… all’offerta che mi ha cambiato la vita

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Con quel tasto “INVIA” avevo appena confermato la mia disponibilità al secondo colloquio presso la sede centrale della compagnia di crociera.

Ora, avevo solo una settimana scarsa per:

a) trovare i soldi;
b) intensificare la mia padronanza dell’inglese al massimo possibile.

Praticamente una missione impossibile.

Ma anche una sfida che non potevo permettermi di perdere.

Fu allora che mi tornò in mente quella foto a Savona.

Collegai l’hard disk al PC e rividi la me di due anni prima: io che dondolavo sulla catenella, la Torretta a destra, le barche a sinistra, e dietro la mia schiena proprio lei, la nave.

Se davvero il mio destino stava per compiersi, io dovevo farmi trovare pronta. Senza “ma” e senza “se”.

Primo scoglio: trovare i soldi

«Pensa – mi dissi – pensa. Un modo ci sarà».

E un modo c’era. Era lì, davanti ai miei occhi. Era stato lì da sempre. Solo che io non l’avevo mai visto.

La scatola dei gioielli.

Quei regali preziosi accumulati negli anni – che ormai non indossavo neanche più in quanto avevano perso il loro valore affettivo a causa della dubbia intenzione di chi li aveva comprati – che ci facevano ancora lì?

E poi, voglio dire, anche se l’avessi indossati, cosa sarebbe cambiato?

Nulla. Erano solo oggetti.

Quello che potevano rappresentare, invece, era un lasciapassare verso una nuova vita. Una possibilità.

Detto, fatto.

Presi la scatola, entrai in un punto “Compro Oro” con coraggio e determinazione, e ne uscii con i contanti.

Primo scoglio superato: avevo acquisito, letteralmente, il biglietto e il diritto di presentarmi all’appuntamento con il mio destino.

In ogni caso a quel colloquio mi sarei giocata tutto. O la va, o la spacca.

Secondo scoglio: l’inglese

Intensificai il ritmo iniziando a costruirmi una piccola isola di sicurezza linguistica dove poter approdare in caso di bisogno: il mio profilo, la mia storia e la mia esperienza.

Quando giunse il momento del viaggio, ebbi la sensazione netta che stavo imboccando una strada che era stata disegnata appositamente per me.

La sera prima del viaggio avevo la testa piena di parole inglesi. Ma una cosa era cambiata rispetto al primo colloquio: questa volta, almeno, sentivo di avere una chiave un po’ più adatta alla porta che volevo aprire.

Ancora non sapevo se fosse la chiave giusta.

Non mi restava altro che provarla.

Si parte!

Direzione: cambiamento.

Io, con il mio piccolo trolley, una cartellina con dentro il CV in doppia lingua, autobus, aereo, taxi e hotel in una città che non conoscevo.

Dentro di me c’era una frase che batteva in loop, come una radio su una sola frequenza, che mi accompagnò per tutto il viaggio, fino al colloquio: “This job is mine. I just have to go and get it” – “Questo lavoro è mio. Devo solo andare a prendermelo”.

Non era presunzione. Era solo un modo per non lasciare che la paura s’infiltrasse a tradimento e prendesse il comando dell’operazione.

Lo ripetei più volte la sera in albergo mentre guardavo il soffitto, al mattino davanti al caffè e dentro il taxi che mi portò alla sede.

La resa dei conti – fra inciampi e verità

La giornata dei colloqui fu davvero intensa. Incontrai diversi esaminatori.

Il primo incontro fu conoscitivo, centrato sulle soft skills: come ti relazioni? come gestisci un conflitto? perché vuoi fare questo lavoro a bordo? come pensi di reggere la vita in nave?

Gli altri colloqui furono più tecnici, focalizzati su: le mie esperienze HR, processi di selezione, valutazioni; casi disciplinari, gestione del welfare e gestione delle ore di lavoro; simulazioni di casi tipici a bordo – “cosa faresti se…” – “come ti muoveresti in questa situazione…”; contesto multiculturale, modi di lavorare contemporaneamente con nazionalità e religioni diverse.

Il tutto rigorosamente in inglese, che non fu perfetto, è ovvio.

Qualche volta scivolavo su una parola in italiano, perché non c’era altro da fare: l’inglese proprio non mi arrivava.

Altre volte esprimevo deliberatamente il concetto prima in inglese e poi lo precisavo in italiano, onde evitare dubbi o fraintendimenti su questioni delicate.

Ma ogni volta che alzavo gli occhi per guardare le loro facce, ci leggevo qualcosa di tranquillizzante: attenzione, interesse, a tratti persino approvazione.

D’altra parte non stavano cercando un’insegnante di inglese. Stavano cercando una persona che sapesse fare l’HR, in un contesto nuovo e complesso.

E quello, al netto degli inciampi linguistici, era qualcosa che sentivo mio.

Alla fine, uscii dal circuito di stanze e tavoli e mi ritrovai di nuovo nell’atrio, accompagnata dalla frase più classica del mondo: «Le faremo sapere – questa volta, però, seguita da – Ci sentiamo presto», che faceva ben sperare.

Lacrime dietro gli occhiali da sole

Era ormai pomeriggio. Decisi di camminare un po’ per la città prima di rientrare in hotel sotto un sole ancora caldo.

E in quel momento, mentre le persone sconosciute mi passavano accanto ignare, lacrime nascoste iniziarono a scendere silenziosamente dietro gli occhiali da sole.

Non erano lacrime di disperazione. Erano lacrime di stanchezza, certo.

Ma anche di gioia, di speranza. Di una strana, ostinata certezza.

Dentro di me, il mantra si era trasformato in: “This job is mine. I have the skills. English won’t be a problem” – “Questo lavoro è mio. Ho tutte le competenze necessarie. L’inglese non sarà un problema”.

Non era arroganza, o presunzione. Era solo consapevolezza.

Dopo i colloqui avevo realizzato ancor di più di avere le competenze necessarie per il ruolo.

E quindi, sentivo che il pezzo mancante non era più così tanto lontano da me. Era lì a portata di mano. Era solo questione di tempo.

Non potevo sapere con certezza che avrei ricevuto un “sì”. Ma avvertivo delle buone sensazioni.

“We are pleased to inform you…”

Dal ritorno a casa passarono solo pochi giorni.

Una mattina aprii la casella di posta elettronica e la vidi: «With reference to your interview with our Representatives…» – il cuore prese a rimbalzare nel petto.

Continuai a leggere: «…we are pleased to inform you that your profile has been considered suitable for the position of HR Director onboard our Fleet».

Rilessi quella frase ad alta voce. La lessi una seconda volta, una terza, tanto per essere sicura di non aver tradotto male.

Poi mi misi a cantare e a ballare in cucina come una pazza.

Mi sentivo leggera e pesantissima allo stesso tempo: leggera per la gioia, pesante per la consapevolezza di ciò che quella frase implicava davvero.

C’era un contratto da stampare e da restituire firmato.

Stampai il contratto, lo lessi attentamente con un nodo alla gola, le mani sudate e il battito del cuore accelerato. Firmai e inviai.

Non ho idea di quale termine si possa usare per descrivere quella sensazione, ma era contenitore di gioia con dentro tanta paura. Insomma, non era euforia pura e spensierata.

Ero consapevole che fosse solo un primo passo.
C’erano ancora tante cose da fare, ma ero sulla strada giusta.

La mosca che per mesi aveva continuato a sbattere contro il vetro, finalmente, aveva trovato lo spiraglio aperto.

Ora non restava altro che entrare in quello spiraglio e vedere dove mi avrebbe portato.

La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla

C’erano ancora i corsi BST da fare, le visite mediche, un mese di formazione presso la sede centrale, due settimane di training a bordo con annesse altre due settimane di periodo di prova – ma la rotta era finalmente tracciata sulla mappa.

Con il prossimo post racconterò proprio questo: il corso BST ad Anzio, il mese di formazione intensiva, il sentirsi come una mosca bianca per la lingua, ma con le competenze giuste… e poi, finalmente, saliamo a bordo.

La rotta è tracciata, ma bisogna percorrerla

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Dal primo disastroso colloquio in inglese …

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Quando la compagnia di crociere mi scrisse per la prima volta (-> Licenziata a 49 anni) sembrava che tutti i pezzi del puzzle si stessero finalmente allineando.

Come primo colloquio conoscitivo, programmarono una chiamata telefonica. Senza preavviso.

Scoprii subito che lo spiraglio che avevo visto non era la fessura di una porta aperta: era solo una crepa nel vetro, anzi, era solo la luce che proveniva da una vetrata pulitissima, trasparente. Quella stessa vetrata che non vedi quando stai per entrare in un negozio che credi aperto e invece è chiuso.

E ci dai una vera e propria craniata.

La chiamata senza preavviso

Ricordo perfettamente dov’ero quando il telefono squillò: ero in macchina e stavo tornando dal supermercato.

Il cellulare vibrò, mostrando un numero sconosciuto con prefisso estero.

Accostai e risposi timidamente: «Pronto.»

Dall’altra parte, una voce maschile partì in quarta con il suo inglese/americano fluente, velocissimo.

Per me, in quel momento, era come se avesse iniziato a parlarmi un extraterrestre.

Capivo a tratti parole sparse. Intuivo che mi stava presentando la compagnia, spiegando il ruolo e facendo domande.

Ma le frasi mi arrivavano addosso come onde troppo alte e mi toglievano il respiro.

Pietrificata al volante, intercalavo qualche “yes” qua e là, giusto per dare un segnale di vita, senza avere la benché minima idea se stessi dicendo un “sì” a qualcosa che richiedeva un “no”, o viceversa.

Sentivo il sangue salirmi in faccia, il cuore andare a mille e le parole bloccarsi in gola.

Terminai la chiamata esattamente come l’avevo iniziata: nel mutismo assoluto e attonito di un essere umano incapace di comunicare.

Spensi il telefono e rimasi immobile in macchina qualche minuto, con le mani sudate sul volante e la schiena sfinita sul sedile.

Avevo appena sostenuto il mio primo colloquio per lavorare a bordo.

Ed era stato un disastro.

Per noi è: “NO”

Dopo qualche giorno arrivò infatti l’e-mail che temevo.

Era educata, cortese, formale, ma in sostanza diceva: “Gentile Dottoressa, a seguito del nostro colloquio le comunichiamo che, seppur riteniamo che lei abbia le competenze per svolgere il lavoro di Direttrice delle Risorse Umane a bordo, siamo costretti a informarla che la sua carenza nel capire e parlare la lingua inglese (tra l’altro la lingua ufficiale a bordo delle navi da crociera) le impedirebbe di svolgere quel tipo di lavoro a bordo.”

Sul momento, l’istinto fu quello di mollare.
Tutto troppo faticoso.

Passai un paio di giorni a crogiolarmi nello sconforto.
Poi, lentamente, riemerse la parte di me combattiva, quella che ama le sfide.

Non era ancora il momento di autocommiserarmi.

Non è finita finché non è finita!

La chiave inglese

A quel punto avevo due opzioni: convincermi che la porta era chiusa per sempre, oppure riconoscere che non era la porta ad essere sbagliata, ma la chiave che stavo usando.

E la chiave, in quel momento, era proprio la chiave inglese.

Abbandonai l’estenuante lancio delle pietre e focalizzai tutta la mia attenzione su un unico obiettivo: imparare l’inglese, abbastanza da non rimanere più pietrificata sul sedile di una macchina.

Non per competere con quella compagnia specifica.
D’altra parte erano stati chiari: mi avevano già scartata.

Adesso era una sfida con me stessa: vuoi vedere che io non riesco a migliorare il mio inglese?

Modalità “inglese”

Quindi passai a modalità “inglese”.

Era primavera. Potevo uscire, prendere il sole, distrarmi.

E invece mi chiusi in casa come un topo da laboratorio.

Reading, writing, listening, speaking, watching videos in inglese, fare esercizi di grammatica, provare a pensare in inglese.

Sapevo che non sarei mai riuscita a imparare tutto l’inglese del mondo in così poco tempo. Dunque scelsi una strategia concreta: avrei imparato a memoria il mio curriculum in inglese, le esperienze fondamentali, gli esempi che meglio raccontavano chi ero come HR, al punto di saper dire almeno: “Questa sono io. Questo so fare. E lo so fare davvero bene.”

Dentro di me, una piccola fiammella continuava ad ardere. Era come se mi dicesse: «Tu continua a studiare. Qualcosa succederà».

Non sapevo che, da qualche parte nel mare, un’onda si stava ancora muovendo verso di me e, con il senno di poi, era come se anch’io, con il mio comportamento, mi stessi muovendo verso quell’onda misteriosa.

Mi stavo preparando ad accoglierla.

La seconda mail – felicità e paura

Fu un paio di mesi dopo che, mentre stavo ancora studiando, arrivò la seconda mail dalla stessa compagnia.

Dicevano che il progetto On Board HR Director era partito, ma avevano realizzato che le prime persone scelte non avevano esattamente tutti i requisiti necessari per svolgere in autonomia quella posizione a bordo e che alcune di loro erano sbarcate dopo un mese.

Quindi: «Qualora fosse ancora libera, avremmo il piacere di fare un altro colloquio con Lei di persona presso la sede centrale. Le anticipiamo però che tutti i costi relativi al viaggio e alla sistemazione in hotel saranno a suo carico».

I miei occhi iniziarono a picchiettare da una parola all’altra come passerotti sulle briciole di pane.

Dovetti alzarmi dalla sedia.
Il cervello era troppo in movimento per poter restare ferma.

Quello che ricordo chiaramente di quel momento è la sensazione netta, fisica, che si appropriò di me: era come se due braccia possenti mi avessero afferrata per le spalle.

Una mi tirava in avanti, l’altra indietro.

Una urlava “vai!”, l’altra “ma sei pazza?”.

Felicità e panico. Nella stessa stanza. Nello stesso corpo.

A un certo punto mi fermai.

Calma.

Per prima cosa devo trovare i soldi.

Il resto – la paura, l’inglese, la distanza dai ragazzi – lo avrei affrontato dopo.

Dovevo fare assolutamente un passo concreto verso quello spiraglio che, finalmente, si stava aprendo. Almeno ci dovevo provare.

Piano A: chiedere aiuto e ricevere porte chiuse

Passai un giorno intero a chiedere ad alcuni parenti, e a quei pochi amici che mi erano rimasti, se potevano anticiparmi la somma prevista per il viaggio.

A fine giornata, però, una cosa mi fu chiarissima: nessuno di loro credeva davvero in quell’idea folle al punto da investirci dei soldi che sicuramente non avrebbero mai riavuto indietro da una disoccupata.

La sera mi buttai sul letto con la consapevolezza dolorosa che potevo contare solo su me stessa.

Tuttavia non c’era tempo per piangersi addosso.

Il countdown era partito: avevo meno di una settimana.

Bisognava passare al piano B.

Ma, esattamente, qual era il piano B?

Non ne avevo la più pallida idea.

Piano B: navigare a vista

Il giorno dopo fui presa da un misto di confusione mentale e iperattività fisica.

Per prima cosa andai a nuotare in piscina, a fluidificare i pensieri che stavano diventando troppo densi.

Il pomeriggio mi misi a sistemare i cassetti e a togliere la polvere nei posti più nascosti della libreria.

La sera, stanca di girarci in tondo, mi sedetti di nuovo davanti al computer e le dita iniziarono a muoversi da sole sulla tastiera:

«Ringraziandovi per l’opportunità, confermo la mia disponibilità e la mia presenza al colloquio presso la sede centrale. Resto in attesa dei dettagli».

Rilessi, solo per verificare se avessi fatto degli errori.

Dopodiché cliccai.

INVIA.

E sia quel che sia.

Da lì in poi ci fu un’escalation di azioni.

Ma per ora mi fermo qui

Ma per ora mi fermo qui, con l’immagine di una donna quasi cinquantenne seduta in macchina, demoralizzata dopo un colloquio in inglese andato malissimo, che riceve un chiarissimo “no” via mail e che, invece di archiviare il file “nave da crociera” nella cartella delle cose impossibili, decide di metterlo in cima alla pila delle priorità.

Di come, da quel “no”, sono arrivata al viaggio alla sede centrale, al mantra “this job is mine” e all’offerta di lavoro, ti parlerò nel prossimo post: …all’offerta che mi ha cambiato la vita.

A volte è proprio a seguito di un disastro che s’inverte la rotta.

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Licenziata a 49 anni, comincio a sentire il richiamo del mare

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Se nella foto di Savona sembrava che il destino fosse già parcheggiato alle mie spalle, i mesi successivi furono tutt’altro che cinematografici.

Erano, molto più semplicemente, mesi di sopravvivenza.

Il “posto fisso” e la caduta improvvisa

A quei tempi lavoravo al centro per l’impiego. Un lavoro stabile, “serio”, di quelli che una volta si immaginavano per tutta la vita. Il famoso “posto fisso”, tanto per capirci.

Poi arrivarono anche per me le parole che per anni avevamo indirizzato ai nostri utenti: riorganizzazione, accorpamenti fra province, tagli del personale. La crisi era arrivata anche lì.

Fu così che, dopo anni di servizio tutto sommato gratificante e rassicurante, in un attimo mi ritrovai fuori dai giochi.

Effetto domino

Contestualmente, il mio matrimonio stava saltando per aria a causa delle… come si dice? Delle solite cose.

Ma quella è un’altra storia ed è stata già scritta. Pare che sia anche piaciuta, considerando che mi ha fatto vincere due premi.

Ad ogni modo, per tornare al contesto, tutte le certezze si stavano sgretolando con effetto domino e all’improvviso mi ritrovai estranea alla mia stessa città, agli amici, alle abitudini di sempre.

Mi erano rimasti solo i miei due figli, come vero e unico centro di gravità.

Due ragazzi minorenni che avevano ancora bisogno di una madre in piedi, non di una madre a pezzi.

A loro dovevo ancora garantire un futuro anche se io, in quel momento, non sapevo esattamente come fare.

E avevo appena compiuto 49 anni.

Cercare lavoro diventa un lavoro

Cercare lavoro a 49 anni non è una passeggiata di salute.
Dunque, cercare lavoro divenne il mio nuovo lavoro.

Ogni mattina accendevo il computer, aprivo i siti, leggevo annunci, mandavo curriculum.

Prima nella mia città, poi allargai il campo alla mia regione, fino a estendere la ricerca all’estero.

Sapevo che, se mai mi avessero preso, avrei dovuto lasciare i miei figli con i nonni. Ma a questo avrei pensato dopo.

Al momento mi serviva urgentemente un lavoro.

Nella maggior parte dei casi non arrivava nemmeno una risposta. In altri, ricevevo le versioni eleganti di un “no” del tipo: «Il suo profilo è interessante, ma al momento non stiamo cercando figure come la sua», oppure «Ci sembra un po’ troppo qualificata per la posizione».

E per finire, l’intramontabile: «Le faremo sapere».

Sapevo benissimo che la mia età non giocava a favore. Nessuno te lo scrive o te lo dice in faccia, ma lo percepisci ugualmente tra le righe.

Eppure non demordevo.
Qualcosa in me rifiutava l’idea di fermarsi lì, di rassegnarsi.

Quando le offerte cosiddette “normali” si fecero sempre più rare e lontane dal mio profilo, il mio sguardo cominciò a spostarsi altrove.

Il soffio del mare

A un certo punto, non so bene come né perché, successe qualcosa di quasi impercettibile e decisivo allo stesso tempo: cominciai a restringere il campo e a indirizzare la ricerca verso l’infinito blu del mare.

Una strana forza mi spostava verso quella direzione. Era come se avvertissi un soffio che mi spingeva verso l’ignoto. Non era un pensiero razionale, né un piano strutturato. Era piuttosto un impulso, una curiosità ostinata.

Cominciai ad aprire sempre più spesso gli annunci di lavoro a bordo delle navi da crociera.

Era un po’ come sbirciare dalla serratura nella vita di qualcun altro: animatori sorridenti, guest service operator, tour expert abbronzati, camerieri in giacca bianca, bartender che shakeravano cocktail in piscina, cabinisti sempre in movimento.

Iniziai a informarmi. A leggere blog, forum, articoli. A farmi una cultura sulla vita di nave: turni infiniti, contratti lunghi, cabine condivise, multiculturalità, mare ovunque.

Poi provai a fare un altro passo avanti: capire se c’era una posizione che potesse essere compatibile con la mia esperienza e le mie competenze.

La risposta appariva chiara e scoraggiante: no.

Cosa ci faccio io qui?

Qualsiasi posizione aperta a bordo – animatore, guest service operator, tour expert, cameriere, bartender, cabinista – sembrava pensata per persone molto più giovani di me, con percorsi diversi, corpi più elastici, vite meno stratificate e complesse.

Io ero solo una psicologa di 49 anni, con esperienza al Centro d’Igiene Mentale, nelle Scuole e in Risorse Umane al Centro per l’Impiego, due figli a carico e un inglese arrugginito, fermo alla scuola superiore di trent’anni prima.

Dunque, ricapitolando, cosa ci faceva una psicologa quasi cinquantenne tutto il giorno davanti a un computer, a cercare lavoro su una nave da crociera?

Era forse impazzita?

Probabilmente sì.

Ero come una mosca che continua a sbattere contro un vetro, non sapendo che poco più in là c’è uno spiraglio aperto.

Io quel vetro lo sentivo ogni volta che sbattevo contro con un “non idonea”, un “profilo troppo senior”, un “mismatch con la posizione”.

Lo spiraglio ancora non c’era. Eppure continuavo imperterrita, convinta che, da qualche parte, oltre quel vetro, ci fosse una possibilità per me.

Doveva pur esserci una possibilità per me.

La candidatura spontanea

Quindi, a un certo punto, invece di chiudere la finestra del browser, inviai ugualmente il mio curriculum vitae nella sezione “candidatura spontanea”.

Quello fu il mio primo curriculum inviato a una compagnia di navi da crociera.

Poi ne seguirono altri.

Non smettevo di lanciare curricula nell’etere. Era diventato quasi uno sport, un po’ come scagliare pietre nel vuoto dall’alto di una montagna.

Non sapevo dove sarebbero cadute, se stavano colpendo qualcuno o stavano solo rimbalzando per perdersi nell’infinito mare di internet.

«Prima o poi qualcuno la vedrà, questa pietra,» mi dicevo nei momenti di sconforto. «Prima o poi colpirò il bersaglio giusto.»

Qualcuno viene colpito

E alla fine successe.

Una di quelle pietre invisibili lanciata in un mare di annunci, un giorno, colpì davvero qualcuno.

Quando compii 51 anni arrivò la mail che avevo sognato e temuto allo stesso tempo.

Era di una compagnia di navi da crociera: “Abbiamo ricevuto il suo curriculum. Stiamo per aprire una nuova posizione a bordo: On Board HR Director, una figura HR unica per nave. Dal suo profilo emergono competenze in linea con la job description…”

«Ci siamo», pensai. «È questa la variante. È questa la svolta.»

Ma il bello, o il brutto, dipende dai punti di vista, doveva ancora venire.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.
Ognuno lo ha sentito, o lo sente, a modo suo.

A me è andata così: sembra che il mare mi abbia chiamato proprio quando pensavo di stare per toccare il fondo.

Per ora mi fermo qui

Per ora mi fermo qui, all’immagine di una donna quasi cinquantenne, licenziata, con una vita da ricostruire, che un giorno apre il sito di una compagnia di crociere e, invece di chiuderlo dopo cinque secondi, decide di caricare il CV.

Il richiamo del mare non è uguale per tutti.

Anche tu hai sentito il richiamo del mare? Come è successo? E dove ti ha portato? Condividi qui la tua esperienza.

Se vuoi saperne di più, vai al prossimo post Dal primo disastroso colloquio in inglese…

Savona e la foto premonitrice

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Se devo scegliere un’immagine che rappresenta il momento in cui la mia vita ha iniziato a cambiare direzione, non è una passerella né un corridoio bianco.

È una catenella, a Savona.

***

Settembre, due anni prima

Era settembre, due anni prima del mio primo imbarco.

Io e mio figlio eravamo andati a Savona per ritirare un premio letterario per uno dei miei libri. Faceva caldo, ma non troppo.

Dopo la cerimonia, con ancora addosso l’eco degli applausi e quella strana e bella sensazione di aver fatto centro con il mio libro, decidemmo di fare una passeggiata.

Lungo via Pietro Paleocapa – chi la conosce sa che è una delle arterie principali che porta dritta alla Torretta e al porto – c’era un mercatino dell’antiquariato.

Bancarelle di oggetti che avevano vissuto altre vite: lampade, cornici, gioielli, vestiti fuori moda, vinili di cantanti dimenticati, libri ingialliti del passato che profumavano di vite vissute intensamente.

Tutto brillava alla luce del sole di fine estate, come se ogni cosa volesse attirare la tua attenzione un secondo prima di essere di nuovo riposto.

Passeggiavamo lenti, provandoci cappelli, ridendo di qualche vestito improbabile, comprando un ninnolo “tanto per ricordare l’evento”.

Era una di quelle giornate in cui, se qualcuno ti avesse chiesto “come va?”, avresti risposto “bene” senza pensarci troppo.

Il richiamo del mare

Dopo un po’, il richiamo del porto diventò più forte del resto.

Chi conosce Savona lo sa – e credo che molti marittimi ci siano passati almeno una volta.

Per chi non c’è mai stato: arrivi in fondo ai portici di via Paleocapa, passi sotto l’ultimo arco, e all’improvviso ti si apre davanti il porto, con la Torretta di lato e le barche ormeggiate come soldatini.

Proprio lì, in quel punto sospeso tra la città e il mare, c’era una catenella appesa tra due paletti. Una di quelle barriere leggere che dovrebbero “vietare” il passaggio ma che, in quel momento, sembrava più un invito al gioco.

Mi ci sedetti sopra, a cavalcioni, come una bambina su un’altalena improvvisata.

Volevo immortalare quel momento di leggerezza: io, il premio letterario, la bellissima giornata con mio figlio in una luminosa Savona.

Mio figlio prese il telefono e mi scattò una foto.

La foto

Alla mia destra si ergeva la Torretta, fiera, riconoscibile.

Alla mia sinistra si allineavano le prime barchette del porto turistico, ordinate come in un plastico.

E dietro la mia schiena… sostava maestosa una nave da crociera.

Una di quelle grandi navi che, all’epoca, per me erano semplicemente “navi da crociera”: indubbiamente grandi, bianche e piene di gente che andava in vacanza.

Due anni dopo, quella stessa nave sarebbe diventata la nave del mio primo imbarco.

Nella foto, io sorrido, ignara. Dondolo sulla catenella, la testa leggermente inclinata. Lo sguardo verso mio figlio, non verso il mare.

Ma alle mie spalle, ormeggiato in porto, c’era il mio destino.
E sembrava che mi stesse solo aspettando.

In quel momento lì – gambe penzoloni, mercatino di fronte, Torretta a destra e porto turistico a sinistra – ero assolutamente inconsapevole che qualcosa, dietro di me, si stava già muovendo.

Che una nuova variante della mia vita si era già aperta, anche se io ancora non la vedevo.

Incredibile, vero?

Dalla catenella alla gangway

Da quella catenella per arrivare alla gangway, ci sarebbero voluti altri due anni, qualche bivio, diversi ostacoli da superare, una manciata di decisioni coraggiose e un po’ di follia.

È da lì che inizia davvero la mia storia di mare: non dal giorno in cui ho messo piede sulla nave, ma da quel momento in cui, senza saperlo, mi sono seduta davanti al mio futuro con un sorriso inconsapevole.

Quando ho riguardato quella foto, anni dopo, ormai “di mestiere” a bordo di quella stessa nave, non riuscivo a crederci.

Ancora oggi mi vengono i brividi a pensare a come poi sono andate le cose.

Io non so se esista davvero il destino

Nessuno lo sa.

Quello che so, guardando alla mia esperienza, è che, se cominci a spostarti, anche solo di pochi centimetri alla volta, ma con determinazione, verso qualcosa che senti tuo, prima o poi quella strada si apre.

Magari non nel modo che avevi previsto. Ma si apre.

Spesso si pensa che il “prima” e il “dopo” siano divisi da una linea netta, da una decisione chiara, da un gesto eroico.

In realtà, quello che verrà dopo è già sullo sfondo delle foto delle nostre vite, appoggiato tranquillo, in attesa di un nostro sguardo, mentre noi guardiamo altrove.

In questo blog, vorrei portarti proprio lì: su quella catenella, in quel punto esatto in cui una vita di mare stava già preparando il terreno per una vita diversa, per un cambiamento che ancora non sapevo nominare.

Nel prossimo post

Nel prossimo post ti racconterò di come, da quella foto di Savona, sono passata a un CV lanciato nell’etere per due anni senza risultato, a una compagnia di crociere, a una telefonata in inglese che fu un disastro, a un “no” che un giorno si è trasformato in: «With reference to your interview, we are pleased to inform you…».

Per cambiare davvero rotta, a volte bisogna prima sbatterci un po’ il muso.

Tu cosa ne pensi di quei momenti della vita in cui ti sembra che la tua strada sia già stata tracciata?