Il primo impatto con la “Crew Area”

[Questo post fa parte della Serie Dietro le porte “Crew Only”]

Ero appena salita sulla nave, per la prima volta.

Alla fine della gangway, un membro dell’equipaggio con una divisa impeccabile housekeeping mi accolse con un sorriso professionale: «Welcome on board, HR Director. This way, please, follow me».

Cominciai a seguirlo, mentre qualcun altro prendeva le mie valigie e le portava in cabina.

Seguii il ragazzo in un corridoio di moquette colorata caratterizzato da quadri, musica rilassante e luci calde che illuminavano una scala elegante. Nella main hall, la sala principale, era posizionato un pianoforte contornato da morbidi divani dove alcuni ospiti chiacchieravano davanti a un aperitivo.

Dopo pochi metri, il mio accompagnatore aprì la porta “Crew Only” e ci ritrovammo in un altro scenario: il pavimento diventò linoleum, le luci più fredde e le pareti bianche erano decorate solo da bacheche informative.

Fu come passare dal salotto di un albergo all’enorme retrobottega.

L’aria era più calda, più densa, con un odore misto di metallo, detersivo e qualcosa di indefinibile, ma immediatamente e decisamente sapeva di “nave”.

«Crew area – disse lui – This is where we live».

* * *

Ricordo perfettamente la sensazione che provai nel varcare il limite del passaggio dalla scintillante area passeggeri all’anonima crew area, e nel sentire quelle parole: «Qui è dove viviamo noi».

Attraversammo il corridoio centrale, più largo, dove si intersecavano tutti gli altri corridoi più stretti, che portavano alle cabine crew, e scale di ferro che portavano ai ponti in basso.

I corridoi erano stretti, infiniti, tutti uguali a prima vista: porte antincendio, cartelli tecnici, tubi a vista, estintori.

Alla fine di uno di quei corridoi, il mio accompagnatore si fermò davanti a una porta con una targa: “Human Resources Director Office”.

Bussò e una voce femminile ci invitò a entrare.

L’ufficio HR era una stanza non grande, una scrivania con computer, cassettiere, scaffali pieni di faldoni, una bacheca con orari, comunicazioni e qualche foto di gruppo.

Ringraziai il ragazzo che rimase sulla porta, mentre la mia collega mi accoglieva scusandosi di non essere potuta venire alla gangway a causa di un episodio accaduto quella stessa mattina: «Poi ti racconto – mi disse – adesso Jose ti accompagna alla training room per effettuare le procedure d’imbarco. Lì conoscerai anche Matilda la nostra insegnante di bordo».

«Ah sono contenta – risposi sorridendo e fiduciosa – Spero che mi aiuti a studiare e migliorare il mio inglese».

«Sì, ho saputo» replicò lei con un’espressione che non mi piacque affatto, ma non lo lasciai intuire.

Poi si riprese e continuò: «Comunque, per queste due settimane di affiancamento, tu avrai la cabina degli ospiti poi, quando sbarcherò io, prenderai la cabina dell’HR».

* * *

Mi avviai con Jose e, mentre camminavo al suo fianco, con la mia cartellina dei documenti, sembravo una bambina spaesata al primo giorno di scuola, frastornata dagli altri crew members che andavano su e giù con le loro divise.

Alcuni indossavano vestiti personali, presumibilmente si trovavano nel loro orario di riposo. Altri spingevano carrelli della lavanderia, della cucina, o roba tecnica. Alcuni gruppetti erano fermi a chiacchierare.

E comunque, tutti si girarono al mio passaggio.
Non perché fossi io, ovvio, ma perché ero la nuova HR.

Tutti sapevano che quel giorno sarebbe imbarcata la nuova HR e, dunque, mi salutavano con un sorriso. “Good morning ma’am” – “Welcome on board ma’am” – o più amichevolmente – “Hi HR” – a prescindere dalla nazionalità o dal colore della divisa.

Ricambiavo con il sorriso e il saluto e devo dire che questa bellissima abitudine di sorridersi e salutarsi, a prescindere se ci si conosca o meno, da quel giorno in poi mi è rimasta per tutti gli anni di navigazione, anche quando sbarcavo e tornavo a casa.

Solo che, quando sei a terra, questo atteggiamento sembra una stranezza. La gente ti guarda male se le sorridi e la saluti, che so, al supermercato, in piazza o al bar. I loro sguardi sembrano che parlino e ti dicano: “Ma chi ti conosce?!”.

***

Comunque, per tornare al mio primo giorno a bordo, io e Jose raggiungemmo la training room, dove conobbi il Safety Trainer con l’ufficiale di turno, il Dottore di bordo con i suoi due infermieri, il Security Officer con un paio di security guards, il Commissario deputato al controllo dei documenti, l’insegnante di bordo e una ventina di crew members tutti imbarcati quel giorno insieme a me.

Furono espletate tutte le operazioni d’imbarco. E intanto io prendevo appunti mentalmente perché sapevo che quel particolare meeting sarebbe stato una delle mie responsabilità per tutti i prossimi imbarchi dell’equipaggio.

***

Maria, la responsabile delle cabine, si presentò a me con quel suo tipico sorriso latino-americano e mi accompagnò al mio alloggio provvisorio, una cabina riservata agli ospiti.

Diciamo che il mio primo impatto con la cabina fu buono: cabina piccola ma accogliente con letto matrimoniale, l’armadio, un paio di quadri, un divanetto, la televisione e il bagnetto. Aveva anche il balconcino vista mare con un tavolinetto e due sedie. Magari fosse stata la cabina crew!

«Ti lascio qualche minuto per sistemarti – disse Maria – poi ti faccio fare un giro nella crew area e andiamo a mangiare qualcosa».

Tornò una mezz’oretta dopo: «Are you ready?» chiese con  un tono ironico che si leggeva chiaramente tra le righe.

«Sì… more or less», più o meno.

Mentivo. Non ero pronta. Non ero affatto pronta.

Maria mi guardò con un sorriso che non capivo se fosse di incoraggiamento o di compassione.

Percorremmo un tratto di corridoio della zona passeggeri accompagnate da una musica di sottofondo, l’odore di fiori freschi e l’aroma di buon caffè.

Poi varcammo la porta “Crew Only”.

Ed entrammo in un altro mondo.

Il soffitto si era abbassato di qualche centimetro, le luci erano diventate molto più bianche e asettiche. Dalla moquette morbida si era passati a un linoleum grigio, segnato dal passaggio di un flusso continuo di persone in divisa, carrelli, casse e pacchi.

Scendemmo ancora. Il rumore dei motori aumentò diventando un brontolio costante che sembrava provenire direttamente da sotto le suole delle scarpe.

L’aria si fece più calda, più densa, con un odore misto di metallo, detersivo e qualcosa di indefinibile, ma immediatamente e decisamente sapeva di “nave”.

«Benvenuta nella crew area», disse fiera Maria.

***

Fu in quel momento che sentii davvero la nave.

Non solo con gli occhi e il naso, ma con il corpo intero.

Prestai più attenzione a un sottofondo che non avevo registrato prima. Non era solo il rumore dei passi o delle voci.

Potevo quasi sentire il rumore dell’acqua sotto il ferro.

Eravamo ancora in porto ovviamente, ma il motore della nave non è mai fermo.

Il pavimento vibrava leggermente a ogni passo, come se stessimo camminando sulla schiena di un animale addormentato che respirava.

Non so come spiegarvelo.

Era un respiro soave che veniva dal mare e, al tempo stesso, una specie di respiro metallico che proveniva dal ventre della nave.

Il suono continuo e profondo che proveniva dai motori e dalle condotte dell’aria condizionata sembrava andare a ritmo con il leggero tremolio dei pavimenti.

Era così che quel gigante di metallo respirava: inspirava ed espirava attraverso tubi, condotti, impianti, pavimenti e corridoi.

Ogni tanto un cigolio regolare, come un’articolazione di una giuntura con l’artrosi che si muoveva sempre nello stesso punto: una porta pesante che si apriva e chiudeva con un lamento breve, sempre uguale.

«Tutto bene?» chiese Maria.

«Sì, sì. Stavo solo… ascoltando.»

«Ah, quello? – fece lei con noncuranza – Ci fai caso solo i primi giorni. Poi ti entra nel cervello e non lo senti più. È la nave che respira».

Quello fu il mio primissimo impatto in crew area.

Ancora non sapevo di quanto il mare mi potesse entrare dentro e non uscirne mai più.

***

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