La vita di nave ti spacca in due

Questo post fa parte della Serie Il mare dentro
-> https://oltregangway.blog/category/il-mare-dentro/

Non so quando succede esattamente.
Non c’è un giorno preciso, né un episodio solo.

Ci sono esperienze che non finiscono quando scendi a terra.
Restano lì, sotto pelle, e tornano a galla nei momenti più impensati.

A un certo punto te ne accorgi: qualcosa si è spostato dentro di te.
La vita di nave ti ha diviso in due parti che non si ricompongono più del tutto.

Da quel primo impatto con la Crew Area a oggi sono passati più di dieci anni.

Eppure, se chiudo gli occhi, la sensazione è ancora la stessa: la vita di nave non ti lascia intero.

Nel tempo ho provato a dare un nome a quella strana sensazione, a capire perché il mare sia così totalizzante e ambivalente.

Poi ho capito che non era un enigma da risolvere, ma una frattura da accettare.

Alla fine mi sono dovuta rassegnare a una verità spiazzante: una volta che l’hai vissuta sulla tua pelle, la vita di nave ti spacca in due.

Ci sono luoghi che non restano solo nei ricordi: restano nel corpo.

E ci sono vite che, anche quando le lasci, continuano a chiamarti.

Il mare non entra in punta di piedi.

Non lambisce le tue caviglie quando passeggi sulla battigia.

Arriva di prepotenza, prende spazio, cambia il ritmo delle giornate.

E quando te ne vai, non se ne va con te.

Non c’è niente da fare.

Chi ha navigato per tanti anni lo sa: il mare ti resta dentro.

Il mare non ti aspetta

Perché il mare non è statico, come lo sono la montagna o la collina.

La montagna o la collina, in fin dei conti, sono una certezza. Possono cambiare colori e profumi con il cambiare delle stagioni, certo.

Ma tu sai che sono sempre là. A piedi, in bicicletta, in macchina, in autobus, in taxi o in aereo tu le puoi raggiungere.

Loro sono là. Non si muovono. Ti aspettano.

Il mare no. Il mare non è sempre là.
È un’entità in movimento: va e viene.

Il mare non ti aspetta.

Forse è per questo che ti rimane dentro: perché il suo umore condiziona il tuo.

Vorresti placarlo quando è infuriato, e invece è lui che risucchia te nel suo brutto carattere e ti incute paura.

Vorresti abbandonarti a lui quando è calmo, ma non puoi mai abbandonarti completamente: devi stare sempre all’erta.

Il mare visto dal mare

Il mare non è sempre là dove te lo aspetti.

Parlo del mare visto dal mare, non del mare visto dalla terra.

Nero, cupo, profondo e irresistibile

Quel mare nero, cupo e profondo, che terrorizza e affascina allo stesso tempo.

Quel mare misterioso, ma anche meraviglioso quando diventa una linea piatta che sembra una piscina.

Scompare all’orizzonte

Quel mare che qualche volta s’impasta con il cielo e fa scomparire la linea dell’orizzonte.

Quel mare infinito basso che può diventare un tutt’uno con l’infinito alto e fondersi con esso in un abbraccio commovente, come fossero due amanti nascosti dentro la foschia del mattino a proteggere la nave che galleggia in una bolla di sapone.

E riappare con luce e colore

Quel mare dove il sole si appoggia la sera trovando riposo e colorandolo di rosso.

Quello stesso mare dove il sole si affaccia al mattino e, come un pittore che si è appena svegliato e non sa ancora cosa vuole dipingere, inizia a spargere raggi dappertutto e a colorare acqua e aria con pennellate pastello.

Quel mare che non è mai uguale a se stesso: cambia colore con il cambiare della luce del giorno e della notte, e in base alla profondità delle acque.

E così passa, con nonchalance, dal grigio al greige della riva, al brillante azzurro ciano (a metà strada tra il blu e il verde), al giallo-arancio e al rosso per colpa delle pennellate del sole.

E infine si mostra con tutte le sue sfumature di verde e blu: dal verde mela al verde salvia, dal verde prato al verde bosco, fino al verde/blu petrolio. Dall’azzurro ceruleo al blu cobalto, dal blu oltremare al blu notte, fino a scomparire e nascondersi completamente dietro al total black, diventando un buco nero.

Quel mare lì, quello che ogni giorno ti regala un quadro diverso: troppo bello e troppo difficile da riprodurre.

Il mare che ti scuote e ti culla

E poi, un attimo dopo, ti destabilizza e ti fa saltare in aria quando sbatte prepotentemente contro il ferro della nave.

Quel mare che un giorno ti fa rivoltare lo stomaco e poi la notte ti culla dolcemente, come se tu fossi un bambino in fasce.

Insomma… quel mare lì mi è rimasto dentro.

Non quello che vedo oggi dalla riva.

Il canto delle sirene

A volte, mentre nuoto in mare o pagaio con la canoa, mi ritrovo quasi inconsapevolmente ad andare più al largo di quanto dovrei o potrei.

Lascio la riva e la terra dietro di me e mi dirigo verso il mare alto.

È come se da quella parte ci fosse un richiamo.
Soprattutto al mattino presto o al tramonto, quando in spiaggia non c’è quasi nessuno, mi sembra di sentirlo, quel richiamo sottile.

Non è il desiderio di “fare una crociera”.

È qualcosa di più antico e irrazionale, quasi come se il canto delle sirene esistesse davvero.

Per un istante mi sembra persino possibile tornare a bordo dopo tre anni, risalire la gangway e rimettere il name-tag sulla divisa.

Poi, puntuale, arriva un rumore a spezzare l’incantesimo: un motorino che passa sulla strada dietro, le voci di un gruppo di adolescenti che giocano a beach volley, o un cane che abbaia a qualcuno che fa jogging.

Mi volto e vedo un gruppo di turisti che sorridono e scattano fotografie.

E la mia mente fa un tuffo nel passato recente: a quando vivevo in nave e, durante la pausa pranzo, uscivo per esplorare scampoli di mondo che – se non avessi fatto questo lavoro – sarebbero rimasti a me sconosciuti.

Il mare non ti aspetta. Ma ti resta dentro.

Anche a te è mai capitato di sentire il richiamo del mare, anche da terra?
Condividi la tua esperienza.


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