Questo post fa parte della Serie Il mare dentro
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Non so quando succede esattamente.
Non c’è un giorno preciso, né un episodio solo.
Ci sono esperienze che non finiscono quando scendi a terra.
Restano lì, sotto pelle, e tornano a galla nei momenti più impensati.
A un certo punto te ne accorgi: qualcosa si è spostato dentro di te.
La vita di nave ti ha diviso in due parti che non si ricompongono più del tutto.
Da quel primo impatto con la Crew Area a oggi sono passati più di dieci anni.
Eppure, se chiudo gli occhi, la sensazione è ancora la stessa: la vita di nave non ti lascia intero.
Nel tempo ho provato a dare un nome a quella strana sensazione, a capire perché il mare sia così totalizzante e ambivalente.
Poi ho capito che non era un enigma da risolvere, ma una frattura da accettare.
Alla fine mi sono dovuta rassegnare a una verità spiazzante: una volta che l’hai vissuta sulla tua pelle, la vita di nave ti spacca in due.
Ci sono luoghi che non restano solo nei ricordi: restano nel corpo.
E ci sono vite che, anche quando le lasci, continuano a chiamarti.
Il mare non entra in punta di piedi.
Non lambisce le tue caviglie quando passeggi sulla battigia.
Arriva di prepotenza, prende spazio, cambia il ritmo delle giornate.
E quando te ne vai, non se ne va con te.
Non c’è niente da fare.
Chi ha navigato per tanti anni lo sa: il mare ti resta dentro.
Il mare non ti aspetta
Perché il mare non è statico, come lo sono la montagna o la collina.
La montagna o la collina, in fin dei conti, sono una certezza. Possono cambiare colori e profumi con il cambiare delle stagioni, certo.
Ma tu sai che sono sempre là. A piedi, in bicicletta, in macchina, in autobus, in taxi o in aereo tu le puoi raggiungere.
Loro sono là. Non si muovono. Ti aspettano.
Il mare no. Il mare non è sempre là.
È un’entità in movimento: va e viene.
Il mare non ti aspetta.
Forse è per questo che ti rimane dentro: perché il suo umore condiziona il tuo.
Vorresti placarlo quando è infuriato, e invece è lui che risucchia te nel suo brutto carattere e ti incute paura.
Vorresti abbandonarti a lui quando è calmo, ma non puoi mai abbandonarti completamente: devi stare sempre all’erta.
Il mare visto dal mare
Il mare non è sempre là dove te lo aspetti.
Parlo del mare visto dal mare, non del mare visto dalla terra.
Nero, cupo, profondo e irresistibile
Quel mare nero, cupo e profondo, che terrorizza e affascina allo stesso tempo.
Quel mare misterioso, ma anche meraviglioso quando diventa una linea piatta che sembra una piscina.
Scompare all’orizzonte
Quel mare che qualche volta s’impasta con il cielo e fa scomparire la linea dell’orizzonte.
Quel mare infinito basso che può diventare un tutt’uno con l’infinito alto e fondersi con esso in un abbraccio commovente, come fossero due amanti nascosti dentro la foschia del mattino a proteggere la nave che galleggia in una bolla di sapone.
E riappare con luce e colore
Quel mare dove il sole si appoggia la sera trovando riposo e colorandolo di rosso.
Quello stesso mare dove il sole si affaccia al mattino e, come un pittore che si è appena svegliato e non sa ancora cosa vuole dipingere, inizia a spargere raggi dappertutto e a colorare acqua e aria con pennellate pastello.
Quel mare che non è mai uguale a se stesso: cambia colore con il cambiare della luce del giorno e della notte, e in base alla profondità delle acque.
E così passa, con nonchalance, dal grigio al greige della riva, al brillante azzurro ciano (a metà strada tra il blu e il verde), al giallo-arancio e al rosso per colpa delle pennellate del sole.
E infine si mostra con tutte le sue sfumature di verde e blu: dal verde mela al verde salvia, dal verde prato al verde bosco, fino al verde/blu petrolio. Dall’azzurro ceruleo al blu cobalto, dal blu oltremare al blu notte, fino a scomparire e nascondersi completamente dietro al total black, diventando un buco nero.
Quel mare lì, quello che ogni giorno ti regala un quadro diverso: troppo bello e troppo difficile da riprodurre.
Il mare che ti scuote e ti culla
E poi, un attimo dopo, ti destabilizza e ti fa saltare in aria quando sbatte prepotentemente contro il ferro della nave.
Quel mare che un giorno ti fa rivoltare lo stomaco e poi la notte ti culla dolcemente, come se tu fossi un bambino in fasce.
Insomma… quel mare lì mi è rimasto dentro.
Non quello che vedo oggi dalla riva.
Il canto delle sirene
A volte, mentre nuoto in mare o pagaio con la canoa, mi ritrovo quasi inconsapevolmente ad andare più al largo di quanto dovrei o potrei.
Lascio la riva e la terra dietro di me e mi dirigo verso il mare alto.
È come se da quella parte ci fosse un richiamo.
Soprattutto al mattino presto o al tramonto, quando in spiaggia non c’è quasi nessuno, mi sembra di sentirlo, quel richiamo sottile.
Non è il desiderio di “fare una crociera”.
È qualcosa di più antico e irrazionale, quasi come se il canto delle sirene esistesse davvero.
Per un istante mi sembra persino possibile tornare a bordo dopo tre anni, risalire la gangway e rimettere il name-tag sulla divisa.
Poi, puntuale, arriva un rumore a spezzare l’incantesimo: un motorino che passa sulla strada dietro, le voci di un gruppo di adolescenti che giocano a beach volley, o un cane che abbaia a qualcuno che fa jogging.
Mi volto e vedo un gruppo di turisti che sorridono e scattano fotografie.
E la mia mente fa un tuffo nel passato recente: a quando vivevo in nave e, durante la pausa pranzo, uscivo per esplorare scampoli di mondo che – se non avessi fatto questo lavoro – sarebbero rimasti a me sconosciuti.
Il mare non ti aspetta. Ma ti resta dentro.
Anche a te è mai capitato di sentire il richiamo del mare, anche da terra?
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