[Questo post fa parte della Serie Il mare dentro]
Da Il primo impatto con la “Crew Area” a oggi sono passati più di dieci anni.
Nel tempo ho provato a capire il motivo per cui il rapporto con il mare sia così totalizzante e ambivalente.
Alla fine mi sono dovuta rassegnare al fatto che la vita di nave, una volta che l’hai provata e vissuta sulla tua pelle, ti spacca in due.
Non c’è niente da fare.
Chi ha navigato per tanti anni lo sa: il mare ti resta dentro.
Perché il mare non è statico, come lo sono la montagna o la collina.
La montagna o la collina, in fin dei conti, sono una certezza. Sì certo, possono cambiare i colori e i profumi con il cambiare delle stagioni.
Ma tu sai che sono sempre là.
A piedi, in bicicletta, in macchina, in autobus, in taxi o in aereo tu le puoi raggiungere.
Loro sono là. Non si muovono. Ti aspettano.
Il mare no.
Il mare non è sempre là.
È un’entità sempre in movimento. Va e viene.
Il mare non ti aspetta.
Forse è per questo che ti rimane dentro: perché il suo umore condiziona il tuo.
Perché vorresti placarlo quando è infuriato, e invece è lui che risucchia te nel suo brutto carattere e ti incute paura.
Perché vorresti abbandonarti a lui quando è calmo, ma non puoi mai abbandonarti completamente. Devi stare sempre all’erta.
Il mare non è sempre là dove te lo aspetti.
Parlo del mare visto dal mare, non del mare visto dalla terra,
Quel mare nero, cupo e profondo, che terrorizza e affascina allo stesso tempo.
Quel mare misterioso, ma anche meraviglioso quando diventa una linea piatta che sembra una piscina.
Quel mare che qualche volta s’impasta con il cielo e fa scomparire la linea dell’orizzonte.
Quel mare infinito basso che può diventare un tutt’uno con l’infinito alto e fondersi con esso in un abbraccio commovente come fossero due amanti nascosti dentro la foschia del mattino e la nave sembra galleggiare in una bolla di sapone.
Quel mare dove il sole si appoggia la sera trovando riposo e colorandolo di rosso.
Quello stesso mare dove il sole si affaccia al mattino e, come un pittore che si è appena svegliato e non sa ancora cosa vuole dipingere, inizia a spargere raggi dappertutto e a colorare acqua e aria con pennellate di colori pastello.
Quel mare che non è mai uguale a se stesso e cambia colore con il cambiare della luce del giorno e della notte e in base alla profondità delle acque.
E così passa, con nonchalance, dal grigio al greige della riva, al brillante e luminoso azzurro ciano, a metà strada tra il blu e il verde, al giallo-arancio e al rosso per colpa delle pennellate del sole.
E infine si mostra con tutte le sue nuances di verde e blu. Dal verde mela al verde salvia, dal verde prato al verde bosco, fino ad arrivare al verde/blu petrolio. Dall’azzurro ceruleo al blu cobalto, dal blu oltremare al blu notte fino a scomparire e nascondersi completamente dietro al total black diventando un buco nero.
Quel mare lì, quello che ogni giorno ti regala un quadro diverso, troppo bello e troppo difficile da riprodurre.
Quel mare che un attimo dopo ti destabilizza e ti fa saltare in aria quando sbatte prepotentemente contro il ferro della nave.
Quel mare che un giorno ti fa rivoltare lo stomaco e poi la notte ti culla dolcemente come se tu fossi un bambino in fasce.
Insomma… quel mare lì mi è rimasto dentro.
Non quello che vedo oggi dalla riva.
A volte, mentre nuoto in mare o pagaio con la canoa, mi ritrovo quasi inconsapevolmente ad andare più al largo di quanto dovrei o potrei.
Lascio la riva e la terra dietro di me e mi dirigo verso il mare alto.
È come se da quella parte ci fosse un richiamo.
Soprattutto al mattino presto o al tramonto, quando in spiaggia non c’è quasi nessuno, mi sembra di sentirlo, quel richiamo sottile.
Non è il desiderio di “fare una crociera”.
È qualcosa di più antico e irrazionale, quasi come se il canto delle sirene esistesse davvero.
Per un istante, mi sembra persino possibile tornare a bordo dopo tre anni, risalire la gangway e rimettere il name-tag sulla divisa.
Poi, puntuale, arriva un rumore a spezzare l’incantesimo: un motorino che passa sulla strada dietro, le voci di un gruppo di adolescenti che giocano a beach volley o un cane che abbaia a qualcuno che fa jogging.
Mi volto e vedo un gruppo di turisti che sorridono e scattano fotografie.
La mia mente fa un tuffo nel passato recente, a quando vivevo in nave e durante la mia pausa pranzo uscivo dalla nave per andare ad esplorare scampoli di mondo che, se non avessi fatto questo lavoro, sarebbero rimasti a me sconosciuti.
Se vuoi conoscere il mondo attraverso gli occhi di chi ha navigato -> vai alla Serie La geografia delle emozioni.
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L’immagine in evidenza è stata generata con Low Content AI su input creativo dell’autrice.