponte esterno.

Lì non c’era quasi nessuno: gli ospiti erano nei saloni, a teatro o a dormire; il crew lavorava, o era al crew bar, o in cabina.

Io camminavo lungo il ponte, guardando il mare scuro.
Respiravo salsedine a pieni polmoni, cercando di lasciare andare almeno un po’ di quello che mi si era incollato addosso durante il giorno.

Qualche volta mi chiedevo: “L’HR ascolta tutti. Ma chi ascolta l’HR?”

Perché nasce questa serie

In questa serie voglio parlare proprio di questo:

  • della fatica emotiva di essere il “contenitore” delle storie degli altri;
  • delle strategie di sopravvivenza che ho provato a usare (lavori creativi e manuali come dipingere, lavorare a maglia o all’uncinetto, ricamare, scrivere, camminare sul ponte esterno, uscire dalla nave in bicicletta);
  • del confine sottile tra il ruolo e la persona, tra la maschera professionale e quello che c’è sotto;
  • del momento in cui, un giorno, un crew member, in uno dei miei ultimi contratti, mi guardò e mi chiese:

«And you… how are you?»

Una domanda semplice, che però all’epoca mi spiazzò.

Perché mi resi conto che, in tanti anni di vita di mare, nessuno me l’aveva chiesto davvero.

Quando l’HR incontra le persone, inevitabilmente entra nelle loro vite.
E, altrettanto inevitabilmente, le loro vite entrano nella vita dell’HR.

È una contaminazione a doppio senso.

Ed è di questo che ti parlerò nella Serie Gente di mare.

-> Prossimo episodio ->

A bordo le urgenze non finiscono mai davvero. E quando la porta si chiude e il mare resta fuori – le storie restano dentro.

Se ti va, raccontami nei commenti: ti è mai capitato di essere “il punto di riferimento” per tutti, senza che nessuno chiedesse come stavi tu?

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