[Questo post fa parte della Serie Il primo impatto con la nave]
Civitavecchia.
Il taxi rallentò all’ingresso del porto e abbassò il finestrino per parlare con la security.
Io approfittai di quell’attimo per guardare l’orologio: erano da poco passate le otto del mattino, ma mi sembrava già tardi per cambiare idea.
L’aria sapeva di carburante, salsedine e un vago odore di ferro bagnato.
Camion carichi di container si muovevano lenti come animali pesanti, gru che sembravano braccia giganti si alzavano e si abbassavano sopra il molo.
Fischietti, voci, clacson: un caos organizzato, dove tutti sembravano sapere esattamente cosa fare.
Tutti, tranne me.
«First time on a cruise ship?» chiese il tassista, gettando un’occhiata dallo specchietto.
Esitai un secondo. «Si vede così tanto?»
Lui sorrise: «Lo si vede dagli occhi».
Girò a destra, poi a sinistra, costeggiando un capannone basso color grigio sporco.
E fu allora che la vidi.
La nave non fu discreta.
Non apparve semplicemente come un elemento sullo sfondo di un paesaggio fotografato.
Lei s’impose con prepotenza al mio sguardo.
Un muro bianco e altissimo esplose davanti a noi, con file ordinate di oblò e balconi che sembravano finestre di un palazzo infinito adagiato sull’acqua.
Il nome sulla murata, a grandi lettere, mi arrivò addosso come una firma definitiva: da quel momento non era più “una” nave qualsiasi.
Era “la mia” nave.
Per un istante ebbi la sensazione fisica che l’aria si facesse più densa.
Mi sentii minuscola, così come mi ero sentita minuscola qualche ora prima sotto alla statua “Il Bacio della Memoria” del porto di Civitavecchia, che oggi non c’è più.
«Eccola lì, la sua nuova casa. Non abbia timore», disse il tassista, come se mi avesse letto i pensieri.
La mia casa nuova.
A me sembrava un condominio verticale sdraiato sull’acqua, un gigante buono semiaddormentato e ingombrante.
Il taxista scese dalla macchina, aprì il bagagliaio, posò le mie due valigie a terra e disse: «Buon vento!».
«Grazie» proferii timidamente, mentre l’impulso di tornare indietro tentava di affiorare in superficie.
Presi le valigie e feci qualche passo verso l’ingresso “Crew check-in”.
I marittimi entravano e uscivano con valigie di ogni tipo: zaini vissuti, trolley rigidi, borsoni apparentemente troppo pieni.
Alcuni erano già in parte in divisa, altri in jeans e t-shirt.
Ridevano, parlavano al telefono, fumavano, si salutavano con pacche sulle spalle.
Avevano l’aria di chi stava tornando in un posto conosciuto.
Io, con i miei cinquant’anni appena compiuti, le mie due valigie e il mio bagaglio personale pieno di terra, non di mare, mi sentivo minuscola.
***
Dentro al “Crew check-in”, la scena era più sobria: un bancone, qualche sedia di plastica, un computer, una stampante che sputava fogli a intervalli regolari.
Una ragazza in uniforme alzò lo sguardo: «Good morning. Name, please»
Dissi il mio nome e cognome e aggiunsi quasi in automatico: «Human Resources Director».
Le sue dita corsero sulla tastiera. «Mi scusi, ma il suo nome non è nella lista dell’equipaggio da imbarcare. Attenda un attimo che verifichiamo».
Mi accomodai su una sedia mentre lei continuava a verificare i documenti di altri crew members.
Passarono un paio d’ore e nessuno era venuto a spiegarmi cosa stava accadendo. Cominciai a fare domande agli addetti alla sicurezza mostrando i miei documenti d’imbarco. Ma il mio nome non risultava nella lista crew.
E nemmeno in quella degli ospiti.
Beh, qualcuno avrebbe interpretato questo contrattempo come un segnale negativo che l’universo stava inviando, una sorta di ammonimento che tentava di mettermi in guardia verso qualcosa che non si doveva fare.
Paradossalmente io, invece, in quel momento ero tranquilla.
Chiesi all’addetto della sicurezza di verificare con la mia collega di bordo. Nel frattempo chiamai la mia referente della Sede Centrale che si mortificò per l’equivoco e si prodigò per regolarizzare la mia posizione.
Dopo circa un’ora iniziai a seguire tutte le pratiche d’imbarco.
La ragazza mi fece firmare un paio di documenti, scattò la foto alla mia faccia frastornata – un flash improvviso in un momento in cui avrei preferito essere invisibile – e mi porse il name-tag.
Per la prima volta lessi il mio nome accanto alla scritta “HR Director” sotto il logo della Compagnia.
Quella sì che fu una di quelle emozioni che non scorderò mai.
Vedere scritto, nero su bianco, quello che “ero” mi riempì allo stesso tempo di orgoglio e stima verso me stessa e di intrepido sgomento verso l’enorme incombenza che il mio ruolo richiedeva.
Era ufficiale: non stavo semplicemente salendo su una nave.
Da qualche parte, dietro quel muro bianco, mi stavano aspettando più di mille persone che presto avrebbero portato, sulla divisa, un pezzetto della mia responsabilità.
Per il momento, però, ero solo una donna con due valigie e il cuore che batteva più forte dei motori della nave che non avevo ancora visto.
«Welcome on board, ma’am,» disse la ragazza con un sorriso professionale.
Fu in quel momento che realizzai davvero il significato di quella frase.
***
Davanti a me, sul molo, la gangway aspettava e invitava a salire.
Lì finiva il porto e iniziava la nave.
Quel ponte metallico che collegava la terra alla nave, e viceversa, oscillava leggermente sotto i passi e il rotolare delle ruote delle valigie di ogni persona che lo attraversava, in salita o in discesa.
Il corrimano era freddo al tatto. Ogni passo faceva un suono secco, vuoto, che rimbalzava tra nave e banchina.
Feci un respiro profondo e poi il primo passo, un gesto minuscolo che portava con sé tutto il peso di una decisione enorme.
Al primo passo sentii, fisicamente, il confine spostarsi: non ero più a terra, ma non ero ancora a bordo.
Per qualche secondo, nell’attraversare la gangway, ebbi la sensazione di essere sospesa non solo tra due piani, ma tra due vite: quella precedente e quella futura.
Guardai un attimo indietro – verso il terminal, verso il taxi che se n’era già andato – poi davanti, verso quella rampa inclinata.
Alla fine della rampa, un addetto della security prese il mio badge, lo passò sul lettore, sorrise e proferì quella frase che poi, nell’arco dei successivi dieci anni, avrei sentito migliaia di volte: «Welcome on board, ma’am».
Un bip secco. Un “ok” sullo schermo.
Ero ufficialmente a bordo.
Ed è da lì, da quel primo sguardo dal molo, dal quel primo passo sulla gangway, che comincia la mia vita nella città galleggiante.
Nei prossimi post di questa Serie Il primo impatto con la nave ti porterò: dentro la crew area, nella mia prima cabina, nel mio primo ufficio HR a bordo e in quel corridoio bianco infinito che sarebbe diventato la mia nuova “via di casa”.
Se ti sei persa/o qualche post della Serie precedente, clicca qui: Prima di imbarcare